Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata.

È con questa certezza che oggi celebriamo il nostro commiato da Rosa. Certo, non godremo più della sua presenza fisica in mezzo a noi, ma la sua dipartita non è un incamminarsi verso il baratro, verso il nulla. Rosa è stata introdotta, mediante la morte, all’incontro con il Signore.

Per questo, sant’Ambrogio, in occasione della morte di suo fratello, in un trattato dal titolo un po’ insolito – “Sul bene della morte” – scrive: “Bisogna che la tua vita sia un passaggio continuo”. Tutti i passaggi della nostra vita, da quelli gioiosi a quelli infausti, altro non sono che un introdurci in una comprensione nuova di noi stessi e del nostro essere al mondo, fino a quando vivremo l’ultimo passaggio, diverso per ciascuno di noi, che segnerà l’ingresso nella vita stessa di Dio. Come ogni passaggio che si rispetti, esso va preparato, va atteso.

Stando alle testimonianze che ieri pomeriggio avete condiviso con me, Rosa, per indole, probabilmente, ma anche per l’educazione ricevuta, ha fatto in modo di essere all’altezza di ogni passaggio della sua vita. Il carattere, forse, la rendeva determinata, decisa, ma il senso di responsabilità con cui ha vissuto ciò che la vita le ha chiesto di assumere, ne fa una donna capace di stare nei passaggi. Penso al suo farsi carico dei sei fratelli più piccoli a soli dodici anni quando si è trovata costretta a diventare adulta anzitempo. Penso al suo gabbare i tedeschi in pieno conflitto mondiale per mettere in salvo le provvigioni per la sua famiglia e non vedere dilapidato ciò che serviva alla sussistenza dei suoi cari.

Mi avete raccontato che aveva lasciato per iscritto il suo desiderio di un funerale solenne. Desiderio più che legittimo e opportuno. Sebbene provati dal dolore per la scomparsa di una persona cara, quello che celebriamo è un dies natalis, è la Pasqua di Rosa. Dal punto di vista umano noi contiamo una sottrazione, da quello della fede, invece, celebriamo un compimento: uno di noi ha raggiunto la meta, l’abbraccio con il Signore.

È per questo che ho voluto che proclamassimo durante la liturgia il brano di Lc che riporta la vicenda del santo vegliardo Simeone il quale, dall’insolita postazione di età avanzata, consegna a noi il senso del vivere e del morire.

Pur essendo carico di anni, è riuscito a rimanere giovane perché tutta la sua esistenza si è dipanata sul filo dell’attesa e della speranza.

Gli anni che annovera più che fargli registrare esperienze e delusioni, hanno permesso loro di accumulare speranza. Per usare un linguaggio oggi in voga, ha avuto il coraggio dei propri sogni. Non ha mai rinunciato alla follia dell’attesa di quell’incontro. È rimasto creatura di desiderio senza lasciarsi appiattire dall’abitudine. Gli anni, le solite cose, le solite persone, il solito lavoro non ha prosciugato la loro freschezza. I giorni, pur nella loro monotona successione, non ha inaridito il suo cuore.

Qual è stato il suo segreto? Non certo un elisir di lunga vita.

Pur inserito in un mondo vecchio, gli occhi di Simeone sono rimasti fissi sull’avvenire. Non gli era possibile invecchiare perché doveva tenersi pronti per un incontro.

“On devient ce qu’on regarde”. Si diventa ciò che si guarda. Io cosa guardo? Cosa attendo? Attendo ancora qualcosa?

Simeone non poteva morire perché gli restava ancora una cosa da vedere. Gli mancava ancora l’incontro decisivo. E poiché non c’era agenda che riportasse la data di quell’appuntamento, non poteva che restare in attesa e vivere di speranza. A differenza di tanti anziani “laudatores temporis acti” (cantori del tempo che fu), egli non guardava indietro ma puntava i suoi occhi in avanti. Quando ci si ritiene arrivati e convinti di aver già visto tutto, si è irrimediabilmente vecchi, anche a trent’anni. Simeone, a dispetto degli anni, non perde la memoria. Quale memoria? Quella del futuro.

A buon diritto si possono applicare a lui le parole del Salmo 90: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”. Si tratta di contare a partire da una meta, non già da un punto di partenza, per cui invece di invecchiare si diventa sempre più giovani. Dobbiamo imparare a contare non ciò che abbiamo avuto, ma ciò che ci manca, non le nostre conquiste, ma ciò cui non siamo ancora giunti, l’abbraccio con il Padre.

“Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”.