Quando ho saputo della morte di don Angelo Casati, prete milanese, ho sentito di aver perso un amico. E subito mi sono chiesto se potessi chiamarlo così. In realtà non ci siamo mai incontrati, non gli ho mai stretto la mano, non abbiamo mai parlato eppure poche persone ho sentito così affini a me come …
Quando ho saputo della morte di don Angelo Casati, prete milanese, ho sentito di aver perso un amico. E subito mi sono chiesto se potessi chiamarlo così. In realtà non ci siamo mai incontrati, non gli ho mai stretto la mano, non abbiamo mai parlato eppure poche persone ho sentito così affini a me come don Angelo.
Poche ore dopo è arrivata la notizia della morte di Enzo Bianchi. La scomparsa, quasi contemporanea, di due uomini dai quali ho ricevuto molto mi porta oggi a condividere qualcosa di cui non ho mai fatto parola con alcuno. Ci sono riconoscenze che rimangono a lungo custodite dentro di noi, senza neppure pensare che un giorno andrebbero dette. Poi accade qualcosa e avverti che non puoi più tenerle soltanto per te.
Con Enzo Bianchi avevo avuto qualche scambio, rimasto custodito tra i miei messaggi e nella stima reciproca verbalizzata oltre che vissuta. Don Angelo, invece, non ha mai saputo nulla di me. Io, però, l’ho frequentato per anni attraverso le sue parole.
Credo di aver letto quasi tutto ciò che ha pubblicato. Lo cercavo, tornavo alle sue pagine, aspettavo le sue letture del Vangelo. Leggerlo era come immergersi ogni volta nella freschezza di una Parola non ancora consumata dalle nostre spiegazioni. Un testo ascoltato centinaia di volte tornava ad avere respiro. Don Angelo riusciva a vedere un dettaglio sul quale ero passato in fretta, a fermarsi su una parola apparentemente marginale, a seguire un sentiero che non avevo neppure intravisto.
Mi aveva colpito già il nome scelto per il sito sul quale pubblicava: Sulla soglia. Due parole che dicevano molto di lui e che, negli anni, hanno finito per dire molto anche a me su come si possa essere cristiani in questo tempo.
La soglia è un luogo strano, appartiene alla casa, ma guarda verso la strada. Chi vi sosta non rinnega ciò che è dentro, ma non perde di vista ciò che accade fuori. Don Angelo mi è sempre sembrato un uomo della soglia proprio per questo. Non aveva l’ansia di tracciare confini, di stabilire chi appartenesse e chi no, di ricondurre immediatamente ogni domanda dentro una risposta già pronta. Sapeva sostare, ascoltare, lasciarsi sorprendere da ciò che poteva accadere anche oltre i confini che noi avevamo immaginato.
Ripensandoci oggi, mi accorgo che persino l’intuizione da cui è nata acasadicornelio deve qualcosa a quella sua postura.
Lui aveva scelto di stare sulla soglia, io, a un certo punto del mio cammino, ho sentito il bisogno di entrare a casa di Cornelio. Non è la stessa immagine, naturalmente, ma vi riconosco una parentela che forse non avevo mai esplicitato neppure a me stesso.
A casa di Cornelio, Pietro scopre una cosa che non ha mai smesso di interrogarmi: Dio è arrivato prima di lui. Pietro si mette in cammino verso un uomo che non conosce. Potrebbe pensare di essere lui a portargli qualcosa, di dover introdurre Dio in una casa che ancora non gli appartiene. Quando arriva, però, deve accorgersi che Dio ha già lavorato nel cuore di quell’uomo, ha già suscitato domande, desideri, attese. Pietro non inaugura la presenza di Dio nella vita di Cornelio, la riconosce.
È da qui che, per me, è nata acasadicornelio: dalla consapevolezza che ogni volta che entro nella vita di qualcuno, io arrivo dopo. Dio era lì prima del mio arrivo. Prima che ci incontrassimo, prima che io pronunciassi una parola, prima ancora che quella persona varcasse la porta di una chiesa o cercasse un prete, Dio aveva già una storia con lei, una storia che io non conosco e, perciò, posso soltanto entrare con rispetto e provare a riconoscere ciò che è già accaduto.
