Premessa

Avete scelto un brano evangelico insolito per prepararvi alla celebrazione del mandato. E, tuttavia, proprio l’episodio di Cana può rappresentare un altro approccio a quello che vi apprestate a vivere come associazione.

Mandati da chi? Mandati a chi? Dove? Mandati per cosa?

Vi chiederei di tenere come sfondo queste domande che, spero, possano ricevere nuova luce proprio da un brano evangelico tanto conosciuto e, forse, dato troppo per scontato.

“La “totale secolarizzazione della società” ha cambiato radicalmente il contesto nel quale la Chiesa e i cattolici sono chiamati a operare. Se ieri era la non credenza a doversi giustificare in un orizzonte di credenza, oggi il rapporto si è invertito e la credenza si presenta come una semplice opzione all’interno di un variegatissimo universo di non credenza…

Non sempre ci rendiamo conto… del vantaggio che esso potrebbe portare a una Chiesa che, anziché imbarcarsi in indagini socio-economiche (a volte frettolose) sulle cause della povertà e dell’ingiustizia, decida di puntare tutto sull’unica cosa che conta per davvero e della quale, oggi come sempre, il mondo ha urgente bisogno: Dio, la croce di Gesù Cristo e il suo Vangelo di salvezza” (Sergio Belardinelli, Settimo cielo 28 settembre 2022).

Se questo è il quadro in cui ci muoviamo oggi, cosa viene a dirci la Madre di Dio?

“La tristezza nella Chiesa e nel mondo ha certamente qualche rapporto con l’assenza della Madre di Gesù” (G. Danneels).

Maria intuisce per grazia che gli snodi della vita non possono essere affrontati solo a partire dalle nostre disamine puntuali o attingendo solo alle nostre capacità. Non c’è situazione in cui non sia in gioco la fede. Guarda caso, proprio lei che è esperta di obbedienza può chiedere l’obbedienza della fede a fronte di una realtà che umanamente parlando sarebbe stata da fronteggiare diversamente: al vino mancante, logica vuole, che si provveda con altro vino non con dell’acqua.

Cana è senz’altro un momento particolarmente decisivo nel cammino dell’uomo Gesù. Ed è significativo che a segnare la svolta sia la presenza di una donna, la madre. Non poche volte i nostri incontri potrebbero essere l’occasione propizia perché qualcosa di nuovo accada nella vita dei nostri fratelli ma manca Maria di turno che introduca Gesù.

Maria incarna quasi un’accelerazione – non è ancora giunta la mia ora – una nuova rivelazione nel piano di Dio. Il suo non è un semplice esserci ma una spinta al cambiamento.

Maria coopera all’irruzione dell’opera di Dio nella storia umana e lo fa a partire dalla sua condizione di creatura e di madre, con una fiducia in Dio espressa non fuori del tempo e dello spazio, non prefabbricata e tantomeno al riparo da momenti di non comprensione.

Nei vangeli le donne sono sempre presentate come figure aperte: aperte alla fede e soprattutto al cambiamento che la fede postula. Non può essere detto lo stesso delle figure maschili che arrivano a comprendere solo dopo e con non poche resistenze.

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Tre giorni dopo…

Annotazione non da poco nella Scrittura quella del terzo giorno. Sul Sinai, il terzo giorno, il Signore rivelò la sua gloria a Mosè e il popolo di Israele credette in lui. Come al Sinai il Signore aveva dato a Israele la Legge dopo aver creduto, a Cana Gesù dona il vino migliore, che è il vangelo, ai discepoli che crederanno in lui e a Pasqua, ancora il terzo giorno, donerà lo Spirito a tutti i credenti in lui.

Ci fu uno sposalizio… e c’era la madre di Gesù

Al centro di questo racconto c’è la madre di Gesù. È lei la prima persona a comparire sulla scena e appare senza nome proprio perché la sua vicenda è letta a partire dal legame che intrattiene con Gesù.

La madre di Gesù era già là

Bellissima questa espressione. È l’immagine della Chiesa che si fa presente. È l’immagine che traduce uno stile abituale, quello di chi attende e prepara eventi nel segno del gratuito. Maria è innanzitutto colei che è là, che sta, che è in attesa.

