Premessa 

Quando si prende in esame un brano come quello del Samaritano, il rischio immediato è quello di scadere in una lettura moralistica del tipo: “cosa devo fare?”. In questo caso, peraltro, si tratta di una domanda che affiora pure sulle labbra dell’interlocutore di Gesù. Tuttavia, se il fare non parte da un cuore rinnovato, tutto si riduce a uno sforzo volontaristico che si infrange al primo tornante.

Introduzione

L’occasione della parabola è data da un dottore della Legge che per mettere alla prova Gesù gli domanda:

“Cosa posso fare per essere vivo? Come si fa ad essere uomini veri?”.

“Tu amerai!”

“Fa’ questo e vivrai”.

“E a me chi è vicino?”

L’uomo della legge, tutto preso dallo sforzo di amare Dio e il prossimo, ad un certo punto si domanda: “Ma a me chi vuol bene?”. Prima di ogni sforzo teso ad esprimere l’amore viene l’esperienza dell’essere amati. La legge mosaica che quest’uomo osservava scrupolosamente, se da una parte gli indicava ciò doveva fare, dall’altra non faceva che restituirgli le dimensioni della sua incapacità a compiere quanto essa prescriveva.

Allorquando Gesù gli ripeterà: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”, di fatto Gesù non gli consegnerà un’ennesima legge impossibile, ma un vero e proprio annuncio evangelico. Infatti, in lui, il vero samaritano, Dio stesso si è preso cura di me e mi ha amato, perché anch’io, guarito dal mio male, possa amare lui con tutto il cuore e i fratelli come me stesso.

Se notate, l’episodio nasce in un contesto di parole, in un contesto di dibattito teologico. Eppure, stando a quello che il brano ci consegna verrebbe da dire che le domande possono essere anche legittime, le risposte giuste ma il problema non è nelle parole.

“Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”: per vivere non basta avere le risposte teologiche; fa’ questo. E di nuovo alla fine: “Hai detto bene… Va’ e anche tu fa lo stesso”. È come se Gesù richiamasse gli uomini delle risposte teologiche alla concretezza dell’agire. Anche tu fa’ questo.

Una domanda posta male

Suggerirei di accostare questa splendida pagina provando a rivestire i panni dello scriba. La sua domanda è anche la nostra.

Chi è il mio prossimo? La domanda è posta male, come il seguito del vangelo ci farà notare e, tuttavia, traduce la preoccupazione di stabilire confini: fino a che punto sono chiamato a farmi carico di una situazione e quando, finalmente, sono esonerato?

Chi è il mio prossimo? La domanda manifesta un bisogno di sicurezza e perciò un modo di difendersi. Lo scriba ha bisogno di circoscrivere una linea di demarcazione entro la quale inserire alcuni e fuori dalla quale collocare tutti gli altri.  Ora, l’ottica umana di prescrizioni e divieti non basta per stare nella vita. Mantiene lo status quo ma non immette i germi di novità propri di chi riesce ad andare oltre la legge. Non basta, infatti, vivere nell’osservanza di una norma: è necessario andare oltre la legge. E oltre la legge c’è soltanto l’amore.

Chi è il mio prossimo? È domanda che traduce la preoccupazione per la propria vita e per la propria morte, per il proprio benessere e per i propri affetti. Quando il mondo è letto solo ed esclusivamente a partire da me, la vita è già persa perché troppo angusta la mia prospettiva. L’oblio è il prezzo di una vita autocentrata, di chi ha pensato sempre e solo a se stesso. Di te non resterà nulla.

La vita: una strada a cielo aperto

Sulla strada della vita, afferma Gesù, spesso in discesa proprio come la strada che da Gerusalemme porta a Gerico (uno strapiombo di circa 1000 metri!), possono esserci degli incidenti di percorso: può accadere, infatti, di essere sopraffatti da eventi che non lasciano di noi se non dei brandelli gettati ai margini. Un’amicizia tradita, una relazione conclusa, un tracollo finanziario, una malattia o, magari, un evento ancor più drammatico. I briganti di cui narra la parabola impersonano l’accadere degli eventi in una maniera inattesa e infausta.

Sulla strada della vita, com’è normale, si agitano diverse persone prese dalla fretta di andare: altri obiettivi, altri traguardi li attendono, ben più importanti che fermarsi a prendersi cura di chi è lasciato ai bordi della vita.

