Ero andato per un compito piuttosto consueto, quello di rappresentare l’Arcivescovo come Vicario presso la sede di Caritas Diocesana, portare il suo saluto all’inaugurazione di una mostra. Pensavo, dunque, a uno di quegli appuntamenti nei quali si arriva, si ascolta, si pronuncia qualche parola istituzionale e si torna a casa. È andata diversamente. A un …

Ero andato per un compito piuttosto consueto, quello di rappresentare l’Arcivescovo come Vicario presso la sede di Caritas Diocesana, portare il suo saluto all’inaugurazione di una mostra. Pensavo, dunque, a uno di quegli appuntamenti nei quali si arriva, si ascolta, si pronuncia qualche parola istituzionale e si torna a casa.

È andata diversamente.

A un certo punto non eravamo più davanti a una mostra. Ci siamo ritrovati dentro un mondo che normalmente guardiamo da fuori e, spesso, da una distanza che rende tutto più semplice: il mondo dei ragazzi che stanno vivendo una parte della loro adolescenza o della loro giovinezza in un Istituto Penale Minorile.

La mostra si intitola “Con i nostri occhi” ed è una delle restituzioni del progetto JOBEL, progetto sperimentale nazionale sulla giustizia minorile che coinvolge diciassette Caritas diocesane e altrettanti Istituti Penali Minorili.

Quel titolo mi è rimasto addosso: Con i nostri occhi.

Perché questi ragazzi siamo abituati a guardarli. Li guardiamo attraverso il reato commesso, la misura penale, qualche volta attraverso una notizia di cronaca. Abbiamo parole per definirli prima ancora di conoscerli. Più raramente accettiamo il movimento contrario: lasciare che siano loro a guardare il mondo e se stessi e a raccontarci ciò che vedono.

La mostra prova a fare proprio questo. Parole, fotografie, racconti nati da un laboratorio diventano una possibilità per dire di sé senza essere immediatamente spiegati da qualcun altro.

E allora accade qualcosa. Dietro la categoria del “minore detenuto” ricompare un ragazzo, con il suo errore, certamente, con la responsabilità per ciò che ha fatto ma anche con paure, desideri, domande, possibilità che nessuna sentenza può contenere per intero.

Il momento più forte del pomeriggio, però, non era esposto su una parete.

È stato l’ascolto di uno di loro.

Da alcuni mesi questo giovane, grazie al progetto JOBEL, esce quotidianamente dall’Istituto per svolgere attività di volontariato presso la sede della nostra Caritas diocesana. Partecipa alle attività formative, presta servizio, incontra persone. La sera rientra nell’IPM. Questa esperienza lo ha portato anche a immaginare diversamente il proprio futuro: ha deciso di iscriversi all’università, a Scienze dell’educazione.

Mentre parlava, ha raccontato il peso delle etichette.

Quando gli altri ti guardano a lungo attraverso il tuo errore, quell’errore finisce per precederti. Prima ancora che tu possa dire chi sei, sembra che qualcuno lo abbia già deciso al punto che il pregiudizio più difficile da vincere, a quel punto, non è più quello degli altri ma quello che cominci a nutrire verso te stesso.

Se tutti mi vedono così, forse sono davvero così, se vengo continuamente identificato con ciò che ho fatto, il passaggio da “ho sbagliato” a “sono sbagliato” può diventare terribilmente breve. Una pena ha un termine, un’etichetta no. Può accadere che lo sguardo degli altri venga interiorizzato fino a diventare il proprio. Non c’è più bisogno che qualcuno ti dica che non vali, che non cambierai, che il tuo posto è già stabilito, cominci a dirtelo da solo.

E proprio quel ragazzo, tempo addietro, aveva raccontato tutto questo attraverso un’immagine. In occasione della visita di alcuni rappresentanti di altre Caritas diocesane, era stato chiesto di presentarsi scegliendo un simbolo. Lui aveva scelto un’ancora. Qualcuno, nella sua vita, era stato un’ancora per lui e ora vorrebbe diventarlo per altri. Mi sembra difficile trovare un’immagine più precisa per raccontare ciò che sta accadendo.