Lo stesso Gesù appare un po’ defilato: fu invitato alle nozze anche Gesù. Maria è al centro perché è lei lo snodo della pagina. Se dunque è lei al centro dell’episodio proviamo a cogliere come Maria vi si colloca.

Non dimentichiamo che siamo a Cana, ossia nella Galilea delle genti, luogo da cui Dio riparte. Se Israele tende a circoscrivere, Dio apre, continuamente.

 

La visione d’insieme ovvero… dell’attenzione

Il racconto evangelico presenta un insieme di persone con una mansione specifica: si tratta di un matrimonio e perciò c’è chi prepara da mangiare, chi serve, chi anima la festa, chi presiede all’organizzazione. Eppure è soltanto Maria che riesce a stare in quella situazione senza perdere di vista l’insieme. L’unica capace di un colpo d’occhio che le consente di capire che cosa di essenziale sta accadendo e che cosa di essenziale è venuto meno. Osserva ciò che accade intorno a lei. Vive con attenzione. “Attenzione è un atteggiamento amico verso gli altri, è la prontezza a cogliere segni attorno a sé; a scuotersi dall’ovvio, dal risaputo, dal senso del dovere imposto; a passare dal particolare all’universale, dal personale al comunitario; a sentire gli altri come persone che danno respiro al cuore” (Ronchi).

Maria ci è presentata come donna capace di sintesi e perciò attenta ai particolari. Magari avrà avuto anche lei qualche mansione in quel matrimonio, eppure, nonostante badasse alle singole cose, non le sfuggiva la visione d’insieme. E qui emerge uno dei tratti tipicamente femminili: stare a contatto con la realtà non a partire dall’analisi puntuale di tutti gli elementi – come farebbe il maschile – ma a partire dall’intelligenza del cuore.

Maria percepisce la domanda inespressa di quella realtà. E la formula: Non hanno più vino. Chi è mandato sente che ogni crisi e ogni festa lo riguardano, ma soprattutto lo riguarda ogni persona. Maria non dice: Non c’è più vino, ma non hanno più vino. Prima di tutto le persone.

Magari anche altri se ne saranno accorti ma sono incapaci di iniziativa. Proprio come accade a noi quando ci troviamo in situazioni analoghe e, non sapendo cosa fare, preferiamo andare avanti facendo finta di niente. Maria non fa finta di niente.

Non è scontato stare a contatto con la mancanza. Quando nella nostra vita ci si accorge di qualcosa che manca, c’è subito chi si agita, chi si irrita, chi si innervosisce fino a litigare buttandosi addosso le eventuali responsabilità. Si cerca un colpevole facendo un processo.

Credo sia un dono molto particolare questo sguardo d’insieme sul mondo, sulla storia, sulla società, sulla Chiesa, sulla famiglia, sulle proprie relazioni, sulla propria esistenza. Cogliere i momenti difficili, riconoscere gli snodi, avere luce per decifrare i segni e coraggio per non tirarci indietro in modo da provvedervi con discrezione ed efficacia.

Un rischio che oggi possiamo correre è quello di essere sempre più specializzati nel fare una cosa piuttosto che un’altra e, tuttavia, mancare di una percezione complessiva che riesce a cogliere il senso di ogni cosa perché capace di non perdere il senso del tutto. Non a caso si parla molto di segmentazione dell’esistenza.

Stiamo a contatto con un mondo di cui non sempre riusciamo a cogliere le domande reali anche se inespresse.

Maria non provvede in prima persona alla necessità del vino ma la mette in luce affidandola al Figlio. Ella ha fede in Gesù come in colui che può sopperire a un bisogno: essa già crede nella sua potenza senza bisogno di segni per credere.

Maria è capace di riconoscere che il suo compito giunge fin là: mettere in contatto quelle persone con Gesù e con il suo modo di intervenire.  Qui è in gioco la nostra missionarietà, il nostro mandato. Che cosa annunciamo una serie di informazioni (si pensi ai nostri itinerari di catechesi) o la lieta notizia che ha cambiato la nostra vita?

Inoltre, non è da dimenticare che Gesù è già là, è presente anche se sembra uno dei tanti. Compito di Maria è introdurlo, dargli spazio e questo non con forza ma con discrezione.

