Fino alla fine, anche quando tutto consiglierebbe di lasciar perdere, Gesù ha parole e gesti per i suoi. Sta per andarsene, infatti, ma non senza averli prima aiutati ad uscire dalla paura. Infatti, li raggiunge nel Cenacolo là dove si erano barricati. Lì, spezza ancora la sua parola, permettendo ai discepoli di andare oltre le …
Fino alla fine, anche quando tutto consiglierebbe di lasciar perdere, Gesù ha parole e gesti per i suoi. Sta per andarsene, infatti, ma non senza averli prima aiutati ad uscire dalla paura. Infatti, li raggiunge nel Cenacolo là dove si erano barricati. Lì, spezza ancora la sua parola, permettendo ai discepoli di andare oltre le dicerie diffuse dopo la sua morte.
È una delle immagini evangeliche più belle: consapevole di ciò che sta attraversando il cuore dei suoi, Gesù si rende presente per aiutarli a ricordare. Attraverso le Scritture rilegge la sua e la loro vicenda: ad essi, infatti, manca proprio la capacità di comporre i frammenti della propria esistenza alla luce di ciò che la Parola di Dio annuncia. Mentre se ne va, Gesù consegna ai discepoli di allora e a quelli di sempre un metodo: imparare a leggere la vita e la storia alla luce di ciò che Dio annuncia. Una vera opera di alfabetizzazione!
La nostra è una vicenda in cui Dio è disseminato in ogni piega: i volti, le situazioni, gli incontri sono sacramento di un suo ben preciso rivelarsi. Quando non siamo più in grado di riconoscere le orme del suo passaggio in mezzo a noi, finiamo per leggere la nostra come una esistenza senza sbocco, siamo come chi non ha speranza e, perciò, come unica prospettiva abbiamo la fine di ogni cosa. Eppure non altro è il luogo in cui Dio si rivela e compie la sua opera se non la nostra storia. Nostro compito, perciò, fino alla fine, è proprio quello di educarci ed educare a riconoscere le tracce della sua presenza.
Come avremmo bisogno di compiere quella operazione che Francesco d’Assisi chiedeva di fare sempre, raccogliere cioè, tutte le lettere disseminate lungo la strada perché, diceva, che “con ognuna di esse è possibile comporre il nome di Dio”!
I discepoli non erano stati in grado di compiere questa operazione: ciò che era accaduto al Maestro, si era abbattuto come un macigno sulle loro aspettative umane. La loro era una cronaca senza senso: c’era bisogno di qualcuno che aprisse la mente per comprendere il mistero della vita; c’era bisogno di qualcuno che aprisse gli occhi per far riconoscere il vero e il bene come splende agli occhi di Dio. Non è, forse, questo il compito di ogni educatore? Educare significa proprio trasmettere l’arte del collegare, aiutare a stare a contatto con lo smarrimento, andare oltre lo sgomento, vincere il timore, traghettare oltre la paura, tenere insieme ciò che si è appreso e ciò che si vive. Educare equivale a riportare al cuore, a intuire ciò che si nasconde in una situazione che talvolta può apparire banale o infelice e, tuttavia, non è mai insignificante.
Dopo aver aiutato i suoi alla lettura di ciò che avevano vissuto, Lc annota che Gesù li condusse fuori, un’azione altamente evocativa. Non si tratta, infatti, solo di un movimento fisico, è questione, invece, di abbandonare la sicurezza del chiuso e imparare a stare a contatto con la vita, forti di quella nuova lettura appena appresa. È necessario andare oltre le cristallizzazioni e abbandonare le visioni anguste. L’uscita è diversa dalla fuga: l’uscita, infatti, è per misurarsi con le situazioni, la fuga, invece, per prendere le distanze.
Il gesto della benedizione dice, poi, l’ultimo atto di quella lunga compagnia di amore vissuta dal Figlio di Dio. Per nessun motivo al mondo Dio ritirerà il suo sguardo benevolo da questa umanità nonostante abbia dato una pessima dimostrazione di sé. Il gesto della benedizione accompagna il suo ritorno al Padre: oggi è il compimento del Natale. Per nessun motivo al mondo il Figlio avrebbe rimandato via qualcuno, anzi, tutti nuovamente ingaggiati per portare l’annuncio del perdono.
Il mistero dell’Ascensione ci ricorda che è dell’amore l’abbassarsi per assumere la condizione dell’amato senza lasciarsi irretire, però, da ciò che c’è di male così da portare l’altro fuori dalla condizione in cui si trova. Non potrà ascendere, infatti, chi non ha accettato la difficile arte di discendere e condividere.







