Si è spento, all’età di 83 anni, don Peppino Nolè, quasi alla vigilia del sessantesimo anniversario di sacerdozio. Per cinquant’anni, dal 1970 al 2020, è stato parroco della parrocchia di San Giuseppe a Potenza, legando in modo indissolubile il suo nome alla storia, alle fatiche e alle speranze di Rione Lucania. Dal 1990 al 2004 …
Si è spento, all’età di 83 anni, don Peppino Nolè, quasi alla vigilia del sessantesimo anniversario di sacerdozio. Per cinquant’anni, dal 1970 al 2020, è stato parroco della parrocchia di San Giuseppe a Potenza, legando in modo indissolubile il suo nome alla storia, alle fatiche e alle speranze di Rione Lucania. Dal 1990 al 2004 ha ricoperto, inoltre, l’incarico di Direttore diocesano della Caritas, interpretando il ministero come servizio diretto agli ultimi.
Alla domanda: «Come giustifica la sua esistenza?» rispondeva con parole essenziali, che sono diventate il filo conduttore della sua vita: «Servendo il Signore, attraverso il mio prossimo. A fine giornata, la mia gioia è se sono stato capace di aiutare il maggior numero di persone possibili».
Nato ad Avigliano il 3 marzo 1942, dove trascorse l’infanzia fino all’età di dieci anni, portò sempre con sé il ricordo della trattoria di famiglia, luogo di passaggio e di ristoro per poveri, viandanti, gente delle fiere e di momenti paesani. Un’esperienza che avrebbe segnato profondamente il suo modo di intendere il Vangelo: Dio che passa dalla tavola, dal pane condiviso, dalla cura concreta del corpo oltre che dell’anima.
La vocazione maturò nel 1955, durante un campo scuola in Sila: una chiamata improvvisa e irrevocabile. Ordinato sacerdote a Potenza, proprio nella nuova Parrocchia, rimase nel quartiere dove già abitava. Quando arrivò a San Giuseppe, comprese subito che non bastava una pastorale ordinaria: serviva una pastorale capace di promozione sociale, istruzione, lavoro, accoglienza.
Nacquero così il doposcuola, l’impegno educativo per ragazzi e adulti, l’ospitalità per studenti provenienti dalle periferie lucane. Nel 1988 prese vita la mensa dei poveri “Il Samaritano”, attiva per oltre vent’anni e poi riaperta nel 2017 come Mensa della Solidarietà “Papa Francesco”.
La sua attenzione ai poveri non fu mai ideologica, ma evangelica. Diceva spesso che la vera politica è quella che si occupa delle cause della povertà, non solo delle sue conseguenze. Per questo seppe dialogare con le istituzioni, senza rinunciare alla libertà della sua coscienza e alla franchezza del Vangelo, pagando talvolta il prezzo dell’incomprensione.
Negli ultimi anni guardava con lucidità e dolore alla situazione della città, alla disoccupazione, allo spopolamento. Eppure non smise di credere nella forza del bene seminato giorno dopo giorno.
E tuttavia, la pagina forse più luminosa della sua vita non è legata alle opere realizzate o all’azione pastorale intrapresa, ma alla lenta e silenziosa conformazione al mistero della passione del Signore nel lungo tempo della malattia. In questa stagione, segnata dalla fragilità e dalla progressiva spogliazione, don Peppino ha vissuto il suo sacerdozio in modo nuovo e radicale: non più attraverso il fare, ma attraverso l’offerta; non più con la forza dell’iniziativa, ma con la pazienza della consegna. Ha imparato – e insegnato – che il Vangelo si annuncia anche restando, soffrendo, affidandosi.
Quando gli si chiedeva cosa avrebbe voluto fosse scritto sulla sua lapide, rispondeva semplicemente: «Tentò di essere un buon samaritano per la sua gente».
Oggi quella frase resta come eredità, affidata a una comunità che lo ha visto prete, padre, costruttore instancabile di umanità e di Vangelo incarnato.








