https://www.youtube.com/watch?v=mLQHu-SOMIY&t=73s Ci sono numeri di telefono che non trovi il coraggio di cancellare dalla rubrica. Sai bene che nessuno ti risponderà più come una volta. Eppure quel nome resta lì. Per anni è bastato premere un tasto per raggiungere una persona, ascoltare la sua voce, raccontarle qualcosa, magari anche soltanto domandarle come stesse. Ora puoi …
Ci sono numeri di telefono che non trovi il coraggio di cancellare dalla rubrica. Sai bene che nessuno ti risponderà più come una volta. Eppure quel nome resta lì. Per anni è bastato premere un tasto per raggiungere una persona, ascoltare la sua voce, raccontarle qualcosa, magari anche soltanto domandarle come stesse. Ora puoi comporre tutte le cifre che vuoi, ma non puoi più raggiungerla. La morte è anche questo: avere ancora il numero di qualcuno e non avere più la possibilità di chiamarlo.
E non è sempre nei momenti solenni che l’assenza fa più male. Talvolta arriva mentre stai facendo tutt’altro, quando vorresti condividere una cosa da nulla, raccontare un episodio che soltanto quella persona avrebbe capito. È allora che avverti quanto una vita fosse intrecciata alla tua. Non ti manca soltanto qualcuno. Ti manca anche quella parte di te che trovava spazio soltanto nella relazione con lui.
La morte non è entrata nella mia vita soltanto di recente. Avevo ventun anni quando ho perduto mio padre. Poi è venuta la morte di mia sorella, a cinquantaquattro anni, e quella di mio fratello, a cinquantotto. Lo scorso febbraio è morta anche mia madre. Non racconto queste cose per fare un inventario del dolore. Ogni famiglia custodisce pagine che gli altri conoscono appena. Ma attraversando queste separazioni ho compreso che non si diventa esperti della morte per il solo fatto di averla già incontrata. Ogni perdita raggiunge un luogo diverso della nostra esistenza e nessuna esperienza precedente ci prepara davvero alla successiva.
Quando muore una madre, poi, viene meno qualcuno che ci conosceva da prima che noi imparassimo a conoscere noi stessi. Qualcuno che custodiva il racconto dei nostri inizi, che continuava a riconoscere il figlio anche nell’uomo che gli anni avevano fatto diventare. Con la sua morte scompare una presenza davanti alla quale potevamo ancora ritrovare qualcosa della nostra infanzia.
Ci sono separazioni che lasciano domande senza risposta, parole che avremmo voluto pronunciare, conversazioni che desidereremmo riprendere. E ci sono giorni nei quali ci sorprende la somiglianza con chi abbiamo perduto: un gesto, un’espressione, un modo di affrontare le cose. Ci accorgiamo di aver ricevuto molto più di quanto avessimo compreso mentre quelle persone erano con noi.
Eppure sarebbe insufficiente consolarci pensando che i nostri cari continuino a vivere perché noi li ricordiamo. La memoria è preziosa, ma non può restituire la vita. Con il passare degli anni anche i ricordi più cari si fanno meno nitidi. E che ne sarebbe di coloro dei quali nessuno pronuncia più il nome?
La speranza cristiana nasce da qualcosa di più grande del nostro bisogno di non perdere chi abbiamo amato. Nasce da Gesù Cristo, che ha condiviso fino in fondo la nostra condizione mortale e, risorgendo, ha aperto alla nostra umanità un futuro che la morte non può più chiudere.
Torno spesso, con il pensiero, alla pagina evangelica di Gesù davanti alla tomba di Lazzaro. Marta e Maria hanno perduto il fratello ed entrambe gli rivolgono la stessa frase: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto» (Gv 11,21.32). C’è fede in quelle parole, ma anche il dolore di un’attesa delusa. Gesù non le rimprovera, non pretende che trovino una spiegazione a ciò che è accaduto. Davanti al sepolcro piange.
Mi colpisce che colui che sta per richiamare Lazzaro alla vita non consideri superflue le lacrime. Il Figlio di Dio non è venuto a insegnarci l’indifferenza davanti alla morte. Ha amato persone concrete, ha conosciuto l’amicizia e il dolore della separazione. E proprio davanti a quella tomba pronuncia parole che nessun uomo potrebbe permettersi di dire: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25).
Non offre una spiegazione della morte. Offre se stesso. Non dice soltanto di conoscere la strada che conduce alla vita, ma di essere lui stesso quella vita.
