https://www.youtube.com/watch?v=wiK31zY89K0 La vita, quella di ognuno di noi, è desiderio di pienezza, di compimento. Stando al vangelo odierno è “armarsi di luce” nella notte del mondo per uscire “incontro allo sposo”. Chi di noi non ha fame di vita, chi di noi non ha bisogno di riconoscimento? Cosa c’è dietro un certo nostro malessere se …

La vita, quella di ognuno di noi, è desiderio di pienezza, di compimento. Stando al vangelo odierno è “armarsi di luce” nella notte del mondo per uscire “incontro allo sposo”.

Chi di noi non ha fame di vita, chi di noi non ha bisogno di riconoscimento? Cosa c’è dietro un certo nostro malessere se non la spia che siamo fatti per altro?

Talvolta, però, accade a tutti che l’entusiasmo dei cominciamenti ceda il passo all’assopimento della stanchezza. Quante volte ci capita di dover ammettere che la vita è diversa da come l’avevamo immaginata o l’avremmo desiderata!

Il buio che attraversiamo in certi frangenti, mette a dura prova la nostra tenuta e noi ci ritroviamo a gridare: “Sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11). “Fino a quando, Signore?” ripete il Sal 13.

Infatti, c’è chi vive tutto questo quasi subendolo in modo rassegnato e c’è chi, pur avvertendo la fatica, sa che quell’incontro accadrà, non importa se bisogna attendere ancora a lungo, non importa neppure se accadrà a me personalmente: mi interessa solo far sì che qualcuno possa vederlo compiuto. C’è chi vede nel tempo che passa solo la sconfessione delle proprie attese e c’è chi, invece, è ancora in grado di dare tempo al tempo. Il tempo, dicevamo i medievali, è il più grande servitore di Dio.

Ci sono momenti che dicono più di altri chi siamo e a che cosa abbiamo legato la nostra vita. “Chi siamo e a cosa crediamo si vede di fronte al disagio, nell’ora arrischiata”, scriverà Pavese.

Accadde anche quella notte quando, all’improvviso, un grido si levò ad annunciare l’arrivo dello sposo. Fino a quel momento tutto sembrava accomunare le dieci ragazze chiamate ad accompagnare lo sposo. Nessuno poteva immaginare la differenza tra le une e le altre, anche perché tanto le stolte quanto le sagge, dato il ritardo, si erano lasciate andare al sonno.

Di fronte a quel grido, le stolte non poterono che sperimentare disorientamento e senso di frustrazione perché non c’era altro da fare, sebbene avessero tentato in qualche modo di prendere a prestito ciò che era proprio delle sagge. Che nome ha un certo nostro malessere di fronte al contrattempo?

“In verità vi dico: non vi conosco”.

Perché questa parola forte che finisce per creare una spaccatura irreversibile?

Perché quel momento non si improvvisa. A quel momento si giunge preparati e in grado di riconoscere ed essere riconosciuti, solo quando si è stati capaci di rispondere ai ripetuti appelli in cui è già risuonato quel grido: “Ecco lo sposo”.

Quel grido noi lo abbiamo sentito tante volte.

È capitato a tutti di sentirsi risvegliare grazie a una parola amica, a un gesto inaspettato, a una parola del vangelo che abbiamo sentito rivolgere personalmente a noi, a qualcosa che ci è capitato e in cui ci siamo sentiti coinvolti direttamente.

Le cinque ragazze sagge hanno fatto in modo che la loro vita fosse continuamente informata e plasmata da quel grido. Per questo, incontrando lo sposo alla fine, saranno riconosciute perché ne hanno intravisto i lineamenti nei vari appuntamenti in cui si è presentato loro sotto altre sembianze.

Il modo in cui affrontiamo la notte dice tanto del modo in cui stiamo nella vita, e viceversa.

L’olio in piccoli vasi è la capacità di dare tempo al tempo, di credere che i giochi non sono già fatti inesorabilmente. Per questo non cessiamo mai di prenderci cura di chi e di ciò che ci è affidato: è l’esercizio mediante il quale saremo riconosciuti nell’ultimo incontro.