Ancora un’Epifania. Il Battesimo del Signore è come una soglia, una rivelazione che passa dall'acqua. Quella che celebriamo oggi non è solo una scena evangelica edificante: è una pagina di identità. Il Battesimo del Signore non aggiunge un dettaglio alla vita di Gesù: svela, piuttosto, il cuore di Dio. Gesù arriva al Giordano e fa …
Ancora un’Epifania. Il Battesimo del Signore è come una soglia, una rivelazione che passa dall’acqua. Quella che celebriamo oggi non è solo una scena evangelica edificante: è una pagina di identità. Il Battesimo del Signore non aggiunge un dettaglio alla vita di Gesù: svela, piuttosto, il cuore di Dio.
Gesù arriva al Giordano e fa una cosa disarmante: si mette in fila.
Non ne ha bisogno. Non deve “purificarsi”.
Eppure entra nella corrente degli uomini.
È questo il primo annuncio: Dio non salva restando asciutto.
Dio non redime guardando da lontano.
Dio non ama “dall’alto”.
Dio entra. Si immerge. Abita.
E il Figlio — che è senza peccato — accetta di essere bagnato dalle acque dove noi portiamo colpe, stanchezze, paure, desideri confusi, speranze spezzate.
E mentre Gesù scende, il cielo si apre. Non perché la terra sia finalmente degna, ma perché il Figlio ha scelto di non restarne fuori.
La liturgia, quest’oggi, non ci racconta soltanto un fatto, ci consegna un criterio. Se nel Giordano si rivela il volto di Dio, anche il nostro battesimo diventa rivelazione: il modo in cui viviamo, il modo in cui stiamo con gli altri, il modo in cui la Chiesa abita la storia dice al mondo in quale Dio noi crediamo.
Presi per mano dal profeta Isaia abbiamo ascoltato il ritratto del Messia come una serie di tre “no”. Non sono negazioni per puntiglio: sono il contrario di ogni falsa religione, di ogni potere spirituale che schiaccia, di ogni autorità che si impone. Sono il Vangelo in controluce.
Il Messia non griderà, nè alzerà il tono.
Dio non ha bisogno di vincere un contenzioso. Non deve imporsi. Non deve farsi spazio con la forza. Il grido spesso nasce dalla paura: paura di non contare, paura, paura di essere messi da parte. In Dio non c’è la paura di perdere: ha già messo in conto che con l’uomo, sebbene talvolta sembri una partita persa, egli non si sottrae. E per questo la sua parola non schiaccia: genera. Alla verità di Cristo basta un sussurro.
Poi, non spezzerà la canna incrinata, non spegnerà lo stoppino dalla fiamma smorta.
Dio non si scandalizza della fragilità: la custodisce. La fascia. Non aggiunge peso a chi è già piegato. Non umilia chi sta cercando di rialzarsi. Non pretende prestazioni spirituali da chi, oggi, riesce a offrire solo un filo di fumo. E quel filo di fumo, per Dio, è già preghiera.
Infine, non verrà meno finché non avrà stabilito il diritto.
La via di Dio non è un entusiasmo che passa. Non è un progetto iniziato e poi lasciato a metà. Non è una promessa ritirata quando costa troppo. La giustizia di Dio non è un codice: è una fedeltà. È presenza che resta. È l’amore che non fugge quando la storia si fa buia.
In questo giorno, mentre la Chiesa contempla il Figlio immerso nel Giordano, celebriamo il 150° anniversario della nascita del Venerabile Augusto Bertazzoni. Non vogliamo vivere questo momento come la commemorazione di una figura di rilievo per la nostra Chiesa diocesana. Vogliamo viverlo, piuttosto, come una provocazione per noi: può una vita diventare trasparenza dello stile di Cristo?
In lui la Chiesa ha riconosciuto proprio questo: un pastore che non ha solo parlato del Vangelo, ma lo ha lasciato parlare dentro la sua carne, nelle sue scelte, nel suo modo di stare in mezzo al suo popolo. L’uomo di Dio, questo è stato il Venerabile Bertazzoni.
Proprio in questo appare la forza della sua testimonianza: i tre “no” del Messia, in lui, non restano parole ma diventano stile.
Il primo “no” — non gridare — si vede nel suo modo di essere pastore. Bertazzoni non cercò il clamore. La sua autorevolezza non aveva bisogno di alzare la voce. Aveva il passo di chi sa che la fede cresce come il lievito: lentamente, in silenzio, dal di dentro. E quel silenzio non era distanza: era quella che oggi va sotto il nome di prossimità. Le sue visite pastorali (ben 7!), ripetute e capillari, lo portarono anche nelle contrade più faticose da raggiungere. Non era un “visitatore”: era uno che stava, condivideva. E così il suo battesimo — la sua appartenenza a Cristo — diventava epifania: mostrava un Dio che non si impone ma accompagna.
Il secondo “no” — non spezzare — ha il volto dei poveri e dei fragili. Bertazzoni non rimase in superficie: scese dove la povertà era reale. Entrò nelle case umili, visitò malati, anziani, orfani. La povertà non fu un tema di cui vantarsi in qualche rotocalco. Non trattò la fragilità come un problema da gestire, ma come volti da custodire. C’è una differenza enorme tra “fare il bene” e “stare con chi soffre”: il bene può restare un gesto; lo stare diventa alleanza, condivisione, pazienza. Più avanti, un altro pastore (don Tonino Bello) chiederà di distinguere tra le opere di carità e la carità delle opere. Quando un pastore vive così, la Chiesa torna ad assomigliare al Cristo: non spegne lo stoppino che fuma, non spezza la canna incrinata. Anche qui il battesimo diventa rivelazione: dice che Dio non è un giudice impaziente, ma un Padre che rialza.
Il terzo “no” — non venire meno — è forse il più difficile, perché chiede una fedeltà che attraversa la notte. Ci sono ore in cui “restare” è la forma più alta dell’amore. Nella stagione buia della guerra, tra bombardamenti e distruzioni, quando perfino la casa e la cattedrale furono colpite, Bertazzoni non scelse la via comoda. Non cercò protezione per sé: restò accanto al suo popolo. E non fu un restare romantico: fu un restare operoso, fatto di carità, di ricostruzione, di rinascita sociale e materiale. Nella stessa linea di carità concreta si colloca anche la sua attenzione verso gli ebrei confinati: una carità che non seleziona, che non restringe l’amore ai “propri”, ma riconosce nell’uomo un luogo santo, sempre. E così la sua vita diventa una proclamazione silenziosa: il Dio in cui crediamo non abbandona.
E allora comprendiamo come il Battesimo del Signore non sia soltanto un mistero da contemplare; è, piuttosto, una forma da assumere.
Se il Messia non grida, non spezza, non viene meno, allora questi tre “no” diventano il discernimento quotidiano della fede: la misura della nostra parola, lo stile della nostra carità, la tenuta della nostra fedeltà.
Quale Dio rivela il nostro modo di parlare, di giudicare, di restare o di fuggire? Perché il battesimo non è l’iscrizione ad un’anagrafe: è una luce. E la luce non può non illuminare.
Si potrebbe ripetere, con il cuore di Agostino: “Si isti et istae, cur non ego? Se loro, perché non io?”. Se un vescovo come Augusto Bertazzoni ha lasciato che i “no” del Messia diventassero il respiro del suo essere pastore, perché non noi? Perché lo stile di Cristo è una possibilità. E quando qualcuno lo vive senza clamore, accade ancora ciò che accadde al Giordano: il cielo, misteriosamente, ricomincia ad aprirsi.








