https://www.youtube.com/watch?v=IUKFDECclfc Per guardare i santi siamo abituati ad alzare gli occhi. Eppure, per capire qualcosa della loro vita, bisogna cercarli anche in basso: chini su qualcuno, dentro una fatica, accanto a una persona dalla quale altri si sono allontanati. Avevano gli occhi rivolti al cielo e le mani occupate con le cose della terra. Noi, …
Per guardare i santi siamo abituati ad alzare gli occhi. Eppure, per capire qualcosa della loro vita, bisogna cercarli anche in basso: chini su qualcuno, dentro una fatica, accanto a una persona dalla quale altri si sono allontanati. Avevano gli occhi rivolti al cielo e le mani occupate con le cose della terra.
Noi, invece, a forza di rivestirli di perfezione, abbiamo finito per renderli estranei. Li onoriamo, purché sia chiaro che da noi non si può pretendere altrettanto. Così una festa di luce e di bellezza rischia di diventare qualcosa di lontano dalle nostre giornate.
La liturgia ci riporta alla vita e mette in discussione tre pregiudizi.
Il primo è che la santità sia riservata a pochi eletti. Ci vorrebbe una stoffa particolare, un carattere diverso dal nostro, magari condizioni di vita più favorevoli.
Giovanni parte da tutt’altra parte: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente».
Lo siamo. La santità comincia dall’amore che ci precede e dalla fiducia che gli accordiamo. La vita altro non è se non diventare quello che siamo: figli. E perciò imparare a trattare gli altri da fratelli, anche quelli che non avremmo scelto.
Siamo creati a immagine e somiglianza di Dio. Portiamo nella nostra umanità un’impronta che neppure il peccato riesce a cancellare. È quella che amo chiamare “nostalgia del cielo”.
Come si può avere nostalgia del cielo, se non ci siamo mai stati? Di solito si ha nostalgia di una casa abitata, di un volto conosciuto. Nostalgia del cielo indica un desiderio che precede l’esperienza. Noi, infatti, non abbiamo ricordi del cielo ma sappiamo di aver ricevuto la vita da Dio e di essere fatti per la comunione con lui. La sua immagine è impressa in noi come un orientamento, un anelito verso Colui dal quale veniamo.
Ne avvertiamo qualcosa nel desiderio che un amore vero non finisca nel nulla, che una vita ferita conosca un riscatto. Ci ribelliamo all’idea che la morte possa rendere inutile tutto ciò che una persona è stata. Anche nella gioia desideriamo qualcosa che duri, che non debba essere continuamente difeso dalla possibilità di perderlo. Il cielo è la comunione piena con il Signore, il compimento dell’amore di cui portiamo l’impronta.
Questa appartenenza riguarda ciascuno. L’Apocalisse parla di «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua». Altro che pochi eletti.
Eppure continuiamo a pensare che, per diventare santi, dovremmo essere altrove: con altre persone, con meno problemi potremmo essere migliori. Ci vorrebbe più silenzio, più tempo per pregare. Certamente ne abbiamo bisogno. Ma anche nel silenzio ci portiamo appresso le nostre resistenze, ciò che non vogliamo perdonare. Nessun luogo può amare al posto nostro.
La nostalgia del cielo ci riporta proprio qualcuno attende la nostra attenzione: all’immagine di Dio impressa in quel volto, alla dignità che domanda di essere riconosciuta.
Il secondo pregiudizio è che la felicità venga soltanto dopo. Quaggiù ci sarebbe da sopportare, poi arriverà il risarcimento. Come se Dio ci chiedesse di rinunciare alla gioia per poterla un giorno meritare.
Gesù guarda persone povere, afflitte, perseguitate, e per nove volte dice: «Beati».
Non chiede a chi piange di essere contento della propria disgrazia, non chiama bene l’ingiustizia ma annuncia che Dio è vicino a quelle vite e apre loro un futuro: il pianto non avrà l’ultima parola, la fame di giustizia non resterà per sempre senza risposta.
Questa promessa dà respiro già adesso. Ci permette di cercare la pace anche quando il risultato è fragile, di essere misericordiosi senza la garanzia di essere capiti. Può esserci gioia nel deporre una vendetta, nel ritrovare una persona, nello scoprire che abbiamo ancora qualcosa da dare.
La nostalgia del cielo non ci autorizza a disprezzare questa vita. Ci rende attenti a ogni anticipo di quella pienezza che attendiamo. Un perdono ricevuto, una riconciliazione, qualcuno che torna a fidarsi: sono esperienze nelle quali cominciamo a gustare ciò per cui siamo fatti.
La vita eterna non è un’appendice dopo la vita vera. È il suo compimento in Dio. Quello che viviamo qui ne è l’inizio, la primizia. Per questo tutti i nostri giorni hanno valore, tutti i momenti sono seme d’eternità.
Il terzo pregiudizio è che, alla fine, vinca sempre il male. Lo diciamo con il tono di chi ha capito come va il mondo. A volte, però, questa convinzione diventa il permesso di lasciar perdere. Perché esporsi, perché continuare a essere onesti, perché farsi carico di qualcuno, se tanto non cambia nulla?
La moltitudine dell’Apocalisse viene dalla grande tribolazione. Ha attraversato la storia, ne conosce il peso. I santi non sono persone alle quali è stato risparmiato il peggio. Alcuni sono morti senza vedere cambiare ciò per cui avevano speso la vita eppure hanno continuato a dare credito a Dio senza permettere che fosse soltanto il male ricevuto a decidere come avrebbero vissuto.
Il male resta male. Ci sono ferite che non si rimarginano come vorremmo e domande alle quali non sappiamo rispondere. La fede ci tiene legati alla promessa che nulla potrà separarci dall’amore di Dio. Anche quando non vediamo una via d’uscita, possiamo ancora scegliere come stare accanto agli altri.
Noi siamo come alberi a rovescio, con le radici in cielo e i frutti nella storia. Le radici attingono all’amore di Dio, i frutti sono per chi ci passa accanto.
«Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi».
La nostalgia del cielo può avere questa forma: una persona che trova in noi un appoggio e riesce a rimettersi in piedi, primizia di ciò che vivremo in pienezza nella vita eterna.








