https://www.youtube.com/watch?v=K6zOSGeB1Qs “Quel giorno…”. Un giorno particolare quel giorno. I suoi lo avevano raggiunto e Gesù, a chi gli aveva riferito che i parenti lo aspettavano, si era lasciato andare a una espressione che quasi prendeva le distanze da loro: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?”. Quel giorno, appunto, iniziò a parlare in …
“Quel giorno…”. Un giorno particolare quel giorno. I suoi lo avevano raggiunto e Gesù, a chi gli aveva riferito che i parenti lo aspettavano, si era lasciato andare a una espressione che quasi prendeva le distanze da loro: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?”.
Quel giorno, appunto, iniziò a parlare in parabole, non attraverso un discorso che costringe all’evidenza ma attraverso un parlare per accenni suscitando interrogativi senza forzare, nel rispetto della libertà dell’altro e di quanto l’altro è in grado di comprendere.
Isacco il Siro afferma con ragione: “Fa’ profittare con il tuo silenzio piuttosto che con la tua parola di conoscenza colui che non può trarre profitto dalla conoscenza. Abbassati con lui secondo la sua debolezza”. Così fa Dio, si abbassa secondo la mia debolezza per raggiungermi e rispetta i tempi e le capacità di ognuno purché nessuno vada perduto.
Di fronte a chi si chiedeva perché Dio mettesse addirittura in conto il fallimento della sua opera e si domandava perché Gesù fosse rifiutato, di fronte a chi quasi registrava l’inutilità della fede, da una parte, e l’irrecuperabilità della malvagità umana, dall’altra, ecco Gesù varcare l’uscio di casa a narrare di Dio che esce a seminare futuro.
Gesù, infatti, non è appannaggio di alcuno, neanche dei suoi familiari, e per questo, suo mestiere è offrire nuove possibilità, creare occasioni: “Ecco, il seminatore uscì a seminare”. Non ragiona in base a preconcetti o preclusioni: inventa opportunità senza preventivare ogni cosa in anticipo.
Dio esce continuamente e con pazienza e perseveranza non si cura di sprecare la sua offerta di comunione e di amicizia. Egli solca più volte il terreno della nostra vita, in ogni stagione e in ogni circostanza, sia quando saremmo più predisposti ad accoglierlo sia quando siamo tentati di lasciarci scivolare ogni cosa di dosso. E lo fa con la piccolezza del seme, di qualcosa, cioè, che può sembrare impercettibile a uno sguardo superficiale. Continua a visitarci anche se sa che tre volte su quattro non troverà l’accoglienza dovuta. Ed è proprio per quell’ultima occasione che egli continua a cercarci senza mollare.
Se c’è di mezzo un uomo non è mai sprecato aprire il dialogo con lui e spargere il seme del vangelo. Poco importa cosa accadrà da lì in poi. Preferisce che il buon seme sia sparso in ogni dove piuttosto che aumentare il livello del deposito in cui è custodito.
Le avversità e gli ostacoli fanno parte del gioco, sono computati in anticipo ma non per questo il seme non viene sparso. Anzi!
Dio semina in ogni terreno la possibilità di attingere a piene mani a quel codice che ci dà accesso alla comunione con lui: ecco cos’è la sua parola, la sua sapienza, l’intelligenza delle cose per non ricadere nella disarmonia e nell’infelicità.
Talvolta, però, a far da ostacolo è la strada, vale a dire l’usura del quotidiano, la ripetizione di luoghi comuni e di una religiosità senz’anima, una realtà liscia, impermeabile, un’esperienza senza pause, che ha smarrito il senso della vita, senza l’apertura a qualcos’altro, a qualcun’altro. In questo caso tutto resta in superficie, nulla viene recepito tanto è vero che viene il maligno, l’oppositore per antonomasia alla riuscita dell’uomo, e gli ruba il codice per accedere alla comunione con Dio.
Talvolta, invece, a far da ostacolo è la terra fatta di pietre, ossia un’esperienza di rigidità, di osservanza formale, momenti in cui a predominare è la paura di sbagliare e perciò tutto è ridotto a obblighi, doveri, imposizioni. È il terreno in cui le cose si fanno per tradizioni di cui non si sa più rendere ragione. È il terreno in cui a dominare sono le altrui aspettative, un terreno senza radici personali consolidate. Manca perciò il fertilizzante della costanza.
C’è, poi, il terreno soffocato dalle spine: ci sarebbero tutti i presupposti perché il seme attecchisca ma a prevalere sono le preoccupazioni del ruolo, dell’immagine, della posizione sociale, della gestione dei rapporti, il nome, il successo. A prevalere è il bisogno di accumulare beni. Questo finisce per soffocare ogni desiderio di bene.
E poi la terra buona quella che finalmente riconosce nel seme sparso a piene mani la via di casa, la comunione con Dio e per nulla al mondo se lo fa portare via.
Noi siamo un po’ tutti i terreni a seconda delle situazioni e dei momenti della vita. Qual è il segno più vero che il seme della parola ha attecchito in noi? Diventare a nostra volta seminatori come Maria che dopo l’annuncio raggiunge Elisabetta.