Lazzaro tornerà alla sua esistenza precedente e conoscerà nuovamente la morte. Cristo, invece, risorge per non morire più. Ed è questa la novità della Pasqua: la morte è stata attraversata e vinta da colui che, essendo il Figlio eterno del Padre, ha voluto essere uno di noi. Il Risorto porta ancora i segni della passione. Le ferite non sono cancellate, ma non hanno più il potere di trattenerlo nella morte.
Per questo la speranza cristiana non consiste nell’imparare a considerare innocua la morte. San Paolo la chiama «l’ultimo nemico» (1Cor 15,26). Cristo non ci ha salvati insegnandoci a rassegnarci, ma affrontando ciò davanti a cui ogni uomo è impotente.
Ho annunciato tante volte questa speranza. L’ho proclamata nella celebrazione dell’Eucaristia, l’ho consegnata a persone che accompagnavano alla sepoltura qualcuno che amavano. Ma quando la morte attraversa la tua casa e pronuncia i nomi delle persone con le quali hai condiviso la vita, quelle stesse parole acquistano un peso diverso. Non diventano meno vere. Diventano più esigenti. Perché occorre continuare ad affidarsi a esse anche quando non riescono a sciogliere tutte le domande.
Non credo nella risurrezione perché abbia trovato una spiegazione alle morti che hanno attraversato la mia famiglia. Credo nella risurrezione perché Cristo è risorto. E la sua vittoria non riguarda soltanto lui. San Paolo lo chiama «primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20). La sua risurrezione è l’inizio di una vita alla quale anche noi siamo chiamati a partecipare.
Per questo non riesco a pensare che la storia dei miei cari sia ormai tutta alle mie spalle. La speranza cristiana non riguarda una sopravvivenza indistinta, nella quale le persone perdono il loro volto e la loro storia. Riguarda proprio loro: mio padre, mia madre, mia sorella, mio fratello. Con il bene che ciascuno ha saputo donare, con le proprie fragilità, con quanto è rimasto incompiuto. Dio non ama un’idea astratta di umanità. Ama persone.
Pregare per i defunti significa allora affidare alla misericordia del Padre la loro intera esistenza, anche ciò che di essa ci è rimasto oscuro. Il suo sguardo raggiunge profondità alle quali il nostro non può arrivare. E possiamo consegnargli persino le parole rimaste sospese, le domande senza risposta, il bene che avremmo voluto fare e non siamo riusciti a compiere.
Questa speranza ci restituisce anche alla responsabilità del presente. Forse dovremmo imparare a guardare chi ci vive accanto con almeno un poco della tenerezza con cui guardiamo le fotografie di chi non c’è più. Non per vivere ogni incontro sotto la minaccia di un possibile addio, ma per non lasciare che l’abitudine ci renda incapaci di riconoscere il dono di una presenza.
Non siamo fatti per diventare ricordi. Siamo fatti per la vita.
Non lo dico perché il dolore sia passato o perché abbia trovato una risposta a tutte le domande che porto dentro. Ci sono assenze che non si colmano e separazioni che continuano a far male anche dopo molti anni. Lo so ogni volta che penso a mio padre, a mia sorella, a mio fratello. Lo avverto ancora quando vorrei raccontare qualcosa a mia madre e mi accorgo che non posso più farlo.
Ma la mia fede non si regge sulla capacità di spiegare queste morti. Si regge su Cristo, che è entrato nel sepolcro ed è uscito vivo, portando con sé la nostra umanità. Se egli è risorto, allora la morte non può pretendere di avere l’ultima parola neppure su coloro che abbiamo amato.
«Vado a prepararvi un posto» (Gv 14,2), ha detto Gesù ai suoi discepoli mentre si avvicinava l’ora della passione. Non prometteva loro che non avrebbero conosciuto il dolore della separazione. Prometteva che quella separazione non sarebbe stata definitiva.
Non so come sarà il ritrovarsi. Non so quali domande troveranno finalmente risposta, né quali parole potremo pronunciare dopo tanto silenzio. So che oggi ci sono voci che non posso più ascoltare e persone che non posso più abbracciare.
Quel numero nella rubrica resterà forse ancora a lungo. Non mi aspetto che qualcuno risponda. Ma quando lo incontro, insieme alla ferita dell’assenza, torna anche una promessa che non mi sono dato da solo.
Non aspetto che i miei cari continuino a vivere nei miei ricordi. Aspetto, per la parola di Cristo, che venga il giorno in cui potrò ritrovarli vivi.







