Ne avessi la possibilità, mi piacerebbe ascoltare da ciascuno di voi perché è qui. Non una risposta di circostanza, ma quella vera. Tu perché sei venuto fin qui? Che cosa ti ha spinto a salire ancora una volta verso Maria? Quale nome porti nel cuore, quale pena vorresti deporre ai suoi piedi, quale speranza continui …
Ne avessi la possibilità, mi piacerebbe ascoltare da ciascuno di voi perché è qui. Non una risposta di circostanza, ma quella vera. Tu perché sei venuto fin qui? Che cosa ti ha spinto a salire ancora una volta verso Maria? Quale nome porti nel cuore, quale pena vorresti deporre ai suoi piedi, quale speranza continui a custodire nonostante tutto? Forse sei qui per ringraziare, forse per chiedere, forse perché c’è qualcosa che non sai più a chi affidare. Forse non sapresti neppure spiegare bene perché sei venuto: hai sentito soltanto il bisogno di esserci.
Perché torniamo sempre a Maria? Perché, da generazioni, uomini e donne continuano a mettersi in cammino verso di lei, a salire fin qui con la propria vita così com’è? Che cosa ci attira ancora verso di lei?
Veniamo qui perchècerchiamo uno sguardo. Abbiamo bisogno di fissare i nostri occhi negli “occhi materni e regali” della Madonna del Sacro Monte, perché ci sono momenti nei quali non sappiamo più guardarci con verità. Il dolore restringe lo sguardo, la colpa lo abbassa, una delusione lo rende amaro; qualche volta finiamo per credere di essere soltanto ciò che abbiamo sbagliato, ciò che abbiamo perduto, quello che qualcuno ha detto o pensato di noi.
Un amico sacerdote, venuto in visita su questo Monte, confidava una cosa che mi è rimasta dentro: “quegli occhi mediano sempre la grazia della ripartenza”.
È proprio questo che veniamo a cercare qui: non soltanto consolazione, ma la possibilità di ricominciare, non l’illusione che ciò che è accaduto possa essere cancellato, ma la grazia che ciò che è accaduto non abbia il potere di fermarci per sempre.
Abbiamo bisogno allora di occhi che non ci riducano al nostro errore, alla nostra ferita, alla nostra fragilità. Abbiamo bisogno di essere guardati diversamente.
Quelli di Maria sono occhi materni perché una madre sa distinguere ciò che un figlio ha fatto da ciò che un figlio è. Non ignora la sua debolezza, non finge che tutto vada bene, ma continua a vederlo prima ancora dei suoi fallimenti. Lo sguardo materno non cancella la verità ma impedisce alla colpa o alla sconfitta di diventare una sentenza definitiva.
Ma quelli di Maria sono anche occhi regali. E la sua regalità non è distanza, superiorità, privilegio. Maria è regina perché appartiene interamente a Dio e, proprio per questo, sa ricordare a ciascuno di noi a chi appartiene. Non crea sudditi ma rialza figli. Il suo sguardo ci restituisce una dignità che spesso abbiamo smarrito. Ci ricorda che siamo più delle nostre cadute, più del giudizio degli altri, più del male che abbiamo compiuto o subito.
Credo che veniamo al Sacro Monte anche per questo: per tornare a stare in piedi.
Se la maternità ci accoglie così come siamo, la regalità ci impedisce di pensare che ciò che siamo oggi sia tutto ciò che possiamo diventare. Se la madre ci dice: puoi venire con la tua fragilità, la regina ci ricorda: non sei fatto per restarne prigioniero.
E proprio perché è madre e regina, Maria non trattiene lo sguardo su di sé. Ci insegna a guardare dove guarda lei.
Il Vangelo la colloca davanti alla croce: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre…».
È qui che comprendiamo davvero quegli occhi che oggi contempliamo. Sono occhi che hanno visto la violenza, l’umiliazione, il dolore del Figlio e non si sono sottratti. Maria vede la carne della sua carne consegnata agli uomini, ascolta gli insulti, sente i colpi, guarda il Figlio crocifisso e rimane.
Giovanni usa un verbo semplicissimo: «stavano».
Quando possiamo intervenire, risolvere, cambiare qualcosa, ci sembra ancora di avere in mano la situazione. Ci sono però ore nelle quali non possiamo aggiustare nulla, non possiamo cancellare ciò che è accaduto, togliere il dolore a chi amiamo, restituire ciò che è stato perduto. L’amore, allora, viene spogliato di ogni potere e gli rimane una possibilità: non fuggire.
