«C'era anche una profetessa, Anna...» (Lc 2,36). Il Vangelo non dice molto di questa donna. Non racconta imprese straordinarie, non riferisce parole memorabili, non descrive gesti eclatanti. Dice semplicemente: «C'era». C'era Anna. Oggi possiamo dire la stessa cosa di Gina: c'era Gina. C'era nella sua famiglia, c'era nella vita dei suoi figli e dei suoi …

«C’era anche una profetessa, Anna…» (Lc 2,36).

Il Vangelo non dice molto di questa donna. Non racconta imprese straordinarie, non riferisce parole memorabili, non descrive gesti eclatanti. Dice semplicemente: «C’era». C’era Anna. Oggi possiamo dire la stessa cosa di Gina: c’era Gina.

C’era nella sua famiglia, c’era nella vita dei suoi figli e dei suoi nipoti, c’era nella vita di tanti che, in modi diversi, hanno conosciuto la sua bontà, c’era non facendo rumore, ma tenendo unite le persone. Come accade spesso nelle famiglie, ci sono figure che sembrano occupare un posto discreto e quasi scontato, ma quando vengono a mancare ci si accorge che erano il punto di incontro di tanti affetti, il luogo in cui le relazioni trovavano armonia e continuità.

Gina era una di queste persone.

Era madre, certamente, ma la sua maternità era più grande dei legami di sangue. Aveva un cuore capace di allargarsi agli altri: si interessava delle persone, custodiva i rapporti, seguiva le vicende di chi le stava accanto. Negli ultimi anni non poteva più raggiungere tutti come avrebbe desiderato, ma continuava a esserci attraverso il telefono. Una chiamata, una domanda, una parola erano il modo con cui continuava a dire: «Tu mi stai a cuore».

E forse proprio questa è una delle eredità più belle che lascia: aver insegnato che una famiglia non si costruisce soltanto vivendo sotto lo stesso tetto, ma continuando a cercarsi, a custodirsi, a restare uniti.

Non è un caso che attorno a lei, fino all’ultimo, ci siano stati i suoi figli, Maria Teresa e Giancarlo, con una presenza quotidiana, paziente e fedele. Hanno voluto averla accanto, in casa loro, nella loro vita di ogni giorno cercando di restituirle l’amore che avevano ricevuto. Una pagina che racconta come il bene seminato per una vita intera non va perduto, ma ritorna come benedizione.

Ma c’era un altro amore che abitava profondamente il cuore di Gina: il Signore.

Il Vangelo dice che Anna «non si allontanava mai dal tempio». Queste parole mi hanno fatto pensare a Gina e al suo legame con la Chiesa. Pur con il peso degli anni e la fatica delle scale, non accettava facilmente di allontanarsi dalla sua casa, perché avrebbe significato allontanarsi dalla cattedrale. Per molti poteva sembrare una scelta difficile da comprendere, per lei era naturale. La cattedrale non era semplicemente un edificio, era il luogo dove aveva pregato, sperato, pianto, ringraziato, era il luogo dove aveva imparato a riconoscere la presenza di Dio nella sua vita. Il suo rammarico più grande era non poter più raggiungere questo luogo in cui ci troviamo, abituata com’era a venirci anche più volte durante la giornata. E soffriva nel non poter partecipare più alle celebrazioni, alle catechesi, agli incontri della sua comunità, di cui continuava comunque a informarsi attraverso le amiche e le persone che le stavano accanto. Come la profetessa Anna era rimasta accanto al tempio, così Gina è rimasta accanto alla sua Chiesa.

E il Signore l’ha chiamata proprio nel mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù, alla vigilia del suo giorno onomastico. Non credo sia un particolare senza significato: per tutta la vita, infatti, Gina ha guardato a quel Cuore. La pratica dei primi venerdì del mese, vissuta con fedeltà, non era una devozione tra le tante. Era un modo di lasciarsi plasmare dal Vangelo. Significava credere che al centro del mondo non c’è la forza, non c’è il successo, non c’è il potere, ma c’è un cuore che ama, un cuore che non si stanca, un cuore che attende, un cuore che accoglie, un cuore che resta fedele. Forse è lì che Gina ha imparato il segreto della sua stessa vita. Perché chi contempla a lungo il Cuore di Cristo finisce lentamente per assomigliargli: “Rendi il nostro cuore simile al tuo”, così preghiamo.

Anche quando gli occhi hanno cominciato a indebolirsi e pregare la Liturgia delle Ore diventava difficile, non ha smesso di cercare il Signore. Continuava ad ascoltare, seguiva le trasmissioni religiose, la preghiera della Chiesa, le celebrazioni. La vista diminuiva, ma il desiderio di Dio rimaneva vivo.

E quanto parlava della sua fede il modo con cui preparava la casa per accogliere l’Eucaristia! Quel tavolo preparato con cura era una professione di fede silenziosa, diceva che stava arrivando Qualcuno di importante, diceva che il Signore era atteso.

Ogni volta che andavo a trovarla per la Comunione vedevo una donna che ritrovava serenità nella presenza del Signore. Il volto si illuminava, lo sguardo si rasserenava. Per questo, quando le circostanze della vita l’hanno portata nella casa dei figli, una delle prime cose che ha desiderato è stata continuare a ricevere quel conforto che le veniva dall’Eucaristia e dai sacramenti.

Perfino negli ultimi giorni il suo pensiero continuava ad andare oltre se stessa. Quando a fine maggio le amministrai i sacramenti, trovai ancora la sua attenzione per la Chiesa. Aveva fatto in modo che venisse consegnata quell’offerta che non avevo preso in precedenza. Un gesto semplice, ma profondamente rivelatore. Anche quando tutto avrebbe potuto chiuderla in se stessa, il suo cuore continuava ad aprirsi.

Due giorni prima della sua morte fa ha ricevuto ancora una volta i sacramenti. Era molto provata nel corpo, ma partecipava come poteva. Era la fede di una vita intera che continuava a parlare attraverso la debolezza.

La profetessa Anna trascorse la sua lunga esistenza attendendo il Signore e, quando finalmente lo vide entrare nel tempio tra le braccia di Maria e Giuseppe, comprese che la sua attesa era giunta al compimento.

Anche Gina ha vissuto così. Per oltre novantasei anni ha cercato il volto di Dio nella preghiera, nell’Eucaristia, nella Chiesa che amava, nella sua famiglia e nell’attenzione verso gli altri.

Ora quella ricerca è compiuta. Colei che per tutta la vita ha desiderato il Signore non lo cerca più nella fede, ma lo contempla nella luce. Colei che ha amato il Sacro Cuore di Gesù non lo venera più in un’immagine, ma riposa finalmente in quell’amore che ha sostenuto tutta la sua esistenza.

E forse il modo più bello per ricordarla oggi non è fermarci alla sua morte, ma custodire ciò che ha lasciato: una fede perseverante, un cuore capace di tenere unite le persone e la certezza che una vita spesa nell’amore non va mai perduta davanti a Dio.