Come vivo i miei incarichi personali? Mi lascio prendere al punto di non avere più il gusto per l’insieme della vita della mia famiglia, della mia comunità, del mio mondo?

 

Maria si immedesima: la capacità di empatia

Non basta una visione d’insieme e non basta neppure l’attenzione. Maria potrebbe scindere la sua vita da quella vicenda, ma non lo fa. Sta nella realtà immedesimandosi. Non le è sufficiente fermarsi all’analisi: preferisce entrare nel problema e vi entra al punto da meritare persino un rimprovero da parte di Gesù: Che ho da fare con te, o donna? Il senso di questa frase non è immediato, ma non è una espressione che incoraggi. Maria non si turba: non comprende, ma si rimette alla volontà del Figlio. E così diventa discepola la cui fede è aperta all’incognito prima ancora che intervenga l’evidenza del segno.

Comprendiamo il senso dell’espressione la madre di Gesù era già là: non tanto madre fisica ma madre che lo ha generato nella fede. Sarebbe interessante rileggere questo brano mettendo il nostro nome: Antonio… era già là. Maria crea un contesto di libertà in cui la libertà di Gesù potrà agire molto più liberamente perché gli è accordata fiducia in anticipo.

Non hanno più vino. Il vino è simbolo di una vita che si espande liberamente. La mancanza di vino è tutto ciò che chiude, che irrigidisce, crea sospetto, tristezza, permalosità, suscettibilità, litigiosità, malumore, pessimismo, critica corrosiva, acidità.

Fatti come siamo per un legame nuziale le con Dio, di fatto, la nostra è una relazione sempre minacciata: il vino può mancare, noi conosciamo anche l’esperienza di un amore che finisce. Una relazione sempre a rischio. Non c’è esperienza umana che non sia sottoposta al venir meno. Dio, però, non si rassegna a questa costante.

Il primo segno che Gesù compie consiste nell’aggiungere più di 600 litri di vino ad un banchetto!  Si resta scandalizzati di fronte a questo Dio, come si scandalizzerà Giuda al vedere un vaso di nardo prezioso sprecato per lavare e profumare i piedi di Gesù. Il Dio dello spreco!

E invece qui siamo nell’ordine della sovrabbondanza del vino bello. In fondo, la mancanza che Maria nota non è nell’ordine dell’essenzialità. Si tratta, invece, della mancanza di quel quid che permetta che le cose vadano nel modo giusto. Quante relazioni, quante comunità mancano di questo quid! Sì, c’è l’adempienza dei propri doveri, tutto è eseguito alla perfezione eppure t’accorgi che manca quel quid rappresentato dal vino.

Non è scontato accorgersene. Talvolta, le nostre analisi pure puntuali non vengono a capo di certe situazioni. Perché questa crisi? Perché questa comunità non ingrana?

L’invito, dunque, è a scoprire ciò che manca, non per recriminare ma per riconoscere che siamo a uno snodo.

A volte manca “un superfluo più importante del necessario: manca amicizia, fede, gioia, bellezza, qualità di vita. Mancano forse piccoli perdoni, piccoli sorrisi, piccole tensioni da coprire, piccole parole da frenare, piccoli gesti di affetto” (Ronchi).

Attenzione, però: non è un vino qualsiasi quello che manca, ma quello buono. Gesù chiede il vino buono, la cui caratteristica è il senza misura, l’abbondanza: Sei giare di pietra da riempire fino all’orlo. Non ci basta il fondo di un bicchiere.

 

Maria è capace di osare

Alla sollecitazione di Maria, Gesù non dice che provvederà. Maria nondimeno dice ai servi: Fate quello che vi dirà.  Sono le parole pronunciate dal Faraone durante la carestia in Egitto quando alla gente che era nel bisogno aveva detto: Andate da Giuseppe e fate quello che vi dirà (Gen 41,55-56).

Maria è sicura del figlio, propria come un’altra donna, la Cananea, la quale non fa più dipendere la sua fede dalle gratificazioni passeggere (se Gesù le risponderà bene, se le andrà incontro, se le mostrerà attenzione): essa è certa di Gesù e perciò persevera. Così Maria: non si indispettisce ma persevera dicendo: malgrado quanto appare all’esterno ti affido tutto con fiducia e invito gli altri a obbedirti senza esitare.

