https://www.youtube.com/watch?v=iBe7z1rQQrQ Nella vita di ogni giorno ascoltiamo tante parole, udiamo tante voci. Non poche volte si tratta di parole e voci che ci contestano, ci destabilizzano. Talvolta hanno il potere di incuterci paura, di farci sperimentare l’angoscia e il peso della solitudine. Per questo rifuggiamo il silenzio: appena tutto tace, certe voci affiorano con più …
Nella vita di ogni giorno ascoltiamo tante parole, udiamo tante voci. Non poche volte si tratta di parole e voci che ci contestano, ci destabilizzano. Talvolta hanno il potere di incuterci paura, di farci sperimentare l’angoscia e il peso della solitudine. Per questo rifuggiamo il silenzio: appena tutto tace, certe voci affiorano con più forza dal nostro cuore.
Pensiamo a quella che sembra urlarci dentro che non siamo riconosciuti a dovere, che nessuno apprezza chi siamo e cosa facciamo. Quella voce che vorrebbe farci ripiegare nel piccolo cabotaggio di chi si accontenta di cercare il proprio interesse, lasciando perdere ogni impegno a vantaggio degli altri.
Talvolta c’è la voce che continua a rinfacciarci un errore commesso, un momento che cancelleremmo volentieri, se ce ne fosse data la possibilità. Ma quell’accusa ritorna, a ogni tornante si fa più forte, fino a convincerci che siamo soltanto ciò che abbiamo sbagliato.
C’è pure la voce che non ci fa guardare con fiducia al domani: che ne sarà di me? Che ne sarà dei miei cari? Quale esito avranno le analisi che sto facendo? Come affronterò quello che mi aspetta?
Che fare di queste voci? Ascoltarle? Il rischio è di lasciarci trascinare in una desolazione senza tregua. Rimuoverle? Ci ritroveremmo a indossare una maschera, finendo per mentire persino a noi stessi.
C’è una via d’uscita?
Oggi, proprio nel giorno in cui misuriamo il vuoto lasciato da tanti nostri cari, si leva la voce ferma del Signore Gesù. Ci annuncia che la volontà del Padre è che egli non perda nulla di quanto gli ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno.
È una parola da ascoltare dentro le altre. Non cancella d’un tratto la tristezza, ma ci permette di non consegnarle tutta la verità sulla nostra vita e su quella di chi abbiamo amato.
Che egli non perda nulla.
Noi sappiamo che cosa significa perdere. Lo sappiamo da una sedia rimasta vuota, da un numero di telefono che non riusciamo a cancellare, da una notizia che per un istante vorremmo ancora raccontare a quella persona. A volte basta un odore, un modo di dire, per accorgerci di quanto ci manca. E anche dopo anni ci sorprendiamo a cercarla.
La morte ci mette davanti a una separazione che non possiamo riparare con le nostre forze. Possiamo custodire una fotografia, raccontare un episodio, pronunciare un nome. Sono gesti preziosi. Eppure sentiamo che il ricordo, da solo, non ci basta. Noi vorremmo la persona. La sua voce, il suo modo di esserci, perfino quelle abitudini che qualche volta ci irritavano.
Gesù parla proprio a questo dolore. La sua promessa riguarda le persone che abbiamo perduto: affidate a lui, custodite dal Padre, chiamate alla risurrezione. Il loro futuro non dipende dalla nostra capacità di ricordare ogni particolare. Anche quando la memoria si confonde e i lineamenti si fanno meno nitidi, esse restano conosciute e amate da Dio.
Oggi le affidiamo a questa fedeltà.
Le affidiamo così come sono state. Non abbiamo bisogno di trasformarle in persone senza difetti per poter pregare per loro. Portiamo davanti al Signore il bene che ci hanno voluto e anche ciò che è rimasto difficile, le fatiche che conoscevamo e quelle che forse non hanno mai saputo raccontare. Chiediamo che la misericordia di Dio raggiunga tutta la loro vita, la purifichi, la conduca alla pace.
E dentro questa preghiera possiamo deporre anche quello che pesa a noi.
Perché, accanto alla voce della mancanza, talvolta si fa sentire quella del rimorso. Avrei potuto esserci di più. Avrei dovuto accorgermene. Perché ho rimandato quella visita? Perché l’ultima parola è stata così dura?
Ci sono responsabilità da riconoscere, ma ci sono anche accuse che ci rivolgiamo come se avessimo potuto prevedere tutto, impedire tutto, essere sempre all’altezza. Continuiamo a ripercorrere il passato cercando un punto in cui cambiarlo e ogni volta ci ritroviamo davanti alla stessa impossibilità.
Nella preghiera possiamo consegnare al Signore ciò che non sappiamo più come raggiungere. Chiedergli perdono per le nostre mancanze. Affidargli una gratitudine che non abbiamo espresso, un affetto rimasto impacciato, una riconciliazione che la morte ha interrotto. La misericordia di Dio può arrivare dove le nostre parole non arrivano più.
Questo non rende inutile il tempo che ci è dato. Al contrario, ci fa sentire quanto conta.
La commemorazione dei defunti ci riporta anche alle persone vive. A chi può ancora ricevere una nostra visita, a chi aspetta da tempo che facciamo il primo passo. Il dolore per una parola non detta può insegnarci a non rimandarne un’altra. La gratitudine per chi si è preso cura di noi può diventare cura per qualcuno che adesso è solo.
Così ciò che abbiamo ricevuto continua a portare frutto. Ci sono gesti dei nostri cari che oggi passano attraverso le nostre mani. Un modo di accogliere, una pazienza imparata, la capacità di condividere il poco che abbiamo. Ci accorgiamo, magari tardi, che qualcosa di loro è entrato nel nostro modo di vivere.
Ma la speranza cristiana osa attendere più di questa eredità. Attende la risurrezione. Attende che Dio porti a compimento la vita delle persone, anche là dove a noi è sembrata spezzata troppo presto, consumata dalla fatica, rimasta incompiuta.
È per questo che siamo qui a celebrare l’Eucaristia. Affidiamo i nostri morti a Gesù, che ha attraversato la morte. Egli conosce il pianto davanti a una tomba, conosce l’angoscia e l’abbandono. La parola che oggi ci rivolge viene da lì, dalla sua Pasqua.
Le altre voci continueranno forse a farsi sentire. Torneranno la paura e la mancanza. Ci saranno giorni in cui credere a questa promessa ci costerà.
Allora potremo tornare a quelle poche parole: che egli non perda nulla.
E affidargli ancora, uno per uno, i nomi che portiamo nel cuore. Anche il nostro.