La fretta di andare traduce il modo in cui viene letto l’altro (l’evento): un estraneo, anzitutto, fastidioso, importuno, concorrente, avversario. Nei suoi confronti vince l’indifferenza, la voglia di evitarlo: il sacerdote… il levita… lo vide e passò oltre. Quando l’altro è letto così non ci sarà situazione a spingermi a scendere dal mio piedistallo.

Chi è il mio prossimo? Ovvero: il mondo a partire da me

Ciascuno di noi, nelle cose che impara come nei rapporti che crea, percepisce se stesso come un centro, a partire dal quale misurare il grado di appartenenza di persone, cose, situazioni che gli ruotano attorno. Pur sapendo che la realtà è più grande, tutto sommato il mondo vero è quello vero per me.  È il grado di vicinanza a me che misura la disponibilità a giocarmi con chi o con ciò che mi interfaccia. Il nostro modo di accostare cose, persone, situazioni è molto autoreferenziale, appunto.

Per il dottore della Legge tutto si gioca sul versante della religiosità e del proprio sapere. Fatica a comprendere che la differenza non la fa ciò che tu sai di Dio ma come ti poni di fronte al suo amore. Per il dottore della Legge il problema è ciò che rientra nello schema della sua religiosità: lecito o non lecito, puro o impuro; per Gesù il problema è la vita come accade e come ti poni di fronte ad essa, in che modo te ne lasci interpellare. Ecco perché la proposta è quella di andare oltre lo schema e oltre la propria autosufficienza.

Lo scriba fa fatica a operare questo capovolgimento e ancora una volta preferisce spostare il problema fuori di sé. Per questo vuole giustificarsi. E per questo Gesù, nuovamente e pazientemente sposta il problema.

Gesù ci conduce in una esperienza di sconfinamento, facendoci comprendere che il centro del mondo non sono io, che la realtà non coincide con ciò che di essa io conosco. Ci sono persone e situazioni che esistono indipendentemente da me.

Quello sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico è un essere umano vero anche se tu non ne conosci il nome, la provenienza, la meta o il motivo del suo essere lì.

Su quella strada muovono i loro passi alcune persone che sono figure di come è possibile stare a contatto con il reale. Per il sacerdote e il levita quell’uomo è solo un ammasso di carne sullo sfondo della loro fretta e del loro programma. Al centro dei propri interessi ci sono altre mete, altri obiettivi, altri programmi che non possono essere disturbati da quell’uomo. Il mondo a partire da me, appunto.

Il sacerdote e il levita erano convinti che è possibile avere a che fare con Dio solo attraverso la sacralità di un rito e perciò evitando una eventuale impurità che il contatto con un ferito avrebbe potuto generare. Non era possibile praticare un rito se non attraverso il vanto di una purità finalmente tenuta integra. Si danno da fare – il levita e il sacerdote – per affrettare il passo verso il tempio dove sono convinti di trovare il loro Dio. Il resto, la vita, gli incontri, le situazioni… sono solo incidenti di percorso che se non ci fossero… Ma, ahimè, in quel tempio non è rimasto altro se non l’orgoglio di una purezza incontaminata, la loro: Dio non c’è più. Dio ha scelto un’altra abitazione. Quella che avevano incrociato lungo il viaggio e che essi avevano evitato. Ed è verso quella che dovranno incamminarsi se ancora vogliono avere a che fare con Dio. Ma non è scontato che lo facciano. A volte, infatti, è molto più comodo tenere in piedi un apparato religioso che misurarsi con la vita come accade. Si diventa così gelosi custodi di un sistema religioso fondato sulla paura e refrattari a ogni forma di avvicinamento verso l’altro.

Nel loro comportamento ravvisiamo tre aspetti che rivivono nelle difficoltà che anche noi incontriamo nell’esercizio della carità: la fretta, la paura, la ricerca di un alibi.

La fretta è il difetto che balza immediatamente all’occhio. I due, infatti, corrono via. Non hanno tempo di fermarsi, non vogliono neppure esaminare la situazione.

Dietro la fretta si nasconde una realtà più grave, cioè la paura di impegnare la propria persona. Fermarsi accanto a chi versa in cattive condizioni significa non sapere che cosa potrà accadere: occorre essere disposti a tutto.