L’ancora non cancella la tempesta, non fa finta che il mare sia stato sempre tranquillo, non riscrive quello che è accaduto. Tiene, però, una barca legata a un punto mentre tutto intorno si muove impedendo che venga trascinata via.

Quel ragazzo ha detto che, grazie all’esperienza di JOBEL, per la prima volta si è sentito riconosciuto, ascoltato, accolto.

Riconosciuto: non semplicemente identificato. C’è una differenza enorme. Si può identificare una persona attraverso un fascicolo, un reato, una sentenza. Riconoscerla chiede di incontrarla, significa sapere ciò che ha fatto senza pensare di sapere, per questo, tutto ciò che è.

È proprio questo che gli ha permesso di scegliere l’ancora. Qualcuno non gli ha detto soltanto dove aveva sbagliato ma ha creduto che dentro di lui ci fosse ancora qualcosa a cui dare fiducia e ora lui desidera fare per altri ciò che qualcuno ha fatto per lui.

Un ragazzo che ha bisogno di essere accompagnato scopre di poter accompagnare, uno che avrebbe molti motivi per pensarsi soltanto come destinatario dell’aiuto comincia a riconoscersi capace di offrirlo, uno che porta addosso il peso dello sguardo degli altri immagina di studiare Scienze dell’educazione per stare, un giorno, accanto alla vita di qualcun altro.

Non sappiamo dove porterà questa strada ed è bene non trasformarla in una storia edificante con il finale già scritto. La vita non funziona così: ci saranno fatiche, contraddizioni, forse cadute. Ma qualcosa è già accaduto: quel ragazzo ha cominciato a pensarsi in un modo diverso.

Ed è qui che JOBEL smette di essere soltanto un progetto sulla giustizia minorile e pone una domanda a tutti noi.

Parliamo spesso di reinserimento. La parola sembra indicare soprattutto il lavoro che deve fare chi ha sbagliato: cambiare, rispettare le regole, assumersi le proprie responsabilità, meritare nuovamente fiducia. Ma reinserire qualcuno significa che deve esserci anche qualcuno disposto a fargli spazio.

Possiamo chiedere a un ragazzo di cambiare se continuiamo a guardarlo come se non potesse farlo? Possiamo chiedergli di non identificarsi con il proprio errore se siamo noi i primi a identificarlo con quell’errore?

È qui che il titolo della mostra diventa quasi provocatorio.

Con i nostri occhi.

Forse non chiede soltanto di guardare alcune fotografie ma chiede un cambio di posto. Per qualche istante, provare a vedere questi ragazzi non con gli occhi di chi già sa, giudica, classifica, ma attraverso gli occhi di chi porta la fatica di ciò che ha fatto e, insieme, il desiderio di non restarne prigioniero.

Come Chiesa questo ci tocca molto da vicino. Il Vangelo è attraversato da uomini e donne ai quali gli altri hanno già dato un nome: peccatore, pubblicano, adultera, ladro. Gesù non nega il male commesso e non chiama bene ciò che è male ma non permette mai che una persona venga esaurita dal nome del proprio errore.

Voler essere un’ancora significa anche questo: restare accanto a qualcuno abbastanza a lungo perché possa tornare a credere che la propria vita è più grande della sua pagina peggiore.

Sono andato a quella inaugurazione per rappresentare l’Arcivescovo. Sono tornato con l’immagine di un ragazzo che la sera rientra in un istituto di pena e che, quando gli viene chiesto di raccontare chi vorrebbe essere, sceglie un’ancora.

Forse il frutto più vero di JOBEL è già racchiuso qui: essere guardati finalmente in un modo che permetta, poco alla volta, di tornare a guardare diversamente anche se stessi.

Ringrazio perciò la Caritas diocesana e quanti ogni giorno ne condividono il servizio. JOBEL ci ricorda che la carità non consiste soltanto nel dare qualcosa a chi ha bisogno. A volte comincia da una cosa ancora più elementare e più difficile: restituire a qualcuno uno sguardo su di sé che gli permetta di non considerarsi perduto.