Si fece buio… Così alla morte di Gesù, così ieri pomeriggio. Quando siamo stati raggiunti dalla triste notizia della scomparsa di Antonella, ad avere la meglio è stata l’incredulità, quella che, credo, abbiamo provato tutti, dai familiari agli amici, l’incapacità di dar ragione di quanto accaduto, il buio, appunto. Una donna di fede, Antonella, assidua …

Si fece buio…

Così alla morte di Gesù, così ieri pomeriggio. Quando siamo stati raggiunti dalla triste notizia della scomparsa di Antonella, ad avere la meglio è stata l’incredulità, quella che, credo, abbiamo provato tutti, dai familiari agli amici, l’incapacità di dar ragione di quanto accaduto, il buio, appunto. Una donna di fede, Antonella, assidua nella celebrazione domenicale, in quella del sacramento della riconciliazione, costante nel servizio di volontariato, intraprendente nell’impegno scolastico che, insieme alla famiglia, era la sua passione.

Questi sono i frangenti in cui è sempre difficile pronunciare parole che possano scendere nel cuore così da lenire un poco la sofferenza che si prova. I sentimenti e le emozioni prevalgono su ogni tipo di ragionamento e di riflessione. Forse solo il silenzio, le lacrime e la preghiera sono gli atteggiamenti più adatti per sopportare il peso della morte improvvisa di Antonella.

Il silenzio, infatti, è una prima via per trovare un percorso di luce nell’oscurità della morte: solo il silenzio è in grado di accogliere ciò che di per sé resta sempre un mistero. Il silenzio è ciò che ci permette di ritrovare Dio nel nostro dolore. Le parole mistificano, ingannano, illudono. Il silenzio dice una presenza che si fa condivisione, che si fa assunzione della stessa pena.

Se è privo di parole, infatti, il silenzio non è privo di sentimenti. Quando questi diventano incontenibili, il loro sbocco naturale è il pianto. È come se le lacrime ci riconsegnassero, almeno in parte, chi abbiamo amato. È autorizzato ad asciugare una lacrima di qualcuno solo chi è in grado di unire il proprio pianto al suo. Il salmista dice che le lacrime sono pane che si mangia: esse sono tanto preziose che Dio non ne lascia cadere neppure una, anzi, tutte le raccoglie nel suo otre.

Proprio le lacrime, infatti, sono l’espressione più alta della preghiera. Sant’Agostino sosteneva che “il compito della preghiera si adempie meglio con i gemiti che con le parole, più con le lacrime che con i discorsi”. Pregare significa ascoltare Dio prima di parlargli, tendere l’orecchio prima che aprire la bocca.

La morte, anche quella attesa e preparata, coglie sempre di sorpresa. Per questo abbiamo bisogno di essere sostenuti e aiutati dalla Parola di Dio.

Due parole, in questa domenica delle palme, fanno come da inclusione alla vicenda di Gesù e, credo, anche alla nostra vicenda.

La prima: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. È la domanda che ieri sera si poneva Giuseppe quando sono stato a casa sua: “Perché?”.

Come tenere insieme la nostra fede in un Dio che sappiamo essere il Dio della vita, a cui stanno a cuore persino i capelli del nostro capo e il constatare che una vita è stata spezzata nel fiore degli anni?

Ci sono momenti che più di altri misurano la nostra fatica a comprendere il silenzio di Dio. Anche Gesù, sulla croce, ha fatto suo il nostro grido: aveva perso tutto, le folle che lo seguivano, i suoi che aveva chiamato, perderà anche la madre che consegnerà al discepolo amato. Sembra aver perso anche Dio, ma così non è. Dio parlerà, ma in un modo inaspettato, attraverso la risurrezione.

Questo evento chiede a noi di discernere quale parola è custodita in esso per ciascuno di noi. Ci chiede di far sì che quello che ad una prima lettura cogliamo come un accadimento, una cosa che ac-cade senza alcun senso perché letteralmente ci è piombato addosso, diventi un avvenimento: anche in questa esperienza di dolore c’è un cammino di Dio verso di noi. Ecco perché non stiamo facendo una commemorazione ma salutiamo Antonella con spirito di fede.

La seconda parola, infatti, è proprio quella della fede: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Dalla domanda all’affidamento. Il naturale momento di desolazione che coglie ciascuno di noi, persino il Figlio stesso di Dio, può essere superato solo attraverso la consegna di sé alle mani del Padre, nella cui volontà è la nostra pace.

Tutti siamo attesi da quelle mani, non importa da quali percorsi arriviamo. Quelle mani attendono maggiormente chi più soffre, chi più è affaticato, chi sente di più l’amarezza della vita. La fragilità è redenta e le porte sono aperte perché Dio non permette che i suoi figli vedano la corruzione.

La liturgia, dopo averci consegnato le parole di Gesù, ci consegna anche quelle dell’ultimo fortunato incontro: “Ricordati di me!”.

Proprio il compagno dell’ultima, ora è il primo credente, quello che entra nel regno prima di Pietro, prima di Maria, prima di tutti gli altri. Quell’uomo è capace di affidarsi, è consapevole della distanza che c’è tra lui e la giustizia ed è consapevole anche della distanza che c’è tra lui e il Vangelo. Non presume di sé o delle sue buone azioni: sa chi è. Eppure non ha paura di esporsi, così com’è.

Mentre la logica della storia avanza per esclusioni e per separazioni, il regno di Dio è esperienza che non esclude nessuno. La pagina odierna è lì a ricordarci che Cristo non esclude ma accoglie: sarai con me. Quelle braccia distese e inchiodate sono lì a memoria perenne di una accoglienza che non è per un tempo o per una categoria di persone. È per chiunque ha la forza di esporsi, così com’è, e ripetere: salvami, ricordati di me.

Certo, si sentirà la sua mancanza fisica ma Antonella non lascia un vuoto. Ella non è passata invano nella vita dei suoi cari come dei suoi amici. Ecco perché non lascia il vuoto ma segni del suo passaggio. Oggi non vogliamo vivere questo momento come a misurare un vuoto ma a riconoscere tracce. Misurare un vuoto o riconoscere tracce? È Antonella a invitarci a farlo e ci dice: metti a dimora nel tuo cuore il seme dell’affetto e dell’amicizia che mi ha legato a te.