«La mia notte non conosce tenebre: tutto risplende di luce». La tradizione mette queste parole sulle labbra di san Lorenzo nell'ora della prova. Parole sorprendenti: la notte c'è, eppure non ha l'ultima parola. C'è una luce che non siamo noi ad accendere e che proprio per questo nessuna oscurità può spegnere. Vorrei che fossero queste …
«La mia notte non conosce tenebre: tutto risplende di luce».
La tradizione mette queste parole sulle labbra di san Lorenzo nell’ora della prova. Parole sorprendenti: la notte c’è, eppure non ha l’ultima parola. C’è una luce che non siamo noi ad accendere e che proprio per questo nessuna oscurità può spegnere.
Vorrei che fossero queste parole ad accompagnarci mentre affidiamo Paola al Signore. La liturgia di san Lorenzo sembra offrirci tre immagini attraverso le quali rileggere la sua vita: la luce nella notte, la gioia del dono, il chicco di grano che muore e porta frutto.
«Dio ama chi dona con gioia», abbiamo ascoltato da san Paolo.
Chi ha conosciuto Paola ne ha conosciuto anzitutto la forza d’animo: il suo modo deciso di affrontare la vita, di assumersi responsabilità, di non tirarsi indietro. Ma sarebbe troppo poco ricordarla soltanto come una donna forte, perché anche Paola ha conosciuto le sue notti. Notti nelle quali la vita costringe a misurarsi con ciò che non si può governare, con domande alle quali non si riesce a dare una risposta, con ferite che non si cancellano semplicemente perché passa il tempo.
Ed è proprio qui che le parole di san Lorenzo acquistano tutto il loro peso: «La mia notte non conosce tenebre: tutto risplende di luce», non perché il dolore diventi improvvisamente facile ma perché dentro la notte può restare accesa una luce che non viene da noi.
Paola questa luce l’ha cercata nella fede, una fede non soltanto professata, ma coltivata. Negli ultimi tempi aveva preso l’abitudine di partecipare alla Messa del mattino presto alla Trinità. Era diventato un appuntamento cercato, quasi il bisogno di cominciare la giornata attingendo a ciò che davvero poteva sostenerla.
La domenica, invece, alla Messa in Cattedrale, cercava di guadagnarsi il primo posto qui davanti, con il suo messalino aperto, intenta a seguire le letture e attenta a ogni momento della celebrazione. Era il suo modo per non lasciarsi distrarre, per raccogliersi, per rimanere intenta a ciò che era necessario. Lei, capace di occuparsi di tante cose, quando entrava in chiesa riconosceva che ce n’era una che veniva prima delle altre.
La fede è anche questo: non soltanto credere in Dio, ma fargli spazio, prestargli attenzione, tornare continuamente a ciò che è necessario.
E Paola questa fede non l’ha soltanto custodita, l’ha donata. Per tanti anni è stata una delle catechiste storiche della nostra comunità, ma mi piace ricordarla soprattutto come una nonna nella fede. Aveva con i piccoli la capacità di accogliere e accompagnare propria di una nonna, insieme alla vivacità di chi crede davvero in ciò che trasmette.
Due anni fa aveva vissuto con grande rammarico la necessità di interrompere per qualche tempo la catechesi per curarsi. Appena aveva potuto, però, aveva ripreso, accompagnando ancora quest’anno i bambini verso il sacramento della Riconciliazione.
Paola accompagnava i bambini verso un sacramento che lei per prima frequentava assiduamente, chiedendomi di ascoltarla. Non indicava agli altri una strada sulla quale lei non camminasse: prima di essere catechista, continuava a essere discepola.
«Dio ama chi dona con gioia».
Paola ha donato così: attraverso la fedeltà delle cose quotidiane. Ha donato tempo, energie, attenzione. Lo ha fatto nella catechesi, nella vita della comunità, nei Convegni di cultura Beata Maria Cristina di Savoia, dei quali era stata anche presidente.
