Trigesimo Paola Masella A un mese dalla morte di Paola, la Parola di Dio ci invita a rileggere la sua vita alla luce del Vangelo e a riconoscere, dentro ciò che ha vissuto, un modo concreto di stare davanti a Dio e agli altri. È quello che accade ascoltando oggi le parole di Paolo: …
Trigesimo Paola Masella
A un mese dalla morte di Paola, la Parola di Dio ci invita a rileggere la sua vita alla luce del Vangelo e a riconoscere, dentro ciò che ha vissuto, un modo concreto di stare davanti a Dio e agli altri. È quello che accade ascoltando oggi le parole di Paolo: «Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti», parole che non parlano soltanto dell’apostolo e della sua missione, ma che possono diventare anche una chiave attraverso la quale guardare alla vita di Paola senza idealizzarla.
San Paolo tiene insieme due realtà che noi siamo spesso portati a separare: la libertà e il servizio. Per noi essere liberi significa facilmente non dipendere, non dover rendere conto, poter disporre di sé e del proprio tempo, per l’apostolo, invece, la libertà raggiunge la sua verità proprio quando diventa capacità di consegna.
«Mi sono fatto servo di tutti» non significa dunque rinunciare alla propria dignità, ma decidere di non custodire gelosamente la propria vita, di non farne un possesso da difendere, di metterla piuttosto a disposizione di qualcosa e di qualcuno che la superano.
In questa luce possiamo rileggere anche Paola e riconoscere che, nel suo modo concreto di vivere, ha corso per essere serva del Vangelo. Non nel senso di una vita senza limiti o senza contraddizioni, perché nessuna esistenza umana può essere raccontata così, ma nel senso di una vita che ha cercato di spendersi, di rendersi disponibile, di non rimanere chiusa dentro il proprio perimetro. Essere servi del Vangelo, infatti, non significa soltanto annunciarlo con le parole ma permettere che il Vangelo acquisti carne nel modo in cui si sta accanto alle persone, nel modo in cui ci si prende cura, si vive una fatica, si rimane presenti anche quando sarebbe più facile sottrarsi.
Quando san Paolo dice: «Mi sono fatto debole con i deboli», non sta parlando di una benevolenza concessa dall’alto. Non guarda la debolezza altrui come qualcosa che riguardi soltanto l’altro, quasi potesse restarne fuori e limitarsi a osservare, valutare, correggere. Entra invece in quella condizione, perché sa di appartenerle anche lui. Prima ancora di essere apostolo, Paolo è un uomo che ha conosciuto il proprio limite, il proprio errore, il bisogno di essere raggiunto dalla misericordia. Per questo può stare accanto all’altro senza trasformare la vicinanza in superiorità.
È da qui che si comprende anche la parola di Gesù sulla pagliuzza e sulla trave. Il problema non è anzitutto vedere o non vedere il male dell’altro ma da quale posizione lo guardiamo. Gesù non chiede di chiudere gli occhi davanti a ciò che ferisce o sbaglia, ma toglie al discepolo ogni pretesa di porsi davanti al fratello come se fosse estraneo alla stessa fragilità.
«Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo?». La domanda mette a nudo quella facile presunzione per cui diventiamo severi interpreti della vita altrui e assai meno esigenti con noi stessi.
La fraternità comincia proprio quando cade questa distanza. Non quando il male viene negato, ma quando nessuno usa il male dell’altro per innalzarsi sopra di lui. Posso correggere davvero un fratello soltanto se non dimentico di aver bisogno, anch’io, di essere corretto, posso accompagnare la sua fragilità soltanto se non rimuovo la mia, posso usare misericordia soltanto se conservo memoria della misericordia ricevuta.
Il servizio cristiano nasce quando comprendo che non precedo l’altro perché sarei migliore di lui, ma posso soltanto camminargli accanto perché condivido la sua stessa condizione. Anch’io ho bisogno di misericordia, anch’io conosco il limite, anch’io porto dentro di me zone che non sono trasparenti neppure a me stesso. È il giusto sguardo su di sé a rendere possibile uno sguardo più delicato sugli altri.
San Paolo, nella seconda parte del brano, usa poi l’immagine della corsa. «Quelli che corrono nello stadio corrono tutti, ma uno solo conquista il premio; correte anche voi in modo da conquistarlo». Anche questa immagine può aiutarci a leggere la vita di Paola. La vita è una corsa, non nel senso di una competizione contro gli altri, ma perché ciascuno di noi spende le proprie energie per qualcosa, orienta il proprio tempo verso una meta, decide, spesso senza neppure rendersene conto, per che cosa vale la pena affaticarsi.
Si può correre per affermare sé stessi, per essere riconosciuti, per custodire il proprio posto e si può correre, invece, perché il Vangelo raggiunga altri attraverso la propria vita. In questo senso possiamo dire che Paola ha corso la sua corsa cercando di essere serva del Vangelo, con ciò che era, con i doni che aveva ricevuto, con i suoi limiti, con ciò che è riuscita a donare e con ciò che, come accade a tutti, è rimasto incompiuto.
Nessuno di noi arriva davanti a Dio con una vita perfettamente compiuta. Tutti portiamo qualcosa che avremmo potuto vivere diversamente, una parola non detta, una possibilità che non siamo riusciti ad accogliere. È per questo che il compimento non è opera nostra ma di Dio.
San Paolo parla di una «corona incorruttibile». Gli uomini corrono per qualcosa che passa, che si consuma, che prima o poi viene dimenticato, il cristiano corre verso ciò che non appassisce. Oggi chiediamo questo per Paola: che quanto nella sua vita è stato servizio trovi ora il suo compimento, che quanto è stato dono rimanga, che ciò che è rimasto incompiuto venga raccolto dalla misericordia, che la sua corsa non sia semplicemente terminata, ma sia giunta alla meta.
A un mese dalla sua morte, mentre la sua assenza comincia a entrare nella trama ordinaria dei giorni, Paola continua a parlarci non più attraverso ciò che può fare, ma attraverso ciò che ha lasciato, non più attraverso la presenza, ma attraverso quella memoria che, se accolta nella fede, diventa anche interrogativo per chi resta.
E allora le parole di san Paolo possono accompagnare oggi il nostro ricordo di lei: «Mi sono fatto servo di tutti». Per che cosa sto spendendo la mia vita, per che cosa sto correndo, e quanto di ciò che sono sta diventando realmente servizio?








