Che cos’è questo nostro accorrere qui, di anno in anno, ai piedi della Vergine Maria? Cosa ci spinge fino a Viggiano dai luoghi più diversi di questa nostra terra lucana e non solo? Probabilmente, ognuno di noi è qui per una ragione personale e, tuttavia, ad accomunarci tutti è il sapere che la Madre di …
Che cos’è questo nostro accorrere qui, di anno in anno, ai piedi della Vergine Maria? Cosa ci spinge fino a Viggiano dai luoghi più diversi di questa nostra terra lucana e non solo? Probabilmente, ognuno di noi è qui per una ragione personale e, tuttavia, ad accomunarci tutti è il sapere che la Madre di Dio, con il suo abituale stile di discrezione, è colei a cui più di ogni altra persona, possiamo confidare e consegnare ciò di cui necessitiamo. Siamo qui perché abbiamo bisogno della sua attenzione e del suo sguardo capace di vedere oltre, in profondità.
Maria non solo vede ma pre-vede e per questo non solo risponde alla nostra supplica ma pre-viene la domanda come ricorda stupendamente Dante: “la tua benignità non pur soccorre a chi domanda ma molte fiate liberamente al dimandar precorre”.
Il Vangelo di Giovanni parla della Vergine Maria solo due volte: alle nozze di Cana e ai piedi della Croce. E in entrambi i casi l’accento è posto sulla sua presenza: il suo esserci a una festa di nozze che rischia di naufragare (“c’era la madre di Gesù”) e il suo stare quando la morte sembra avere l’ultima parola (“stavano Maria, la madre di Gesù…”). Maria c’è, sia quando la vita conosce la promessa del suo fiorire sia quando sembra non esserci più via di scampo.
È proprio il suo esserci ciò che più ci rassicura: il suo posto di madre è il posto dei figli con ciò che essi vivono, ciò che attraversano, ciò che sperimentano, ciò che li fa trasalire di gioia e ciò li fa rattristare.
Abbiamo bisogno di apprendere la sua pietà: “Nella pietà xhe non cede al rancore, Madre, ho imparato l’amore” (F. De Andrè).
Stabat
Quel suo stare insieme alle donne e al discepolo amato ai piedi della croce di Gesù è tutto da rileggere. Noi lo abbiamo sempre inteso come la compartecipazione al dolore del Figlio. Abbiamo attribuito a lei quello che ogni madre proverebbe nel ritrovarsi di fronte alla morte ingiusta di suo figlio e, pertanto, quel suo stare lo abbiamo letto come l’esito della pietrificazione prodotta dal dolore. Anche la raffigurazione dell’Addolorata riproduce solitamente questo modo di vedere le cose: una donna accasciata e bisognosa di essere sostenuta, tanta era la pena del suo cuore trafitto da sette spade.
Tutto questo è vero ma per san Giovanni (il quale non si sofferma sul dolore e sul dramma vissuto sul Calvario), quello di Maria è lo stare di chi attende una parola, di chi aspetta un compimento, è lo stare di chi sente che la sua strada è in un vicolo cieco se il Signore non interviene. Era accaduto già a Cana quando aveva affrettato l’ora del Figlio.
Maria è in piedi, perché sa che anche nel momento del dolore atroce, c’è ancora una parola da accogliere, un cenno del Signore a cui prestare ascolto e obbedienza: la puetà che non cede al rancore, appunto.
Ed è proprio l’obbedienza di Maria e di Giovanni ad assicurare una nuova presenza del Signore in seno alla storia.
Cosa può voler dire questo a noi?
La vita non risparmia a nessuno di noi le lacrime della prova: queste accompagneranno sempre la storia umana. Esse, però, non sono l’ultima parola. Maria sta ai piedi della croce non per vedere come sarebbe andata a finire ma per misurarsi con il compimento di Dio.
Tutta la nostra vita è nell’ordine dell’incompiuto: forse che i nostri desideri trovano sempre l’appagamento desiderato? Forse che il piacere ricercato a tutti costi ci soddisfa? Forse che i risultati perseguiti ci accontentano?
Pensiamo alle nostre scelte di vita: un’amicizia su cui avevamo investito e che poi si è rivelata incapace di mantenere la promessa; la fatica del trovare la persona giusta per condividere una vita coniugale; una vita di consacrazione nata sull’onda dell’entusiasmo giovanile che ben presto vive il disincanto di una promessa tradita; l’investimento di energie e tempo per conseguire un titolo di studio a cui non ha fatto seguito il giusto riconoscimento; l’attenzione e la cura profuse per i figli che poi vanno per strade che non sempre sono quelle sognate dai genitori; le giovani vite spezzate anzitempo per le cause più diverse. E l’elenco potrebbe conrinuare all’infinito.
Se l’incompiuto è ciò che è trasversale a momenti e situazioni della vita di ognuno di noi, allora è la rassegnazione l’unico sbocco e la frustrazione l’ultimo approdo?
Chi contempla Gesù sulla croce solo con occhi umani non può non concludere che si tratti di una missione incompiuta proprio come tutte le cose degli uomini.
Non così Maria, non così il discepolo amato e le donne con loro.
C’è ancora un compito, quello di completare nella propria “carne ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa”. Ecco cosa ci manca per non restare schiacciati sotto il peso delle nostre incompiutezze.
Il nostro compimento non è la realizzazione dei nostri desideri pur legittimi ma conformarci a Gesù Cristo perché si compia in noi e attraverso di noi l’opera di Dio. Questo è il senso della vita cristiana, questo il senso del nostro attaccamento alla Madre di Dio.
Comprendiamo così perché Maria ripeta ai servi alle nozze di Cana: “qualunque cosa vi dica, fatela!”. Foss’anche mettere a disposizione dell’acqua là dove manca il vino della speranza. Tu fidati, il Signore farà il resto!
Stasera è a ciascuno di noi che il Signore ripete: “Figlio, ecco tua madre”. Come per Maria ci fu una seconda annunciazione ai oiedi della croce – offrire il suo grembo per generare noi alla vita nuova dei figli di Dio – c’è un’annunciazione anche per noi: “Figlio, ecco tua madre”.
Questa festa e il nostro pellegrinaggio sarebbero fini a se stessi se non la prendessimo con noi: perché là dove ci misuriamo nuovamente con l’incompiuto, possiamo anche noi metterci in ascolto di ciò che il Figlio Gesù vuol fare di noi, ciascuno per la sua parte.
Così speriamo e così sia.








