Ognuno ha il suo Francesco, un po’ come ognuno ha il suo Gesù. C’è un volto che ci è familiare, una parola che sentiamo vicina, un episodio nel quale ci riconosciamo. Qualcuno si ferma al Francesco del Cantico, qualcuno all’uomo della povertà, altri al fratello capace di andare incontro a tutti. È comprensibile: ci avviciniamo …

Ognuno ha il suo Francesco, un po’ come ognuno ha il suo Gesù. C’è un volto che ci è familiare, una parola che sentiamo vicina, un episodio nel quale ci riconosciamo. Qualcuno si ferma al Francesco del Cantico, qualcuno all’uomo della povertà, altri al fratello capace di andare incontro a tutti. È comprensibile: ci avviciniamo a una persona a partire da ciò che della sua vita raggiunge la nostra.

Il rischio comincia quando quel volto diventa l’unico che siamo disposti a guardare. Anche un santo può diventare uno specchio nel quale cerchiamo soltanto la conferma di noi stessi.

Occorre lasciargli, invece, la possibilità di sorprenderci. Tornare ad ascoltarlo là dove ci è meno familiare, dove la sua vicenda mette in discussione qualcosa che davamo per acquisito. Prima del santo che ammiriamo c’è un uomo che non sa ancora dove andrà. Ha desideri che non si realizzano, attraversa conflitti, deve imparare a riconoscere Dio in luoghi nei quali non pensava di incontrarlo.

Davanti a lui ci prende facilmente la nostalgia: potessimo essere come Francesco! Poi ci difendiamo: non sono mica san Francesco. In poche parole lo abbiamo ammirato e allontanato. Eppure la sua vicenda può aiutarci a riconoscere il tratto che ciascuno di noi è chiamato a esprimere. Nessuno deve ripetere la sua storia, ciascuno, però, può domandarsi dove il Signore gli stia parlando dentro la propria.

La Leggenda dei tre compagni custodisce una frase che ci permette di entrare in questa storia: «E da quell’ora smise di adorare se stesso» (FF 1403). Francesco non smette di avere desideri, non impara a disprezzare la propria vita. Comincia a lasciare il posto che aveva occupato al centro di tutto. Il cuore, tanto preso dalla propria riuscita, può fare spazio a qualcuno.

È il cammino di un uomo dal cuore dilatato. Dall’io degli inizi, intento a conquistarsi un nome, al Tu della Verna, davanti al quale la vita diventa lode. Tra questi due estremi c’è una storia da attraversare. La parola crisi ne scandisce alcuni passaggi: qualcosa che sembrava reggere non basta più e Francesco deve rimettersi in cammino mentre non conosce in anticipo l’esito. Noi lo aspettiamo già a San Damiano, vogliamo vederlo tra i lebbrosi, siamo impazienti di ascoltare il Cantico ma occorre fermarsi anche nei giorni in cui niente di tutto questo è ancora visibile.

1 Francesco e la crisi dell’immagine di sé

Il rapporto con la realtà

Francesco voleva diventare qualcuno. Non gli bastava il denaro della casa paterna che gli permetteva di essere incoronato re delle feste: desiderava una gloria che fosse sua. La cavalleria gli offriva un’immagine nella quale riconoscersi. Avrebbe potuto distinguersi, tornare ad Assisi con qualcosa da raccontare, essere guardato come si guarda chi ha compiuto un’impresa. E in quel futuro aveva già cominciato ad abitare.

La Guerra, però, lo costringe alla prigionia. L’esperienza nella quale pensava di conquistare un nome lo consegna, invece, alla dipendenza da altri. Non dispone del proprio tempo, non può decidere di andarsene. Il suo mondo di sogni si ferma contro una porta chiusa. Poi viene la malattia, e anche il corpo sul quale contava gli rivela la propria debolezza.

Francesco deve fare i conti con la distanza tra l’uomo che immaginava di essere e ciò che gli è accaduto, una distanza dolorosa. Conosciamo la fatica di non riconoscerci più nella nostra vita, di sentirci fatti per qualcosa che continua a sfuggirci. Si può provare vergogna, cercare un colpevole, ostinarsi a dimostrare che nulla è cambiato.

Non basta dire che quella sconfitta gli farà bene. Il dolore non rende automaticamente più sapienti: può anche indurire. Francesco deve attraversarlo, e all’inizio c’è soprattutto confusione. Le biografie raccontano che, dopo la malattia, la bellezza dei campi e delle vigne non riesce più a ridestare il suo entusiasmo. Le cose sono ancora al loro posto ma lui non riesce più ad abitarle come prima.