E lo ha fatto persino attraverso un servizio che potrebbe sembrare piccolo: per tanto tempo si è occupata di assegnare le letture della Messa domenicale, cercando chi dovesse proclamarle. Oggi quel gesto mi sembra quasi una parabola: Paola si prendeva cura perché la Parola avesse una voce.
Le dava una voce all’ambone, cercando i lettori, le dava una voce nella catechesi, consegnandola ai bambini. Non bastava che qualcuno leggesse la Parola, bisognava ascoltarla, lasciarsi raggiungere, permetterle di illuminare la vita.
E poi la famiglia, la trama più profonda dei suoi affetti. Lorenzo, suo marito, con il quale ha condiviso una lunga storia (tra un mese avrebbero celebrato 60 anni di matrimonio), i figli, la nuora e il genero, sempre presenti, soprattutto nel tempo della fragilità, le sorelle, il fratello, legati a lei dalle radici e dalla memoria di una vita condivisa.
E poi Francesco e Lorenzo, i suoi nipoti.
A voi vorrei dire: sapete quanto la nonna vi volesse bene. Negli ultimi tempi siete stati anche voi ad accompagnarla alla Messa domenicale. Pensavate forse di accompagnare lei. In realtà, mentre voi accompagnavate la nonna, lei continuava ad accompagnare voi. Vi conduceva, senza grandi discorsi, verso ciò che per lei era necessario: la Parola, l’Eucaristia, il Signore. È così che spesso la fede passa da una generazione all’altra, attraverso una strada percorsa insieme. Anche questo è seminare. e quanto è stato edificante per tutti noi vedervi con lei!
«Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».
Noi oggi vediamo il chicco che cade nella terra, il Signore, invece, ci chiede di credere al frutto. Il frutto di una vita non è soltanto ciò che una persona ha fatto. È ciò che ha seminato negli altri: una vita donata continua misteriosamente a vivere nel bene che ha generato.
E gli ultimi giorni di Paola ci consegnano forse la sua catechesi più bella.
Ancora sabato sera aveva desiderato ricevere la Comunione: fino alla fine ha desiderato il conforto dei sacramenti. “Sei venuto a salutarmi”, mi ha ripetuto con le poche forze di cui disponeva. E circa un’ora prima di morire ho potuto amministrarle l’Unzione degli infermi, circondata dai figli, dai nipoti e dalla sorella, che avevano desiderato e chiesto quel momento e vi hanno partecipato.
Lei, che per tanti anni aveva accompagnato altri ai sacramenti, alla fine si è lasciata accompagnare dai sacramenti. Lei che aveva servito, organizzato, insegnato, accompagnato, nell’ultima ora non doveva più fare nulla, doveva soltanto affidarsi.
È stata questa la sua ultima catechesi: viene un momento nel quale la fede non consiste più nel fare qualcosa per Dio, ma nel lasciarsi prendere per mano da Lui.
E allora le tre parole della liturgia diventano una sola.
«Dio ama chi dona con gioia»: la vita diventa dono.
«Il chicco di grano… produce molto frutto»: il dono diventa seme.
«La mia notte non conosce tenebre»: il seme deposto nella terra non è consegnato al buio, ma alla luce.
Mi torna allora davanti agli occhi Paola al suo posto, nelle prime ore del mattino, con il messalino aperto: veniva incontro alla luce mentre cominciava il giorno.
Oggi non deve più cercare quel primo posto. Il Vangelo le promette un altro posto: «Dove sono io, là sarà anche il mio servitore». Paola ha servito, ha donato, ha seminato, ha creduto.
Noi oggi vediamo la terra, Dio vede già il frutto, noi conosciamo la separazione, Dio conosce il compimento, noi attraversiamo la notte, Dio prepara la luce. Quella luce che Paola tante mattine veniva a cercare nell’Eucaristia, ora non dovrà più cercarla ma contemplarla.
Che davvero diventi per lei esperienza ciò che san Lorenzo confessava nella fede: «La mia notte non conosce tenebre: tutto risplende di luce».








