“Nonno Carmine” ha terminato la sua corsa ieri mattina. Una lunga e feconda esistenza fatta di amabile cordialità e di una fede sincera manifestata con una spiccata devozione alla Madonna di Pompei e con la sua quotidiana visita in Chiesa. “Nonno Carmine” non era solo l’appellativo che un nipote rivolge al nonno ma l’identificativo di …

“Nonno Carmine” ha terminato la sua corsa ieri mattina. Una lunga e feconda esistenza fatta di amabile cordialità e di una fede sincera manifestata con una spiccata devozione alla Madonna di Pompei e con la sua quotidiana visita in Chiesa.

“Nonno Carmine” non era solo l’appellativo che un nipote rivolge al nonno ma l’identificativo di una missione che egli si era dato in questi anni per il mondo delle malattie rare che aveva interessato la sua famiglia. Una vera vocazione nella vocazione che egli ha vissuto in modo generoso e instancabile.

“Per tutta la vita non ho fatto abbastanza. È arrivato il momento di farmi perdonare”. Così confessava a chi gli chiedeva del suo impegno circa la sensibilizzazione del mondo istituzionale e non solo, a proposito delle malattie rare.

Riteneva come “una gioia indescrivibile sapere di poter fare del bene a chi ne ha davvero bisogno”. Come dargli torto se, come ci ricorda san Francesco, “è dando che si riceve”?

È per questo che ho voluto che a rischiarare quest’ora di comprensibile dolore per i suoi cari e per quanti hanno avuto modo di gioire della sua presenza e del suo impegno, fosse la pagina del buon samaritano.

Sulla strada della vita, ci ricorda il vangelo, possono esserci degli incidenti di percorso: può accadere di essere sopraffatti da eventi che non lasciano di noi se non dei brandelli gettati ai margini. Un’amicizia tradita, una relazione conclusa, un tracollo finanziario, un’ingiustizia subita o, magari, eventi ancor più drammatici. I briganti di cui narra la parabola impersonano l’accadere degli eventi in una maniera inattesa e infausta.

Sulla strada della vita, si agitano diverse persone prese dalla fretta di andare: altri obiettivi, altri traguardi li attendono, ben più importanti che fermarsi a prendersi cura di chi è lasciato ai bordi della vita.

La fretta di andare traduce il modo in cui viene letto l’altro: un estraneo, anzitutto, fastidioso, importuno, concorrente, avversario. Nei suoi confronti vince l’indifferenza, la voglia di evitarlo: il sacerdote… il levita… lo vide e passò oltre. Quando l’altro è letto così, non ci sarà situazione che possa spingermi a scendere dal mio piedistallo.

La capacità di fermarsi e di perdere tempo (perché poi di questo si tratta, anzitutto) narra, proprio, di come l’altro ti sta dinanzi, come lo leggi.

Paradossalmente – ci attesta il vangelo – questa capacità di leggere l’altro non come un fastidio ma come un appello, Gesù la riscontra in uno straniero, uno, cioè, che non è dei nostri, un inaffidabile ai nostri occhi, obbligandoci ad uscire dai nostri pregiudizi e dalle nostre prevenzioni.

Tutti, per Gesù, dunque anche i samaritani, sono capaci di compassione che è quella capacità di sottrarre il dolore alla sua solitudine. Si diventa uomini e donne di compassione quando quello che conta nella vita non sono le leggi della purezza rituale (come per il levita e il sacerdote), non contano gli obblighi legati ad un ruolo o la preoccupazione di arrivare puntuali al tempio, ma la sorte di un uomo che altrimenti non avrebbe scampo.

Si diventa uomini e donne di compassione quando si è capaci di operare quello che M.L. King definiva come il passaggio dal chiedersi che ne sarà di me se io mi fermo? a che ne sarà di lui se io non mi fermo?

Lo scriba era partito con una domanda generica: chi è il mio prossimo? Alla fine – sembra dirgli Gesù – è inutile chiedersi chi rientri nella categoria del prossimo. Il problema infatti è farsi prossimo. Il problema non sta in chi ha diritto alla carità, alla mia attenzione, ma in me: come posso arrivare ad avere quella compassione che mi permetta di scomodarmi per un altro?

La partita con Dio, infatti, si gioca su un unico versante: quello dell’amore. Fuori da questo versante non si dà né Dio e né umanità.