È in questo spazio intermedio che dobbiamo sostare. Francesco non è ancora l’uomo di San Damiano, non ha ancora trovato una forma per ciò che gli sta accadendo. Può soltanto accorgersi che la vita di prima non basta. La conversione ha bisogno di tempo. Anche i tentativi di riprendere il vecchio progetto appartengono a questo cammino: non si abbandona in un giorno l’immagine nella quale si è investito tanto di sé.

Qui comincia una seria adesione alla realtà. Francesco è ricondotto alla propria storia, anche alla parte che avrebbe voluto cancellare. Finché accettiamo di noi soltanto ciò che corrisponde all’immagine desiderata, il resto deve essere nascosto. Possiamo avere accanto persone che ci vogliono bene e impedire loro di raggiungerci, perché continuiamo a mostrarci soltanto capaci, disponibili, forti.

La ferita può diventare una feritoia quando ci lasciamo raggiungere proprio lì. È lì che Dio gli dà appuntamento, dentro una sconfitta. Ciò che sembrava materiale di scarto diventa il luogo dal quale ripartire.

Francesco comincia a rendersi disponibile quando smette di chiedere alla realtà di confermare a ogni costo il suo sogno. La sua vita resta aperta, anche se lui non sa ancora a che cosa.

2 Francesco e la crisi dell’uguale

Il lebbroso e il rapporto con l’alterità

Il contatto con la propria fragilità prepara Francesco a un incontro dal quale si era sempre sottratto. Nel Testamento ricorda che vedere i lebbrosi gli sembrava troppo amaro. Non cancella la ripugnanza per offrire di sé un ritratto edificante. Conserva, invece, memoria della distanza che aveva messo tra la propria vita e la loro.

Il lebbroso è anzitutto un uomo. Ha bisogno di cure, soffre un’esclusione che non dipende dalla disponibilità di Francesco a guardarla. La sua vita non comincia quando il giovane di Assisi si accorge di lui. E tuttavia, per Francesco, incontrarlo significa entrare in un mondo che aveva tenuto fuori dal proprio.

È la crisi dell’uguale. Finché incontriamo soltanto ciò che ci somiglia, possiamo continuare a pensare che il nostro modo di vedere coincida con la realtà. Ci sentiamo a casa tra persone che parlano il nostro linguaggio e condividono le nostre abitudini. L’altro, quando è davvero altro, interrompe questa familiarità: non si lascia comprendere subito, non ci rassicura, può persino suscitare il desiderio di allontanarci.

Francesco è chiamato a uscire dal proprio modo di rappresentarsi il mondo per accoglierlo come gli si manifesta. Il passaggio è dalla conferma al confronto. Una comunione tra persone differenti domanda di rinunciare alla pretesa che l’altro diventi uguale a noi prima di poter essere accolto.

Nel Testamento Francesco racconta di essere stato condotto dal Signore tra i lebbrosi e di aver usato misericordia con loro. Fermiamoci su quel “tra”. Si può dare qualcosa e tornare nel proprio mondo senza consentire all’incontro di toccarci. Stare tra loro espone invece a una vicinanza, chiede tempo, rende impossibile ridurre quelle persone al loro bisogno. L’elemosina resta un bene, ma Francesco si lascia condurre dentro una condivisione più profonda.

Non passa oltre, passa attraverso. Ciò che gli pareva amaro diventa dolcezza di anima e di corpo. La malattia non ha smesso di essere dolorosa, è cambiato, però, il suo modo di stare davanti a quell’uomo. Quella vicinanza, temuta come una perdita, gli permette di scoprire una fraternità che il sogno cavalleresco non conteneva.

Il lebbroso dà anche un volto a ciò che continuiamo a evitare. Ci sono persone davanti alle quali cambiamo strada, relazioni che rimandiamo, parti della nostra storia che non vogliamo guardare. Ma ciò che evitiamo non scompare, può ricomparire all’angolo successive e rischiamo di spendere un’intera esistenza nel tentativo di non incontrarlo.

Francesco riconoscerà che il Signore lo ha condotto proprio là. Dio lo ha raggiunto attraverso una persona dalla quale fuggiva. Quel giovane desideroso di emergere comincia a scoprire che qualcuno può abitare la sua vita senza essere utile alla sua riuscita.

3 Francesco e la crisi della religiosità

San Damiano e l’incontro con il Dio personale

A San Damiano Francesco porta una vita nella quale qualcosa si è mosso, ma molto resta oscuro. Non ha già in mano un progetto da far approvare a Dio. Si ferma davanti al Crocifisso e domanda luce. La preghiera nasce dentro questo disorientamento, quando non basta più ricorrere alle risposte che si possedevano.

Francesco aveva ricevuto la fede, frquentava le chiese e le forme della vita cristiana. Eppure deve ancora scoprire che Dio può parlare proprio a lui. È la crisi della religiosità: ciò che apparteneva alle consuetudini ricevute chiede di diventare un rapporto personale. Le parole imparate possono finalmente diventare parole rivolte a qualcuno.

