La morte di Enzo Bianchi mi ha riportato ad alcuni messaggi che conservo da anni. Da quando ho appreso che non c’è più, continuo a rileggerli tornando soprattutto a quel suo invito: «Vieni a trovarmi e converseremo con il cuore bruciante per Gesù Cristo». Quell’incontro non ci fu mai e oggi quelle parole portano con …
La morte di Enzo Bianchi mi ha riportato ad alcuni messaggi che conservo da anni. Da quando ho appreso che non c’è più, continuo a rileggerli tornando soprattutto a quel suo invito: «Vieni a trovarmi e converseremo con il cuore bruciante per Gesù Cristo». Quell’incontro non ci fu mai e oggi quelle parole portano con sé il rammarico per un’occasione che non potrà più tornare.
Insieme a quei messaggi ho ritrovato anche una mail del 2020. Ed è forse proprio quella mail a raccontare una parte di questa storia che, fino ad oggi, non avevo mai raccontato a nessuno.
Non ne ho mai parlato pubblicamente non perché ci fosse qualcosa da nascondere. Semplicemente, non ne avevo mai sentito il bisogno. Ora che Enzo non c’è più, invece, sento di dover raccontare questa piccola storia non tanto perché riguarda me, ma perché dice qualcosa di lui che ho conosciuto quasi per caso: la capacità di accorgersi di qualcuno e di fargli spazio senza che quel qualcuno neppure lo sappia. Non ci conoscevamo personalmente. Enzo aveva incontrato alcune cose che scrivevo. Non ricordo neppure attraverso quale strada. Un giorno mi arrivò un suo messaggio:
«Che belli i suoi pensieri: vero Vangelo, vera buona notizia. Ha pubblicato libri? Un caro saluto e grande stima. Enzo». Mi sorprese. Veniva da un uomo che non aveva alcuna ragione per cercarmi. Aveva letto alcune mie parole e aveva voluto raggiungere chi le aveva scritte.
Conservo un altro suo messaggio, del 24 gennaio 2018. Era molto più personale: «Carissimo vorrei esserti vicino e dirti coraggio. Le nostre vite sono sovente cocci ma che messi insieme con pazienza fatica e grazia diventano un’opera d’arte. Vieni a trovarmi e converseremo con il cuore bruciante per Gesù Cristo. Lui solo salva le nostre povere vite. Sta bene e se hai bisogno sono qui. Con affetto Enzo». Oggi quelle parole hanno un suono diverso.
«Vieni a trovarmi». Non ci andai. Per le circostanze, gli impegni, forse anche per quella strana convinzione che ci sarebbe stata un’altra occasione. Quell’incontro non avvenne e adesso che non può più avvenire, quel «vieni a trovarmi» resta lì, con tutta la sua incompiutezza.
Ma la storia non finì con quei messaggi. Passarono più di due anni. Il 21 maggio 2020 ricevetti una mail da don Antonio Sciortino, direttore di Vita Pastorale. Mi proponeva di commentare i Vangeli della domenica per la rivista, a partire dal nuovo anno liturgico. A un certo punto scriveva: «So che Enzo Bianchi, che fa parte del gruppo dei consulenti del nostro mensile, le ha già accennato qualcosa. Anzi, è stato lui a suggerirmi il suo nome». Fu così che venni a sapere una cosa che Enzo non mi aveva mai detto. Era stato lui a fare il mio nome. Non me lo aveva annunciato, non mi aveva scritto per dirmi che si stava interessando a me, non aveva trasformato il suo gesto in un credito da riscuotere. Aveva letto ciò che scrivevo e, quando gli era stato chiesto di indicare qualcuno, aveva pensato a me. Questa cosa l’ho tenuta per me fino ad oggi.
Negli anni ho continuato a collaborare con Vita Pastorale, ma non ho mai sentito il bisogno di raccontare come tutto fosse cominciato, forse perché avrei avuto l’impressione di esibire una stima ricevuta. Ora quella preoccupazione mi sembra secondaria. La morte cambia anche il modo in cui rileggiamo alcuni gesti: ciò che prima poteva sembrare qualcosa da tenere per sé diventa memoria da restituire. E allora pubblico questi screenshot non per dire che avevo la stima di Enzo Bianchi – sarebbe un modo troppo piccolo di leggere questa storia – ma per dire grazie a un uomo che fece per me qualcosa che avrei scoperto soltanto dopo.
C’è una forma discreta del bene che consiste proprio in questo: pronunciare il nome di qualcuno quando lui non c’è, accorgersi di una possibilità che forse neppure lui vede ancora, aprire una porta e non fermarsi ad aspettare che sappia chi è stato. Io quella porta l’ho attraversata. Solo dopo ho saputo che era stato Enzo ad aprirla.
Resta il dispiacere per quella conversazione mai avvenuta. «Vieni a trovarmi e converseremo con il cuore bruciante per Gesù Cristo». Non potrò più raccogliere quell’invito ma posso raccogliere oggi un’altra cosa: il gesto che allora non vidi. E posso finalmente dire grazie per aver letto le mie parole, per aver fatto il mio nome e, soprattutto, per averlo fatto senza sentire il bisogno di dirmelo.
Antonio Savone









