Ancora una volta in Galilea, “terra di confine”, luogo un po' scomposto, dove si mescolano popoli, fedi, storie, ferite. È lì che Gesù decide di iniziare, lasciando la rassicurante Nazaret per abitare la complessità di Cafarnao, il luogo in cui la vita non è sempre lineare, dove le persone faticano a credere, dove il buio …
Ancora una volta in Galilea, “terra di confine”, luogo un po’ scomposto, dove si mescolano popoli, fedi, storie, ferite. È lì che Gesù decide di iniziare, lasciando la rassicurante Nazaret per abitare la complessità di Cafarnao, il luogo in cui la vita non è sempre lineare, dove le persone faticano a credere, dove il buio sembra più fitto.
Uno della “prima ora”
È alla luce di questa Parola che oggi vogliamo ricordare don Antonio, uno della prima ora. Chiamato sin da ragazzo, agganciato dal Signore quando ancora la vita gli stava fiorendo tra le mani, don Antonio ha detto il suo “sì” con una generosità che non ha più ritirato. È entrato presto nella logica di quel “Venite dietro a me” che il Vangelo annuncia a uomini intenti al loro mestiere e che li spinge a lasciare reti, barche, sicurezze, per fidarsi di una parola più grande di loro.
Quello che colpisce, nel suo cammino, è proprio questa fedeltà di lungo corso: non il fuoco di paglia di un momento entusiasmante, ma il passo quotidiano di chi, anno dopo anno, ha scelto di stare sulle orme del Signore, senza pretendere di essere lui a imporre il passo e a decidere l’approdo. La sua vocazione non si è mai espressa come protagonismo fine a se stesso ma come disponibilità silenziosa, in un ministero vissuto fino in fondo, senza mai risparmiarsi come testimonia proprio quello che stava compiendo il giorno della sua morte.
Dietro le quinte, pagando di persona
Se dovessimo scegliere un’immagine, potremmo dire che don Antonio ha abitato volentieri il “dietro le quinte”. Non perché timido, ma perché convinto che il posto più vero, nel Vangelo, è sempre quello del servo che prepara le opportunità perché altri possano incontrare il Signore. Ha scelto per sé la fedeltà a ciò che non si vede: le visite silenziose, l’ascolto prolungato, la pazienza con cui si misurava con l’incompiuto, il lavoro nascosto e assiduo che edifica la vita di una comunità molto più di tanti discorsi e di soluzioni all’ultimo grido.
Questa scelta, come sappiamo, non è mai a costo zero. La coerenza del Vangelo si paga di persona: a volte con qualche incomprensione, altre volte con la sofferenza di non vedere subito i frutti del bene seminato. Don Antonio non ha barattato la sua libertà interiore con il quieto vivere: ha preferito perdere qualcosa di sé pur di restare fedele al Vangelo così come lo intuiva nel cuore, anche quando questo significava andare controcorrente.
Don Antonio ha svolto il suo ministero in comunità piccole numericamente ma capaci di un’assiduità di fede che farebbe arrossire tante realtà più grandi e più “attrezzate”. E lui quelle comunità le ha onorate fino in fondo, come se stesse in una basilica: perché chi ha lo sguardo evangelico sa che la grandezza non sta nell’apparenza delle pietre o degli eventi, ma in ciò che sta a cuore a Dio.
Uno sguardo che vede il bene
Del suo modo di stare con le persone, non possiamo non ricordare la capacità quasi disarmante di vedere sempre il bene, anche dove le ombre erano evidenti. È lo sguardo di chi ha preso sul serio il Vangelo della luce che sorge nelle tenebre e ha imparato a guardare le storie non a partire dai limiti ma dagli spiragli di luce che ancora vi abitano.
Questo non significa ingenuità: significa credere che, per Dio, nessuna Galilea è troppo lontana, nessun cuore è troppo complicato, nessuna situazione è definitiva. Nel suo ministero, questo si è tradotto in parole capaci di risollevare, in giudizi sospesi, in seconde occasioni offerte senza rinfacci, in una fiducia ostinata nel bene nascosto nell’altro. Per molti, incontrarlo è stato sperimentare che c’è qualcuno che continua a scommettere su di te anche quando tu avresti già chiuso il libro.
Una fede pensata, pregata, studiata
C’è poi ancora un tratto tipicamente suo: don Antonio non ha vissuto di una fede fai da te, ma di una fede pensata. Ha amato lo studio, ha approfondito, ha letto, ha cercato parole più vere per dire il mistero di Dio, senza accontentarsi di formule ripetute per abitudine. Come i discepoli che, camminando dietro al Maestro, si lasciano cambiare lo sguardo, anche lui ha lasciato che il Signore lo interrogasse, lo spostasse, lo mettesse in discussione.
Allo stesso tempo, non ha mai separato studio e preghiera: quello che imparava sui libri lo portava davanti al Signore, e quello che riceveva nella preghiera tornava ad essere luce per le sue scelte e per la sua predicazione. Era un prete che univa testa e ginocchia: l’intelligenza della fede e il tempo speso nel silenzio, a nome di tanti. Una fede che non ha paura delle domande, perché sa che Dio non teme chi cerca sinceramente.
Una eredità da non disperdere
Il modo più vero di commemorare don Antonio, però, non è soltanto ricordare con gratitudine quale grazia è stata per noi l’averlo conosciuto e stimato, ma chiederci: quali passi nuovi chiede a noi il Signore, a partire dalla sua testimonianza?
Forse ci domanda di non avere paura di stare in mezzo alla vita così com’è, con le sue contraddizioni. Forse ci invita a scegliere qualche “dietro le quinte” in più, a lavorare per il bene senza cercare che il nostro nome compaia in prima pagina. Forse ci provoca a guardare gli altri con lo stesso sguardo benevolo con cui lui sapeva guardare, e a nutrire la nostra fede con più serietà, nello studio e nella preghiera.
Chiediamo al Signore che ciò che in lui era luce non si spenga con la sua morte, ma si moltiplichi nella vita di molti. E che, un giorno, quando anche per noi verrà l’ora di “cambiare residenza”, possiamo scoprire che, senza saperlo, camminando dietro al Maestro, siamo stati davvero uomini e donne che hanno lasciato passare, attraverso la loro piccola vita, una luce più grande di loro.
Così speriamo e così sia.








