Perché, a distanza di tanti anni, continuiamo a ricordare il Venerabile Augusto Bertazzoni? Perché la Chiesa ha riconosciuto nella sua vita i tratti del Vangelo, fino all’esercizio eroico delle virtù. È questo, in fondo, il cammino della santità: lasciare che Cristo raggiunga progressivamente il nostro modo di pensare, di scegliere, di amare, fino a …

 

Perché, a distanza di tanti anni, continuiamo a ricordare il Venerabile Augusto Bertazzoni? Perché la Chiesa ha riconosciuto nella sua vita i tratti del Vangelo, fino all’esercizio eroico delle virtù. È questo, in fondo, il cammino della santità: lasciare che Cristo raggiunga progressivamente il nostro modo di pensare, di scegliere, di amare, fino a ridurre quella distanza che il Vangelo di oggi chiama per nome: la distanza tra il pensare «secondo gli uomini» e il pensare «secondo Dio».

In Augusto Bertazzoni questo cammino ha raggiunto una singolare maturità: il pensiero dell’uomo si è lasciato così profondamente convertire dal Vangelo da accordarsi sempre più con il pensiero di Dio.

Ed è precisamente dentro questo cammino che ci conduce il Vangelo di oggi.

Pietro crede, non possiamo dubitarne: ha lasciato le reti, ha seguito Gesù e ha appena pronunciato una delle più alte professioni di fede del Vangelo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Eppure, quando Gesù annuncia che andrà a Gerusalemme, che sarà rifiutato, soffrirà e verrà ucciso, Pietro reagisce: «Dio non voglia, Signore».

Pietro non ha semplicemente paura della sofferenza: quando verranno ad arrestare Gesù sarà pronto a usare la spada, prima ancora gli aveva assicurato di essere disposto a morire con lui. Può accettare di combattere e persino morire ma non riesce ad accettare che il Cristo di Dio possa essere consegnato alla debolezza senza sottrarvisi.

Ecco la crisi di Pietro: Pietro crede in Gesù, ma deve ancora imparare chi è il Dio di Gesù. Se sei davvero il Cristo, non possono essere i tuoi avversari ad avere l’ultima parola. Se la tua causa è quella di Dio, Dio dovrà intervenire. E così accade qualcosa di paradossale: Pietro invoca Dio contro la strada che Dio stesso sta percorrendo in Gesù: «Dio non voglia».

È questo a provocare la risposta durissima: «Satana!». Pietro ha detto la verità su Gesù, ma non ha ancora compreso il Dio che Gesù rivela. Non basta, dunque, pensare a Dio, è necessario imparare a pensare secondo Dio.

E come pensa Dio?

Gesù lo racconta con la sua vita. Giovanni, introducendo la passione, scriverà: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».

È proprio quel «sino alla fine» che Pietro vorrebbe evitare. Il suo «Dio non voglia» dice, in fondo: non può essere necessario arrivare a tanto. Se sei il Cristo, Dio troverà il modo di risparmiarti il rifiuto e la morte.

Gesù, invece, arriverà sino alla fine perché non smetterà di essere ciò che è stato fino a quel momento: non rinnegherà, per salvare se stesso, il Padre che ha annunciato e gli uomini che ha amato.

Aveva accolto chi veniva tenuto ai margini, perdonato chi era giudicato soltanto a partire dal proprio peccato, restituito dignità a chi l’aveva perduta. Aveva annunciato un Padre che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e aveva chiesto di amare persino i nemici. Non potrà, quando il nemico avrà il volto concreto di chi lo condanna, comportarsi diversamente da ciò che ha annunciato.

La croce, così, acquista il suo significato cristiano. Non è anzitutto la misura di quanto Gesù abbia sofferto ma è il punto nel quale tutto ciò che ha annunciato viene messo alla prova dei fatti. Sarebbe stato facile parlare di misericordia finché la misericordia riguardava gli altri; parlare di perdono finché a dover essere perdonato era un peccatore incontrato lungo la strada. Ora è lui a essere colpito, rifiutato, condannato e non ritira nulla.

È così che ci racconta Dio. Ed è proprio questo Dio che anche noi facciamo fatica a credere. Possiamo aver incontrato Cristo, avergli consegnato la vita e continuare ad aspettarci un Dio che impedisca che la fedeltà conosca l’insuccesso.

Ma la presenza di Dio non coincide necessariamente con la riuscita.

Gesù a Gerusalemme perderà il consenso, sarà abbandonato dai suoi, verrà condannato proprio in nome di Dio e, tuttavia, non perderà ciò che più conta: la fedeltà al Padre e il modo di amare gli uomini.

La santità passa proprio attraverso questa lenta unificazione della vita: ciò che crediamo, ciò che diciamo e ciò che diventiamo quando la realtà ci mette alla prova.

È da qui che possiamo guardare oggi al Venerabile Augusto Bertazzoni: non semplicemente ciò che quest’uomo ha fatto per Dio, ma ciò che la frequentazione di Dio ha operato in lui.

Comprendiamo allora meglio anche le parole che seguono: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Rinnegare se stessi non significa disprezzarsi. Pietro deve rinunciare a qualcosa che ritiene persino giusto: la sua idea di come Dio dovrebbe comportarsi.

Prendere la croce non è una malattia mandata da Dio. Per Gesù essa nasce dalla decisione di restare fedele al Padre e agli uomini anche quando questa fedeltà gli costa.

Anche Geremia conosce questa fatica. Arriva a dire: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome». Eppure scopre dentro di sé un fuoco che non riesce a spegnere. Il salmo usa un’altra immagine: «Ha sete di te l’anima mia».

Prima del dovere c’è stato un desiderio, prima della perseveranza un incontro.

Pietro aveva confessato: «Tu sei il Cristo». Aveva detto il vero, ma doveva ancora diventare vero lui. È questo il lavoro di una vita e il cammino della santità: lasciare che la verità che professiamo raggiunga progressivamente ciò che siamo, fino a poter dire, guardando un’esistenza intera, ciò che Giovanni dice di Gesù: «Li amò sino alla fine».