Il racconto della chiamata di San Damiano custodisce questo tratto: il Crocifisso pronuncia il suo nome e gli affida la riparazione della sua casa. Francesco si scopre cercato proprio mentre la confusion nel suo cuore regna sovrana. Non è soltanto un giovane che tenta di capire che cosa fare, è qualcuno al quale il Signore sta affidando qualcosa.

Sappiamo quale risonanza abbia sentirci chiamare per nome. Una richiesta generica può passarci accanto, il nostro nome, invece, ci coinvolge, ci fa alzare lo sguardo. Anche la storia che ci pareva inconcludente viene raccolta dentro una relazione. Francesco può cominciare a fidarsi: la sua vita non è caduta fuori dallo sguardo di Dio.

Davanti a lui c’è un Crocifisso. Il volto di Dio si lascia riconoscere in un uomo che ama fino a consegnarsi. Francesco aveva cercato una gloria capace di distinguerlo dagli altri, ora incontra un amore che si espone al rifiuto. Dovrà imparare da quel volto anche il modo di abitare le proprie ferite e di avvicinarsi a quelle altrui.

La fiducia ricevuta lo mette in cammino prima che abbia compreso tutto. Si dedica a riparare una chiesa, il significato di quella chiamata si aprirà lungo la strada. Spesso vorremmo possedere fin dall’inizio la spiegazione completa di ciò che ci è chiesto. Francesco comincia da quello che può fare, con la luce che ha. Il cammino si apre camminando.

Questo passaggio ci riguarda anche quando siamo molto presenti nella vita della Chiesa. Si può parlare di Dio, organizzare incontri, svolgere un servizio e accorgersi che da tempo non gli si parla più. La familiarità con le cose religiose può nascondere una distanza. A San Damiano Francesco si ferma: qualcuno gli sta rivolgendo la parola e attende la sua risposta.

Da questo incontro prende forma un rapporto che accompagnerà Francesco fino alla Verna. Il Dio che lo chiama per nome gli permette di rispondere con tutta la propria vita. Il cuore si dilata dentro questo dialogo: può ascoltare una voce diversa dalla propria, lasciarsi amare e imparare a fidarsi.

Anche l’Eucaristia appartiene a questa scoperta. Francesco contempla il Signore che si rende vicino nell’umiltà del pane e chiede ai fratelli cura e riverenza. Davanti a un Dio che si offre, la povertà diventa risposta a un amore ricevuto. Lasciare qualcosa di sé non serve a procurarsi l’amore di Dio: nasce dall’essersi scoperti accolti.

4 Francesco e la crisi dell’appartenenza

Davanti al padre tra libertà e responsabilità

La strada intrapresa da Francesco entra in conflitto con le attese della famiglia. Pietro di Bernardone aveva immaginato per suo figlio un futuro nel quale riconoscere il frutto del proprio lavoro. Le scelte di Francesco lo mettono in discussione, espongono la casa al giudizio della città, interrompono una continuità che sembrava naturale.

Non occorre fare del padre un uomo senza amore per comprendere lo scontro. Si può amare un figlio e non riuscire a lasciargli vivere una storia diversa da quella desiderata per lui. Si può volere il suo bene e pretendere di conoscerlo interamente al suo posto. E anche per un figlio è difficile distinguere la gratitudine per ciò che ha ricevuto dall’obbligo di realizzare le attese altrui.

Francesco deve sostenere il conflitto. Non può tornare indietro soltanto per evitare il dolore, né continuare a disporre dei beni paterni come se nulla fosse cambiato. La libertà chiede responsabilità: ciò che ha compreso deve assumere una forma riconoscibile, con le rinunce che comporta.

Davanti al vescovo restituisce le vesti, rimane nudo. È facile ammirare quel gesto e non sentirne il costo. Francesco rinuncia a mezzi sui quali contare, a un posto garantito, a un’appartenenza che gli dava un nome nella città. Non ha un’altra sicurezza da esibire. Si affida al Padre dei cieli senza conoscere tutto ciò che gli accadrà.

È un esodo. Per uscire non basta allontanarsi: occorre fare i conti con ciò che si è ricevuto, riconoscere le proprie radici senza restarne prigionieri. La libertà di Francesco si gioca anche qui, nella possibilità di congedarsi da un futuro deciso per lui senza dover cancellare la propria origine.

Il vescovo lo copre. Fermiamoci su questo gesto. L’uomo che si è spogliato ha bisogno di qualcuno che lo accolga. Gli occorrono un vestito e il pane, gli servirà l’ospitalità di altri. Non è diventato autosufficiente. Comincia a ricevere la vita in un modo nuovo, senza poterla considerare soltanto il risultato delle proprie capacità. La gratitudine è uno dei primi frutti di questa povertà.