La tradizione cristiana chiama questo stare di Maria «compassione». Non una commozione superficiale, ma il patire-con, il lasciare che la ferita dell’altro trovi spazio dentro di noi.
La passione di Cristo è la compassione di Dio per l’uomo. Dio non ci salva rimanendo distante dalla nostra ferita: entra nella carne, nella fragilità, nella morte. Maria entra nello stesso movimento: non aggiunge nulla all’opera salvifica del Figlio, ma si lascia coinvolgere fino in fondo.
Questo è anche il posto del discepolo: non essere spettatore della croce di Cristo e non essere spettatore delle croci degli uomini.
Ma la grandezza di Maria non consiste semplicemente nel soffrire. Il dolore non santifica automaticamente nessuno. Può aprire il cuore oppure chiuderlo, può renderci più umani o più duri. Giovanni non dice soltanto che Maria sta presso una croce; dice che sta presso la croce di Gesù.
La questione cristiana non è quanto dolore abbiamo conosciuto, ma presso chi siamo rimasti mentre lo attraversavamo. La grandezza di Maria sotto la croce è la sua fede più ancora della sua sofferenza.
Ed è una fede messa alla prova fino in fondo. Maria aveva ricevuto promesse immense su quel Figlio: aveva ascoltato che sarebbe stato grande, che il suo regno non avrebbe avuto fine. Ora lo vede inchiodato alla croce. Avrebbe potuto chiedere: perché non scendi? Perché non salvi te stesso? Perché non risparmi anche me da questo dolore?
Eppure rimane.
La sua fede non consiste nel capire, ma nel non rompere la relazione quando non capisce più.
È anche per questo che cerchiamo i suoi occhi. Perché i nostri, quando non comprendono, diventano facilmente sospettosi nei confronti di Dio. Vorremmo una presenza divina che impedisca il male, risolva, protegga, guarisca. Maria non riceve una spiegazione del dolore, riceve un Figlio crocifisso.
E proprio lì scopre che Dio non salva restando fuori dalla ferita dell’uomo. La croce non dice che Dio ama il dolore; dice che nessun dolore è ormai un luogo nel quale egli rifiuti di entrare.
La compassione di Maria arriva ancora più lontano, perché sotto la croce non le viene chiesto soltanto di condividere il dolore del Figlio, ma di entrare nel modo in cui il Figlio attraversa il dolore.
«Padre, perdona loro».
Il male, infatti, non vuole soltanto ferirci, il male tenta di deformarci. Chi ci umilia vorrebbe insegnarci a umiliare, chi ci tradisce vorrebbe renderci incapaci di fiducia, chi ci ferisce vorrebbe convincerci che l’unica risposta possibile sia restituire la ferita.
Maria non concede al male questo potere ma rimane libera di amare.
Qui comprendiamo ancora meglio la regalità dei suoi occhi: sono regali perché non si lasciano rendere schiavi dal male che hanno visto. La vera regalità è questa libertà interiore, la possibilità di non lasciare che il peccato o il giudizio degli altri decidano chi siamo.
Poi Gesù guarda la madre e il discepolo: «Donna, ecco tuo figlio». «Ecco tua madre».
Nel luogo della morte nasce una relazione. Maria perde il Figlio che ha generato e riceve figli che non aveva generato. Il discepolo perde il Maestro e riceve una madre. Là dove la morte sembra soltanto togliere, Cristo affida.
«Da quell’ora il discepolo la prese con sé».
Prendere Maria con sé significa lasciare che il suo sguardo entri nel nostro modo di guardarci e di guardare gli altri. Significa imparare a non pronunciare sentenze definitive sulle persone, a vedere ancora una dignità là dove tutto sembra averla cancellata.
Forse ora sappiamo un po’ meglio che cosa veniamo a cercare negli occhi materni e regali della Madonna del Sacro Monte.
Veniamo a cercare uno sguardo che ci accolga senza umiliarci e che, proprio perché ci accoglie, non ci lasci prigionieri di ciò che siamo diventati. Veniamo a cercare la memoria della nostra dignità. Veniamo a cercare qualcuno che, mentre noi vediamo soltanto la nostra ferita, continui a vedere il figlio, mentre noi abbassiamo gli occhi, continui a ricordarci che siamo fatti per stare in piedi.
È questa la vera regalità di Maria: davanti a lei non ci sentiamo piccoli perché lei è grande. La sua grandezza ci restituisce alla nostra perché una madre regina non cerca sudditi ma restituisce figli alla loro dignità.








