Giovedì 5 febbraio, alla veneranda età di oltre 92 anni, don Giuseppe Grieco – per tutti don Peppino – presso “Universo Salute – Opera Don Uva” di Potenza ha concluso il suo pellegrinaggio terreno per entrare a celebrare la liturgia del cielo. Per la comunità di San Marco e non solo, se ne va un …
Giovedì 5 febbraio, alla veneranda età di oltre 92 anni, don Giuseppe Grieco – per tutti don Peppino – presso “Universo Salute – Opera Don Uva” di Potenza ha concluso il suo pellegrinaggio terreno per entrare a celebrare la liturgia del cielo.
Per la comunità di San Marco e non solo, se ne va un padre. Il debito di riconoscenza verso di lui è grande, perché don Peppino ha saputo donare qualcosa di sé a chiunque avesse la grazia di incrociare la sua persona e il suo ministero.
È stato un prete che non ha mai interpretato il ministero come un “ruolo”, ma come una presenza: feriale, concreta, discreta. Non cercava di farsi notare; cercava, piuttosto, di far sentire a ciascuno che Dio non si era dimenticato di nessuno. Per quasi sessant’anni è stato un punto fermo, con una fedeltà che non fa rumore. E prima ancora aveva vissuto la stessa dedizione a Rapone, a San Cataldo, a Ponte Giacoia.
Nel suo cammino sacerdotale si intreccia anche un legame particolare: don Peppino fu il primo presbitero ordinato da Monsignor Antonio Rosario Mennonna, al quale rimase sempre profondamente affezionato e legato per tutta la vita.
Il suo tratto più riconoscibile era ciò che oggi chiamiamo “prossimità”: la vicinanza. Ha scelto di stare dalla parte della gente, soprattutto di chi si sente ai margini, non con l’atteggiamento di chi impartisce lezioni, ma con il cuore di chi sa ascoltare; di chi non chiude la porta; di chi non si scandalizza della fragilità, perché sapeva che la fragilità è la lingua comune dell’umanità.
Don Peppino ha servito, e questo è ciò che ne attestava la credibilità. Ha servito la dignità delle persone, la loro libertà, la verità delle loro storie. E la cartina di tornasole di questo servizio è stata la sua capacità di “esserci” nei tempi di crisi. Da prete operaio in Germania aveva toccato con mano cosa significa vivere del proprio lavoro, portando addosso la fatica reale dei giorni.
Ma la crisi per antonomasia, qui, è stata quella vissuta dalla cittadina all’indomani del terremoto: lutti, paure, ricostruzione. Don Peppino non è fuggito davanti all’emergenza: vi è entrato dentro, con il Vangelo in mano e con le mani libere per aiutare. A lui si deve l’organizzazione della tendopoli: un segno concreto di una fede che non resta alla finestra.
Il suo è stato un ministero vissuto come fedeltà alla gente e al Vangelo nei passaggi storici più duri e più veri, con la convinzione che la fede si misuri nella coerenza, nella giustizia, nella cura degli ultimi; e con l’idea di una Chiesa capace di stare dentro la storia senza addomesticarla. Per don Peppino la fede non evade la storia, non addolcisce le ingiustizie, non benedice la rassegnazione.
In lui c’era anche una forte dimensione di pensiero, di cultura, di riflessione: non per sentirsi “al di sopra”, ma per comprendere meglio, per leggere la vita, per dare alle persone parole che non fossero slogan. “Parole vissute”: non solo il titolo della raccolta pubblicata in occasione degli 80 anni, ma una definizione precisa della sua testimonianza. Parole nate dall’esperienza, dal contatto con il dolore e con la speranza, dalla pazienza con cui Dio sta di fronte all’uomo.
Resta, di don Peppino, uno stile essenziale: lo stile di chi non si mette al centro; di chi non usa la fede per avere ragione, ma per amare di più; di chi crede che la Chiesa sia una casa di uomini e donne in cammino.
E oggi, nel saluto, non ci resta che custodire la gratitudine e affidarlo al Signore: perché colui che ha servito sulla terra con fedeltà e discrezione, possa ora riposare nella pace e nella gioia del suo Dio.
Don Antonio Savone, Vicario episcopale per il Clero e la vita pastorale