Forse la vicinanza che ho sempre sentito con don Angelo nasceva da qui, dal suo modo di stare sulla soglia senza occupare la casa dell’altro, dal rispetto per ciò che Dio poteva compiere fuori dai nostri percorsi stabiliti, dalla capacità di non scambiare i confini che abbiamo tracciato noi con i confini dell’agire di Dio.
Ma il debito più grande che ho verso di lui riguarda il mio modo di leggere e commentare il Vangelo. C’è una domanda che ormai mi viene quasi spontanea quando mi trovo davanti alla Parola e che credo di dovere, almeno in parte, proprio a lui: che cosa viene a dire a me questa pagina? Che cosa vorrei sentirmi dire?
Prima di chiedermi che cosa dovrò dire agli altri, provo a capire che cosa quella Parola sta dicendo a me, dove mi raggiunge, dove mi mette in discussione, dove apre qualcosa che non avevo previsto.
Don Angelo aveva questa capacità rara. Non dava mai l’impressione di avvicinarsi al Vangelo sapendo già che cosa avrebbe trovato, non costringeva il testo a confermare ciò che sapevamo. Sembrava piuttosto lasciarsi portare e chi lo leggeva finiva per essere portato con lui. È accaduto tante volte anche a me. Cominciavo a leggere una sua riflessione pensando di conoscere bene quella pagina e, poche righe dopo, mi ritrovavo altrove non perché vi aggiungesse chissà quale costruzione. Spesso faceva il contrario, sfrondava, metteva in discussione qualcosa che si era depositato sul testo negli anni: una formula, un’abitudine, una spiegazione diventata così familiare da impedirci ormai di ascoltare. E il Vangelo tornava a respirare.
È questa l’immagine che più associo a lui: il Vangelo che riprende aria. La Parola sottratta alle pastoie nelle quali riusciamo a imprigionarla proprio noi che la frequentiamo ogni giorno. Don Angelo riusciva a far intravedere sentieri che non conoscevo e sui quali, tuttavia, avvertivo che il Figlio di Dio stava già camminando.
Era un uomo minuto. Mi ha sempre colpito questo contrasto tra la sua figura quasi fragile e gli spazi che riusciva ad aprire. Mai autoreferenziale, non si serviva della Parola, non alzava la voce, sembrava quasi arretrare, scomparire perché venisse avanti il Vangelo.
Ora quella voce mi mancherà. Mi mancherà cercare una sua lettura e scoprire che aveva visto ciò che io non avevo colto. Mi mancherà quel suo modo di prendere una parola conosciuta e restituirmela come se l’ascoltassi per la prima volta.
La sua morte, insieme a quella di Enzo Bianchi, mi fa pensare in queste ore al tragitto delle parole. Noi parliamo, scriviamo, predichiamo e poi non sappiamo più che cosa accada. Una parola parte e raggiunge persone delle quali forse non conosceremo mai neppure il nome. Entra in una vita, vi rimane per anni, qualche volta diventa un modo di guardare le cose e chi l’ha pronunciata può non venirlo mai a sapere.
Io conosco almeno un tratto del viaggio compiuto dalle parole di don Angelo Casati, sono arrivate fino a me, sono entrate nel mio modo di leggere il Vangelo, nelle domande che gli rivolgo, nel rispetto con cui provo a entrare nelle storie delle persone. Sono entrate, in qualche modo, persino nell’intuizione di acasadicornelio e lui non ne ha mai saputo nulla.
È questo il rammarico che sento oggi più forte, non averlo mai incontrato, non avergli mai scritto, non avergli mai detto: una parte del mio modo di leggere e annunciare il Vangelo la devo anche a te.
Strano. Non ho mai stretto la mano a don Angelo Casati, non ho mai ascoltato una parola pronunciata da lui per me, eppure poche persone mai incontrate ho sentito tanto vicine. Per questo, quando ho saputo della sua morte, la parola che mi è venuta è stata proprio quella: amico.
Ora che ha attraversato quella soglia sulla quale aveva scelto di sostare per una vita, posso almeno dire pubblicamente ciò che lui non ha mai saputo.
Grazie, don Angelo. Le tue parole sono arrivate fino a me e da me hanno continuato il loro viaggio e forse sono arrivate anche a te che mi stai leggendo.