Ciò che caratterizza il discepolo inviato, infatti, è la fede, quell’esperienza grazie alla nulla è senza senso. Il Signore, infatti, continua la sua azione creatrice modellandoci e plasmandoci attraverso tutte le vicende esistenziali.

Credere non significa solo sapere e proclamare che Dio c’è: significa accettare di essere messi in questione da tale verità, innanzitutto attraverso l’ascolto di Dio che parla e interpella l’uomo. È l’incontro e la relazione con Cristo che fa il cristiano. Ciò che ci permette di osare è il grado di frequentazione che abbiamo con Gesù. È ovvio che questa frequentazione è fatta di assiduità, non può essere relegata al “me la sento o non me la sento”.

Fino a questo momento Gesù appare ancora chiuso in un’idea un po’ astratta della sua missione. L’intervento femminile si rende necessario perché la sua comunione con il Padre possa farsi leggibile. Quella di Maria, perciò, è qui una tipica funzione materna, generatrice.

Fate quello che vi dirà: è una espressione che nasce dalla convinzione che questo è ciò che è bene per l’uomo. È ovvio che va contro il nostro abituale modo di pensare secondo cui so io qual è il mio bene. Da parte di Maria è una rinuncia a decidere e prescrivere in prima persona ciò che è giusto fare.

Forse la certezza che manca è quella che deriva dall’aver affidato la nostra vita a lui, dall’aver superato il guado della fede. Il nostro rischio è quello, appunto, di registrare l’amarezza di una situazione o di cercare soluzioni inadeguate.

È Maria che apre la via a Gesù per compiere il primo dei sette segni che Gesù compirà suscitando la fede dei testimoni. Maria non ha bisogno di segni per credere a differenza di tutti gli altri (cfr. Gv 4,48).

“Con il suo sguardo interiore, più penetrante di quello della semplice ragione, Maria sente che Gesù, nonostante il rifiuto che ha appena espresso, può fare e sta per fare qualcosa: avverte in lui un processo in atto, un intimo divenire. Lo avverte con quella comprensione quasi viscerale e senza bisogno di parole, che è propria di molte madri nei confronti del figlio” (Sebastiani).

In questo suo intervenire, Maria suscita delle collaborazioni, chiede che ciascuno compia la sua parte. Avrebbe potuto compierlo lei il gesto di riempire d’acqua le giare, ma non lo fa. A noi sembra, invece, che le cose funzionino quando siamo noi a riuscire a fare tutto. Certo, se ci pensiamo, è poca cosa attingere l’acqua, ma è quanto basta.

Fino alla fine

Il dramma di ogni generazione è lo stesso di sempre: la mancanza di vino. Dov’è l’amore, la gioia, la vita per cui siamo fatti e di cui ci sentiamo defraudati? Il vangelo ci annuncia che con Gesù, Parola di Dio fatta carne, ognuno può gustare il vino offerto in abbondanza e gustarlo fino alla fine. Con questo segno Gesù non ha guarito qualcuno da una malattia, come farà altrove. Ci ha salvati, invece, da ciò che distrugge in radice la nostra umana: l’assenza di amore e di gioia.

Il vino bello, però, Gesù non lo fa dal nulla, ma dall’acqua che riempie le giare di pietra, vale a dire dal desiderio di vita che c’è in ciascuno di noi. Dio assume e valorizza tutto ciò che è dell’uomo e della storia: la salvezza che offre è salvezza dell’umano. Quod non assumptum non redemptum!

Perché tutto ciò che è umano diventi vino bello bisogna anzitutto riconoscere con la “madre” di non avere più vino e fare quanto egli dirà, riempiendo d’acqua le mie giare e attingere adesso.

“Ogni uomo serve prima il vino bello”. È quello che avviene nel mondo: all’inizio tutto è bello, pieno di vita. Poi tutto invecchia e decade e il vino si fa sempre più scadente fino a venir meno e a far sì che la festa finisca. La fortuna, in questo caso, è non accorgersi!

Gesù consegna un altro modo di stare al mondo. Se mi fido della sua parola la mia vita non è un lento procedere verso il decadimento ma verso il compimento.