«Amate i vostri nemici». La parola più difficile del Vangelo è diventata, a forza di ascoltarla, una delle più innocue: «Amate i vostri nemici». Gesù non chiede soltanto di rinunciare alla vendetta, né propone l’oblio come rimedio alla ferita. Chiede qualcosa che va molto più a fondo: continuare ad amare proprio là dove avremmo tutte …
«Amate i vostri nemici».
La parola più difficile del Vangelo è diventata, a forza di ascoltarla, una delle più innocue: «Amate i vostri nemici». Gesù non chiede soltanto di rinunciare alla vendetta, né propone l’oblio come rimedio alla ferita. Chiede qualcosa che va molto più a fondo: continuare ad amare proprio là dove avremmo tutte le ragioni per smettere di farlo.
E subito precisa: “fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”.
Gesù nomina il male senza attenuarlo. C’è qualcuno che odia, qualcuno che maledice, qualcuno che tratta male, qualcuno che prende ciò che è tuo. Il Vangelo non ci chiede di chiamare incomprensione ciò che è cattiveria, né di sorridere davanti a ciò che ci ha ferito. Gesù non attenua il male e non gli cambia nome. Ma non accetta che il male ricevuto diventi il criterio della nostra risposta. Il male, infatti, possiede una strana capacità di riprodursi. Qualcuno mi ferisce e, senza accorgermene, comincio a vivere a partire dalla ferita. Qualcuno mi umilia e continuo per anni a discutere interiormente con lui. Qualcuno mi toglie qualcosa e io gli consegno molto di più: gli permetto di abitare i miei pensieri, di indurire il mio sguardo, di decidere chi meriti ancora la mia fiducia. Alla fine chi mi ha fatto del male continua a farmelo anche quando non c’è più.
È qui che la parola di Gesù diventa tagliente: non lasciare al tuo nemico il potere di decidere la misura del tuo cuore. Se lui odia e tu impari a odiare, ha già vinto due volte. Se lui ti ha ferito e la ferita diventa il criterio con cui guardi tutti, il male ha ottenuto molto più di ciò che ti aveva sottratto.
«Amate i vostri nemici» significa anche questo: ciò che mi hai fatto non stabilirà ciò che io diventerò.
Maria conosce questa frontiera. La sua storia comincia con una misura che non è la sua. «Rallegrati, piena di grazia». Prima che Maria faccia qualcosa per Dio, Dio ha già fatto qualcosa per lei, prima del suo «eccomi» c’è la grazia, prima della risposta c’è uno sguardo.
Per questo nel Magnificat Maria non canta anzitutto ciò che ha fatto lei. Canta ciò che ha fatto Dio: «ha guardato», «ha spiegato», «ha disperso», «ha rovesciato», «ha innalzato», «ha ricolmato», «ha soccorso». E quando deve dare un nome a questa maniera di agire di Dio, ne trova uno: misericordia.
«Di generazione in generazione la sua misericordia». Ossia: Dio non ci tratta secondo ciò che trova in noi. Se Dio si limitasse a restituirci quello che gli diamo, la storia della salvezza sarebbe finita da tempo.
Noi siamo quelli del contraccambio. Dio no. Ed è precisamente qui che Gesù conduce i suoi discepoli: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso». Quel «come» fa paura. Perché noi continuiamo a chiedere: se lo merita? Perché dovrei fare ancora io il primo passo? Perché dovrei perdonare se l’altro non riconosce quello che ha fatto? Quante volte devo ricominciare?
Dio, invece, è mosso da un’altra domanda: vuoi davvero che sia il comportamento dell’altro a decidere la misura del tuo cuore?
Maria questa domanda se la ritrova davanti nella forma più dura possibile: la croce.
