Nulla di scandaloso nell’atteggiamento dei due di Emmaus. Non stanno rinnegando pubblicamente il Maestro, stanno solo andando via. È una tristezza composta la loro, quasi educata. Un allontanamento senza rumore: undici chilometri per uscire da Gerusalemme, cioè dal cuore degli eventi, dal luogo dove tutto era deflagrato, dal punto esatto in cui Dio aveva scompaginato …
Nulla di scandaloso nell’atteggiamento dei due di Emmaus. Non stanno rinnegando pubblicamente il Maestro, stanno solo andando via. È una tristezza composta la loro, quasi educata. Un allontanamento senza rumore: undici chilometri per uscire da Gerusalemme, cioè dal cuore degli eventi, dal luogo dove tutto era deflagrato, dal punto esatto in cui Dio aveva scompaginato la loro storia. Se ne vanno non con il dramma di chi fugge per salvarsi, no, partono piuttosto con la stanchezza di chi ha già archiviato tutto.
Ed è forse questa la forma più comune con cui si spegne la fede: non il rifiuto violento, ma l’usura, non la ribellione, ma il raffreddamento, non una porta sbattuta, ma una porta lasciata socchiusa mentre ci si allontana in silenzio.
La frase che portano addosso è tremenda: “Noi speravamo”. Non dice soltanto una delusione, dice una sepoltura: la speranza è morta, non abita più il nostro presente. “Noi speravamo” significa: avevamo dato credito, avevamo investito il cuore, avevamo pensato che lì ci fosse davvero vita e invece no. Meglio tornare indietro, meglio tornare al prima: sarà pure un’esistenza più povera, ma almeno sarà meno esposta.
Questa espressione non appartiene solo ai due di Emmaus. È una delle frasi più amare della vita: noi speravamo in un amore che durasse, noi speravamo in una Chiesa più limpida, noi speravamo in una chiamata più chiara, noi speravamo che quella ferita non si aprisse proprio lì, noi speravamo che Dio si mostrasse tale nel modo che avevamo immaginato noi. E quando non accade, non sempre si smette di vivere, si smette, più sottilmente, di attendere.
I due parlano, discutono, ricostruiscono, mettono insieme i fatti ma il loro discorso non genera luce, soltanto sfinimento, perché si può parlare molto di ciò che è successo e restare ugualmente chiusi. Si può perfino dire cose esatte e non vedere niente. La loro non è ignoranza dei fatti; è prigionia dell’interpretazione. Sanno bene cos’è accaduto, ma lo leggono da dentro una speranza morta. E quando la speranza muore, anche la verità diventa irriconoscibile.
Eppure, “Gesù in persona si accostò e camminava con loro”. Gesù si accosta a due che se ne stanno andando. Il Risorto investe il suo tempo su due uomini delusi, due uomini teologicamente confusi. Questo rovescia i nostri criteri pastorali, sempre così preoccupati di misurare, distinguere, classificare: Cristo non presidia soltanto i luoghi centrali della fede ma percorre anche le sue periferie interiori.
Ecco lo scandalo del Vangelo: lo scandalo non è che essi non lo abbiano riconosciuto ma che lui abbia potuto vedere ancora dei discepoli lì dove probabilmente essi vedevano solo un fallimento. Lo scandalo è come abbia deciso di camminare accanto non alla parte migliore di loro, ma a quella spenta, delusa, quasi dimissionaria. Noi selezioniamo, egli raggiunge, noi amiamo ciò che funziona, egli si accosta a ciò che si sta spegnendo.
Gesù non entra subito con la soluzione. Fa una cosa molto più difficile: ascolta, lascia, cioè, che la delusione si racconti, lascia che l’uomo esponga la sua versione ferita della realtà. Non corregge dall’alto, non umilia, non mette fretta. Noi vorremmo un Dio che chiuda in fretta il problema; il Risorto invece inaugura un cammino. Noi vorremmo una spiegazione che ci risparmi la fatica; lui offre una presenza che ci attraversa nella fatica.
Poi, certo, parla. Ma quando parla non addolcisce i fatti: li apre. Non dice che la croce non c’è stata, non chiede di dimenticare, non offre anestesia spirituale. Fa qualcosa di infinitamente più profondo: rimette il dolore dentro una storia, riconsegna gli eventi a una promessa più grande. In altre parole: salva il senso, non cancella la ferita. È questa la Pasqua cristiana. Non il trucco con cui Dio evita il tragico, ma l’atto con cui lo attraversa senza lasciargli l’ultima parola.
Per questo i due, più tardi, diranno che il cuore ardeva, perché il Signore agisce spesso così: non con l’evidenza che schiaccia, ma con il fuoco che riapre. Non ti consegna subito tutte le risposte, ti restituisce però un centro vivo. E quando il cuore ricomincia ad ardere, significa che la disperazione non ha vinto del tutto.
Poi viene la casa, la sera e quell’invito disarmante: “Resta con noi”. Una preghiera povera che non contiene una teologia raffinata. Una supplica che dice soltanto il bisogno elementare di una presenza. Resta. Arriva per tutti un’ora in cui l’uomo non ha bisogno di argomenti più forti, ma di una compagnia che non se ne vada.
Ed è a tavola che accade l’essenziale. Lo riconoscono non in un gesto di potenza, ma nel pane spezzato, cioè là dove Gesù non trattiene la vita per sé ma la consegna. Il Risorto si lascia riconoscere nel segno della vulnerabilità offerta, non dell’efficienza vincente. Anche noi lo incontriamo davvero non dove tutto è perfetto, ma dove qualcosa si dona, non dove la vita si impone, ma dove si spezza per amore.
A quel punto sparisce dalla loro vista ma non è una sottrazione, è una maturazione. Prima avevano bisogno di vederlo fuori di sé, adesso possono portarlo dentro. E infatti si alzano e tornano a Gerusalemme: stessa notte, stessa strada, stessi chilometri ma quando cambia il cuore, cambia il verso del cammino. Prima quella strada serviva a prendere le distanze, adesso diventa la via del ritorno.
Il contrario della fede non è soltanto l’ateismo o il rifiuto. A volte il contrario della fede è una vita ordinata, anche corretta, ma che ormai ha perso mordente, una vita in cui si continua a camminare, però senza aspettarsi più niente, una vita che ha già pronunciato, magari in silenzio, il suo “noi speravamo”.
Eppure proprio lì il Risorto passa, ci raggiunge mentre ce ne stiamo andando, percorre anche i sentieri stanchi, laterali, opachi. Il compito della Chiesa non è anzitutto quello di portarlo dove non c’è, ma di aiutare gli uomini a riconoscerlo dove è già, nelle pieghe della vita, nei tragitti sbagliati, nelle sere senza slancio, nei cuori quasi spenti perché la Pasqua non è il premio per chi è rimasto impeccabile ma il nome di una Presenza che sa raggiungere anche chi si era già convinto che fosse finita.