Il sacerdote e il levita percorrono quella strada per uno scopo preciso, quello cultuale. Questo compito urgente poteva diventare un alibi per non perdere tempo. Anche la nostra fretta e la nostra paura hanno il loro alibi.

Un samaritano, invece… Ovvero: il mondo a partire dall’altro

Uno cioè che misura la vita e valuta il mondo non a partire da sé, ma da ciò che gli sta dinanzi. Perciò vede, si ferma, si lascia coinvolgere. Uno che si offre agli eventi.  È l’altro a dettare la sua tabella di marcia. E l’altro resta sempre un appello per me che invoca interessamento, capacità di prendermi cura. Non è l’appartenenza allo stesso popolo o alla stessa cultura o alla stessa religione che misura la sua disponibilità ad intervenire. Sono le ferite a rendere lo straniero un familiare. E la nostra geografia culturale e spirituale va a farsi benedire: nel mondo si sta e si cresce nella misura in cui si conosce e si ama non a partire da se stessi ma dall’altro di fronte a me che può chiedere di entrare nella mia vita anche se non invitato a farlo. Tocca a me farmi prossimo. Ovvero: il mondo a partire dall’altro. E il cerchio chiuso del mio interesse va in frantumi e anche nell’anonimato della distanza, l’altro comincia a delineare i tratti della sua identità.

Il tempo è ritrovato – riscattato dalla banalità del suo scorrere – nella misura in cui si accetta di perderlo. Sta qui il senso di quella parola di Gesù quando dice che chi perde la vita a causa di lui e del vangelo la ritroverà.

Allo scriba che aveva bisogno di tracciare una linea, Gesù gliela sposta fino ai confini del mondo e perciò la cancella. Il centro è il confine.

Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo? Della Compassione

Alla domanda posta dall’uomo della legge fa seguito una controdomanda di Gesù: Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo? E questa controdomanda capovolge la prospettiva. Per Gesù il punto di partenza non è se l’altro è degno o meno di essere avvicinato, ma la capacità di compassione nei confronti di chi è nel bisogno.

Il prossimo non esiste già. Prossimo si diventa: è colui verso il quale ti approssimi. Prossimo non è colui che ha già con me dei rapporti di sangue, di razza, di affari, di affinità psicologica. Prossimo divento io stesso nell’atto in cui, davanti a un uomo, anche forestiero e nemico, decido di fare un passo che mi avvicina, mi approssima.

Per il Maestro la vita dell’uomo, la concretezza degli eventi diventano sacramento dell’incontro con Dio. Il samaritano non aveva certo la consapevolezza di avere a che fare con Dio mentre si chinava a lenire le ferite dell’uomo ferito. Eppure ne ha fatto esperienza. Lo schema è rovesciato.

Non il rito ma il come ti sei posto di fronte all’indigenza di qualsiasi tipo, misura la tua relazione con Dio. Non solo: ciò misura anche il polso del tuo esistere: fa’ questo e vivrai. La vita – attesta Gesù – come il rapporto con Dio, si gioca sul versante dell’amore, non al di fuori. Fuori dell’amore non solo non c’è Dio ma non c’è la vita stessa. C’è morte.

Se la fretta coglieva l’altro come un intralcio, la compassione come capacità di fermarsi e di perdere tempo (perché poi di questo si tratta, anzitutto) narra, di nuovo, come l’altro ti sta dinanzi:

  • pur estraneo, non rifiuto di avere attenzione per lui;
  • pure importuno e fastidioso, accetto di buon grado di aprire un dialogo con lui;
  • pure inferiore, non è visto mai come uno strumento ma come uno con cui condividere una responsabilità;
  • anche se concorrente, ne riconosco le sue capacità;
  • anche se avversario, non rifiuto la discussione e la critica sincera;
  • anche se nemico, non ricorro alla violenza per averne la meglio.

Tutti, per Gesù, dunque anche i samaritani, sono capaci di compassione che è quella capacità di sottrarre il dolore alla sua solitudine. Si diventa uomini e donne di compassione quando quello che conta nella vita non sono le leggi della purezza rituale – come per il levita e il sacerdote –, non contano gli obblighi legati ad un ruolo o la preoccupazione di arrivare puntuali al tempio, ma la sorte di un uomo che altrimenti non avrebbe scampo.

Si diventa uomini e donne di compassione quando si è capaci di operare il passaggio dal chiedersi che ne sarà di me se io mi fermo? a che ne sarà di lui se io non mi fermo?

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