Le hanno preso il Figlio, non una piccola offesa da dimenticare, non una divergenza da ricomporre. Le hanno preso il Figlio innocente e glielo stanno restituendo morto. Se esiste un momento nel quale una donna avrebbe diritto a odiare, è quello. E Maria sta. Guai a edulcorare quel silenzio. Non sappiamo che cosa abbia attraversato il suo cuore. Sappiamo però una cosa: dai Vangeli non esce una sola parola di maledizione pronunciata da lei. Maria non restituisce ciò che riceve.
Ed è impressionante che proprio in quell’ora Gesù le dica: «Donna, ecco tuo figlio». Le stanno togliendo un figlio e lei ne riceve un altro. Qui accade qualcosa che appartiene al cuore stesso del cristianesimo. Il dolore avrebbe potuto rinchiudere Maria nella sua perdita. Avrebbe potuto farle dire: adesso basta, non ho più nulla da dare a nessuno. Invece proprio nell’esperienza della perdita la sua maternità viene dilatata. La ferita resta ferita, ma non diventa la misura del suo cuore.
Questo è molto diverso dal dire che bisogna dimenticare. Ci sono cose che non vanno dimenticate, ci sono rapporti che non possono tornare come prima, ci sono distanze che possono essere necessarie. Il perdono cristiano non è amnesia e la misericordia non è ingenuità.
La questione è un’altra: che cosa farà in me il male che ho ricevuto? Mi renderà più simile a chi me lo ha fatto? È questa la vera battaglia. Sotto la croce Maria vede suo Figlio vincerla in un modo che nessuno avrebbe immaginato: senza diventare simile a chi lo sta uccidendo. Gli consegnano odio e lui non restituisce odio. Gli fanno violenza e lui non risponde con altra violenza. Gli tolgono la vita e, proprio mentre gliela tolgono, lui continua a donarla.
Se è vero che anche Maria ha conosciuto la «peregrinazione della fede» (LG 58), sotto la croce quella peregrinazione raggiunge il passaggio più duro. Maria diventa pienamente discepola proprio lì: davanti a un Figlio che le rivela fino a dove arriva l’amore del Padre. Scopre che l’onnipotenza di Dio non consiste nell’opporre alla violenza degli uomini una violenza più forte, ma in una libertà che il male non riesce a piegare alla propria logica. Cristo riceve il male senza restituirlo e, proprio così, ne interrompe la catena.
Dio non vince il male restituendolo: lo lascia morire nel suo amore. E allora comprendiamo meglio anche l’immagine con cui Gesù chiude questa pagina: «una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi verseranno nel grembo».
Il Vangelo dice proprio: nel grembo. Maria conosce bene quel luogo. Il suo grembo ha accolto ciò che veniva da Dio. Adesso deve imparare che anche il cuore può diventare un grembo: può ricevere una misura diversa da quella che spontaneamente userebbe.
Noi arriviamo davanti agli altri con il nostro piccolo recipiente: qui dentro c’è quello che mi hai fatto, qui quello che non hai fatto, qui quello che ti ho dato, qui quello che ancora mi devi. E continuiamo a misurare. Il problema è che, a forza di misurare gli altri, finiamo per restringere il recipiente nel quale noi stessi possiamo ricevere la vita.
Maria non ci insegna a dire che tutto va bene. Ci insegna qualcosa di più difficile: a non diventare prigionieri di ciò che ci è stato fatto. Davanti a questa pagina non serve domandarsi genericamente: «Sono capace di amare il mio nemico?». Rischieremmo una risposta troppo facile.
Il Vangelo ci costringe a togliere al nemico l’anonimato, a riconoscerne il volto. Chi, ancora oggi, decide la misura del mio cuore a causa di ciò che mi ha fatto? Perché potrei averlo allontanato dalla mia vita e continuare a portarlo dentro come unità di misura. Maria, sotto la croce, lascia cadere quella misura. Le hanno tolto il Figlio ma non permetterà loro di toglierle anche la capacità di amare. È qui che capiamo la valenza della consegna del discepolo amato che Gesù fa a Maria: “Donna, ecco tuo figlio”.








