«Il Figlio dell’uomo è signore del sabato». Per quanto desideriamo essere affrancati da vincoli, non sempre siamo capaci di abitare davvero la libertà. A volte preferiamo sentirci al sicuro dentro una fitta trama di prescrizioni che stabilisca in anticipo ciò che è permesso e ciò che è proibito. Una norma può rassicurare perché ci evita …
«Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».
Per quanto desideriamo essere affrancati da vincoli, non sempre siamo capaci di abitare davvero la libertà. A volte preferiamo sentirci al sicuro dentro una fitta trama di prescrizioni che stabilisca in anticipo ciò che è permesso e ciò che è proibito. Una norma può rassicurare perché ci evita la fatica del discernimento.
La “signoria” che Gesù rivendica sul sabato non è però un’esenzione dalla legge, né il privilegio di chi può permettersi di trasgredirla. Gesù riporta la legge alla sua sorgente e al suo scopo: la legge di Dio non è stata data per comprimere la vita, ma per custodirla. Per questo la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel diventare capaci di scegliere ciò che fa vivere.
È quanto accade anche a Davide. Di fronte alla fame dei suoi compagni, egli comprende che il bisogno concreto dell’uomo non può essere sacrificato a un’osservanza incapace di riconoscere ciò per cui la norma stessa esiste. Non cancella il confine tra bene e male ma riconosce che la fedeltà a Dio domanda, talvolta, di andare oltre una lettura puramente materiale del precetto.
È questa anche la libertà che il Figlio ci restituisce: non l’arbitrio del capriccio, ma la responsabilità di discernere, nelle situazioni concrete, quale strada custodisca la vita, quale gesto apra ancora uno spazio alla speranza, quale scelta assomigli maggiormente al cuore di Dio.
Se Gesù opera di sabato, dunque, non lo fa per contraddire la legge ma ne svela piuttosto la verità. Il sabato era memoria della bontà di Dio creatore e liberatore, era il giorno in cui l’uomo interrompeva il lavoro, diceva “basta” alla pretesa di produrre senza fine e riconosceva che la vita non dipende soltanto dalle sue mani. Riposare significava tornare a ricevere la vita come dono.
Per questo non basta astenersi dal fare qualcosa per osservare il sabato. Si può restare perfettamente dentro la norma e, nello stesso tempo, diventare incapaci di vedere la fame, la sofferenza, il bisogno di chi ci sta accanto. Il sabato è veramente custodito quando diventa spazio nel quale la vita può respirare di nuovo.
Il problema comincia quando la norma, nata per custodire l’uomo, finisce per diventare più importante dell’uomo, quando il precetto serve a mettere al riparo la coscienza invece che a renderla più vigile, quando l’obbedienza evita la fatica di domandarsi: che cosa, qui e ora, custodisce davvero la vita?
Gli orizzonti del Vangelo sono più esigenti di una casistica perché chiedono una libertà capace di assumersi responsabilità, una coscienza educata dalla Parola, uno sguardo che non perda mai di vista il volto dell’altro.
Guai allora a una norma che diventi soltanto impedimento o prigione e guai anche a una libertà che pretenda di non avere più alcun riferimento. Gesù non ci libera dalla legge per consegnarci al nostro arbitrio. Ci libera perché possiamo arrivare al cuore della legge: amare Dio e custodire la vita dei fratelli.
Essere liberi, secondo il Vangelo, significa forse proprio questo: non avere bisogno che qualcuno decida sempre al nostro posto, perché abbiamo imparato a riconoscere ciò che porta il segno di Dio.
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Dal Vangelo secondo Luca 6,1-5
Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani.
Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».
Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?».
E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».