Ma la spogliazione non finisce con le vesti: dopo il denaro si possono trattenere i propri modi di Vedere, si può lasciare una proprietà e considerare propria una comunità. Arriveranno i fratelli e Francesco dovrà imparare ad accoglierli come dono. Il Signore glieli ha dati: non sono la sua opera, non gli appartengono.

La fraternità porterà gioia e fatica. Chi condivide la nostra strada non per questo comprende tutto come noi, desidera le medesime cose o procede allo stesso passo. Francesco dovrà misurarsi anche con questa distanza. L’appartenenza diventa più libera quando rinunciamo a fare dell’altro la conferma del nostro progetto.

Nella Lettera a un ministro, a un responsabile provato dai conflitti, Francesco chiede che ogni fratello possa trovare misericordia nei suoi occhi. Il volto può chiudere una persona nel proprio errore prima ancora che sia pronunciata una parola. Occorre custodire la possibilità che torni, che chieda aiuto, che ricominci. Questo domanda una povertà meno visibile della rinuncia alle cose: lasciare la pretesa di avere davanti soltanto persone che non ci deludano.

Dall’io degli inizi al Tu della Verna

Alla Verna questo cammino trova voce nelle Lodi di Dio Altissimo: «Tu sei santo», «Tu sei forte, Tu sei grande». Il giovane che aveva cercato forza e grandezza per sé ora le riconosce in Dio. La preghiera insiste su quel Tu, vi ritorna, quasi non sappia staccarsene. Francesco può sostare davanti al Signore senza dover chiedere che la propria vita riesca secondo l’immagine degli inizi.

Tra l’io che voleva essere ammirato e questo Tu non c’è un uomo cancellato. C’è Francesco, con la sua storia e il suo corpo ferito, finalmente libero di rivolgersi a qualcuno. Smettere di adorare se stesso gli ha permesso di amare. Il posto lasciato libero dal culto della propria immagine è diventato spazio per Dio e per i fratelli.

Il cuore dilatato ha preso forma attraverso quei passaggi. La realtà ha incrinato il sogno nel quale Francesco si era rinchiuso, il lebbroso ha interrotto la ricerca di ciò che gli somigliava. A San Damiano si è scoperto chiamato, davanti al padre ha imparato ad affidarsi. Nessuno di questi incontri gli ha sottratto la vita: ciascuno gli ha chiesto di viverla oltre il confine che le aveva assegnato.

Il transito e la vita restituita

Alla fine vorremmo avvicinarci a Francesco come da una soglia, per intravedere ciò che è accaduto in quest’uomo. Il giovane che voleva conquistare un nome ripercorre la propria vita come una storia di doni. Nel Testamento torna a ciò che il Signore gli ha concesso: lo ha condotto tra i lebbrosi, gli ha dato dei fratelli, gli ha rivelato una forma di vita.

Le fatiche non sono cancellate, restano le incomprensioni, resta il corpo provato. Ma Francesco può riconoscere una fedeltà dentro ciò che ha attraversato. Quel Padre al quale si era affidato nella spogliazione è diventato il luogo dal quale ricevere fiducia anche quando la strada non era chiara.

Il Cantico lascia entrare nella lode le creature, chi perdona, chi sostiene infermità e arriva a chiamare sorella la morte corporale. Francesco non ha raggiunto questa parola saltando la fatica di vivere. Ha imparato, passo dopo passo, che si può ricevere ciò che non si possiede e affidare ciò che non si riesce a trattenere. Il transito porta a compimento questa restituzione.

Possiamo tornare, allora, alla domanda iniziale. Quale Francesco siamo disposti ad ascoltare? Quello che conferma l’immagine che abbiamo di noi oppure anche l’uomo che ci accompagna dove quell’immagine si incrina? Nella sua vicenda abbiamo incontrato il fallimento di un sogno, un uomo dal quale fuggire, una voce che chiama per nome, un’appartenenza da vivere nella libertà. Sono luoghi nei quali può passare anche la nostra vita.

Non sappiamo quale forma prenderà il cammino di ciascuno. Possiamo però riconoscere il punto nel quale ci siamo fermati, ciò che continuiamo a evitare, la parola alla quale non abbiamo ancora risposto. Francesco non ci consegna la propria vita da ripetere. Ci lascia davanti alla nostra, con la possibilità di ascoltare ancora.

Aiutaci, Francesco, a rinnovare il nostro credito di fiducia nei confronti di Dio.

Chiedi per noi uno sguardo riconciliato e un cuore magnanimo, soprattutto quando il Signore ci viene incontro là dove non lo stavamo aspettando.