A un mese dalla morte di Mario, una preghiera accorata sorge spontanea dal nostro cuore. È la preghiera che la Chiesa pone sulle nostre labbra in tutte le celebrazioni eucaristiche quando, dopo il Padre nostro, ci rivolgiamo a Gesù dicendo: “non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa”. Vorrei che nella nostra preghiera chiedessimo al Signore di non tenere conto della fragilità che ha avuto il sopravvento su di lui ma di considerare, invece, l’interminabile litania di bene che ha caratterizzato l’esistenza di Mario.

In questo mese, infatti, non è passato giorno in cui qualcuno non mi abbia parlato di lui. Ricordo come ora un suo collega che, avendo avuto tra le mani l’omelia delle esequie, ha realizzato che il suo parroco era il fratello di Mario e perciò si è catapultato insieme alla moglie in cattedrale per venire a salutarmi. Quante le testimonianze circa il suo modo di essere e di operare, il suo tratto amabile, discreto, educato, rispettoso, il suo sorriso sempre accennato! E poi, in ambito lavorativo la sua competenza unica nel settore della monetica, la sua affidabilità, il suo senso del dovere. L’ultima testimonianza in ordine di tempo l’abbiamo raccolta ieri di rientro da Roma: insieme a Francesco ho incontrato il suo capo area. Dopo averci raccontato chi era e cosa rappresentava Mario per lui e per l’azienda in cui lavorava, non è riuscito a trattenere le lacrime di commozione. Un uomo per bene, Mario. La sua mancanza si sente, un senso di vuoto accompagna il suo ricordo.

Non siamo mai sufficientemente attrezzati per elaborare i lutti. Gli addii, soprattutto quelli improvvisi e inaspettati, misurano ogni volta di più la nostra incapacità a riconoscere cosa possa voler dire prendere congedo.

Patiamo anche noi come Marta e Maria l’angoscia del distacco: “Se tu fossi stato qui…”.

E mentre patiamo questo dolore, i nostri occhi incrociano il Signore che, “per grazia, non è un Dio dagli occhi asciutti”.

Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di quello sguardo che riesce ad attribuire ad ogni evento un senso perché tutto legge dalla prospettiva di chi non è mai contro di noi.

“Se tu fossi stato qui…”: ci è difficile sopportare un Dio che sembra sordo alle nostre domande. La tentazione di fuggire è molto forte. E possiamo fuggire in tanti modi. Rimuovendo il problema o trovando vie che immediatamente possono sembrare più allettanti ma che in realtà non fanno altro che rimandare la domanda che puntualmente si ripresenta.

Ci è difficile “stare” in quei passaggi della vita che immediatamente non comprendiamo e che nondimeno possono essere attraversati solo nella misura in cui abbiamo imparato a riporre fiducia nel Signore. Vorremmo che il Dio nel quale crediamo ci risparmiasse questi passaggi. Eppure non è così. E non è così non per chissà quale congiura da parte sua nei nostri confronti. Abbiamo tutti la convinzione che se c’è un Dio questi è uno che preserva, che risparmia.

Il Dio che Gesù è venuto a svelarci è un Dio che non salva neppure se stesso ma perde la vita.

Vano e sterile continuare a domandarsi il “perché”. Il dolore diventa fecondo solo nella misura in cui iniziamo a chiederci “per chi”. Cosa voglio fare di questa prova? Cosa dice a me?

“Gesù quando la vide piangere si commosse profondamente, e si turbò… e scoppiò in pianto… Vedi come lo amava”.

Gesù piange per la morte dell’amico ma poi va oltre e chiede: togliete la pietra.

Forse, anche nella vita di ciascuno di noi c’è una pietra che chiude e che soffoca. E non sempre è una pietra materiale. Quella pietra è figura di tutto ciò che pesa sul nostro cuore.

Pietra può essere la paura che ci chiude, l’egoismo che ci soffoca, tutto ciò che in noi e attorno a noi spegne gli aneliti più veri, l’arrenderci alla rassegnazione, il vivere un’esistenza superficiale senza infamia e senza lode. C’è il rischio anche per noi di vivere nella prigionia di una tomba quando nessuna ombra di futuro attraversa le nostre giornate. Ed è facile arrendersi alla morte ancor prima che sopraggiunga quella fisica.

Il fatto che Gesù chieda di togliere la pietra sta ad indicare che non ci si può abbandonare alla morte in maniera disinvoltamente normale. Chiede anche a noi di affidarci al pianto di una protesta, proprio come egli si ribella alla morte dell’amico.

Insieme al pianto il grido, un urlo addirittura: Urlò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori”.

Ancora una volta Gesù grida perché io non smetta di sperare, grida perché ciascuno di noi riconosca quali sono quelle realtà che finiscono per soffocare un’esistenza, tutto ciò che per noi suona come figura di una morte anticipata. Non già perché mi venga risparmiata la morte biologica – questa non verrà risparmiata neanche a lui – ma perché possa rileggere alla luce del vangelo ogni distacco, ogni partenza.

Passare dalla nostalgia di ciò che abbiamo condiviso con Mario alla speranza di rivederlo un giorno quando saremo tutti con il Signore, significa proprio non arrendersi, non rassegnarsi. Non è la rassegnazione il dono da chiedere come tanti hanno suggerito in questo tempo ma la speranza che deriva dalla fede: “La speranza non ha niente a che vedere con l’ottimismo. Non è la convinzione che tutto andrà bene, ma la certezza che tutto ha un senso, indipendentemente da come finirà”. Così scriveva Vaclav Havel, già Presidente della Cecoslovacchia.

Questo evento chiede a noi di discernere quale parola è custodita in esso per ciascuno di noi. Ci chiede di far sì che quello che noi cogliamo come un accadimento, una cosa che ac-cade senza alcun senso perché letteralmente ci è piombato addosso, diventi un avvenimento: anche in questa esperienza di dolore c’è un cammino di Dio verso di noi e c’è una parola rivolta a ciascuno di noi.

Credi tu questo?