https://www.youtube.com/watch?v=qSPpsByObbY Chiede quale sia il comandamento più grande il dottore della legge, ma intanto cerca il modo di mettere in difficoltà Gesù. Ha la legge sulle labbra e un’intenzione ostile nel cuore. È questa la contraddizione da cui prende avvio il vangelo: si può parlare di Dio e preparare una trappola per il fratello. Non …

Chiede quale sia il comandamento più grande il dottore della legge, ma intanto cerca il modo di mettere in difficoltà Gesù. Ha la legge sulle labbra e un’intenzione ostile nel cuore. È questa la contraddizione da cui prende avvio il vangelo: si può parlare di Dio e preparare una trappola per il fratello.

Non è una contraddizione che appartiene soltanto al dottore della Legge. Ci appartiene ogni volta che la correttezza delle nostre ragioni ci sembra sufficiente a giustificare la durezza con cui trattiamo qualcuno, ogni volta che, pur di salvare un principio, accettiamo di perdere una persona. E magari ci sentiamo anche fedeli.

“Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”.

Gesù risponde: “Amerai”.

Una parola che ci sembra di conoscere, fino a quando qualcuno non ci chiede di darle un volto. Perché finché l’amore resta un discorso possiamo persino commuoverci. Poi arriva una persona con il suo carattere, le sue pretese e lì cominciano le nostre riserve. Amare, sì, ma fino a un certo punto. Aiutare, certo, purché l’altro impari a cavarsela. Accogliere, ma senza che lasciarsi coinvolgere troppo.

Vorremmo amare conservando il diritto di restare come siamo.

Gesù lega l’amore di Dio a quello del prossimo e ci toglie questa possibilità. Non lascia che ci rifugiamo in un rapporto con Dio al riparo dalle persone. Per questo, al primo comandamento ne accosta un secondo, simile a quello. Come se, per dire fino in fondo il nome di Dio, fosse necessario pronunciare anche il nome di chi ci sta accanto.

È qui la fede si fa scomoda perché il prossimo non sempre possiamo sceglierlo. Anzi, a volte è proprio colui del quale diciamo: con lui non c’è niente da fare.

E se Dio ci stesse cercando proprio da quella presenza che sopportiamo o da quella domanda che continuiamo a rimandare?

La Parola di Dio non ci consente di restare nel vago. Ci mette davanti un forestiero, una vedova, un orfano, un povero al quale è stato preso il mantello, persone che possono subire un sopruso senza avere nessuno che prenda le loro difese.

Dio prende posizione: non opprimere, non maltrattare, restituisci.

Che cosa ne abbiamo fatto di un amore così concreto? Abbiamo imparato a parlare dei poveri. Sappiamo anche organizzare qualcosa per loro. Più difficile è permettere che la loro presenza tocchi il modo in cui viviamo. Finché possiamo assegnare al bisogno un luogo e un orario, ci sentiamo capaci di gestirlo ma quando entra nelle nostre giornate e ne scompiglia l’ordine, affiora ciò che abbiamo nel cuore.

Accade con le persone che non rispondono alle nostre proposte. Ci siamo impegnati, abbiamo preparato tutto, e loro non vengono. La prima reazione è accusarle di disinteresse. Difficilmente ci chiediamo se abbiamo mai ascoltato ciò che stanno cercando. Accade con le famiglie la cui storia non entra nelle caselle che abbiamo predisposto: prima ancora di conoscerle, sappiamo già dove collocarle.

Non basta trovare una proposta più efficace. C’è da lasciarsi cambiare dall’incontro. E questo costa, perché significa ammettere che la parola dell’altro può raggiungerci là dove le nostre certezze ci hanno resi sordi.

“Amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Come te stesso. Anche lui vive di un amore che non può darsi da solo, anche lui porta qualcosa che non riesce ad aggiustare, anche lui ha bisogno che qualcuno non lo riduca al momento peggiore della sua vita.

Come te.

Forse la fragilità altrui ci infastidisce tanto perché porta allo scoperto la nostra. Ci mette davanti ciò che cerchiamo di tenere a distanza: il bisogno di essere cercati, la paura di non contare più, la fatica di chiedere. Preferiamo stare dalla parte di chi aiuta. È un posto che ci permette di sentirci necessari e, talvolta, di non confessare quanto siamo bisognosi.

Ma il vangelo non divide l’umanità tra chi ha qualcosa da dare e chi può soltanto ricevere. Quel mantello, prima o poi, manca anche a noi. Non ci manca forse una parola sotto la quale ripararci? Non ci manca qualcuno a cui poter dire che non ce la facciamo, senza temere di perdere la sua stima?

Che fatica lasciarci vedere così! Eppure Dio ci ha raggiunti proprio nella nostra povertà. In Gesù è entrato in questa umanità che ha fame, che piange, che cerca compagnia nell’ora della paura. Come possiamo continuare a vergognarci di aver bisogno, se il Figlio di Dio ha chiesto ai suoi di restargli accanto?

Certo, il dolore va curato, la miseria combattuta, il mantello restituito ma nessuna cura ci renderà autosufficienti, nessun cammino di fede ci porterà al punto di poter fare a meno dell’amore.

“Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”.

Tutto resta appeso lì. Anche ciò che abbiamo costruito in nome di Dio. Se viene meno l’amore, possiamo continuare a tenere in piedi abitudini, liturgie, opere. Possiamo persino difenderle con accanimento. Ma a chi parleranno di lui?

Gesù, mentre risponde, ha davanti persone che lo mettono alla prova. Non sta parlando dell’amore in condizioni favorevoli. Di lì a poco sarà lui l’uomo respinto, spogliato, consegnato alle mani degli altri. E quelle mani non riusciranno a fargli ritirare il dono di sé.

È da lui che impariamo quanto vale una persona. Anche quando non risponde. Anche quando amare non ottiene il risultato sperato e ci lascia con le mani vuote. L’amore, infatti, non dispone mai della risposta di chi ama ma non per questo non continua ad amare.