https://www.youtube.com/watch?v=NeA4X2YUFkM «Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli». Chi di noi non desidera essere riconosciuto? Il bisogno del riconoscimento altrui anima spesso le nostre scelte, muove le nostre passioni, orienta i nostri passi. Talvolta può diventare così decisivo che, quando viene meno, una persona sente …
«Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Chi di noi non desidera essere riconosciuto? Il bisogno del riconoscimento altrui anima spesso le nostre scelte, muove le nostre passioni, orienta i nostri passi. Talvolta può diventare così decisivo che, quando viene meno, una persona sente venir meno persino le ragioni per continuare a lottare.
Eppure, quando Gesù afferma: «Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio», non sta promettendo il contentino di cui abbiamo bisogno per onorare gli impegni presi. Il riconoscimento di cui parla è qualcosa di molto più profondo: è la conoscenza di chi non ha fatto finta di nulla, di chi non si è voltato dall’altra parte, di chi non ha nascosto la propria appartenenza quando essa comportava un prezzo da pagare.
Essere riconosciuti davanti al Padre dipende dalla nostra disponibilità a riconoscere il Signore dentro le circostanze concrete della vita. La verità del nostro legame con lui emerge soprattutto quando sarebbe più comodo tacere, adeguarsi, nascondersi o scegliere il proprio interesse.
L’appartenenza al Signore, infatti, non è mai soltanto un fatto intimistico e privato. Quando è autentica, essa diventa criterio delle scelte, forma dei rapporti, capacità di non venir meno nel momento della fatica.
È proprio il momento conflittuale a rivelare che cosa cerca davvero il nostro cuore, per che cosa si appassiona e per chi è disposto a giocarsi. Ciascuno dovrebbe domandarsi: ho una ragione per la quale dare la vita? E, se ce l’ho, qual è? Ciò per cui siamo disposti a pagare di persona rivela, infatti, ciò per cui abbiamo scelto di vivere.
Quando, invece, ci voltiamo dall’altra parte facendo finta di nulla, rischiamo di rinnegare ciò che avevamo professato con una certa sicurezza quando tutto sembrava confermare le nostre scelte. Accade anche a noi quello che accadde a Pietro nella notte della passione: messi di fronte alla scelta tra la salvaguardia di noi stessi e la fedeltà al Signore, finiamo per dire di non conoscerlo.
È facile essere credenti quando non costa nulla. È facile dichiararsi discepoli quando l’appartenenza al Signore non mette in discussione abitudini, interessi e sicurezze. La fede, però, si manifesta proprio quando siamo posti davanti alla possibilità di fare diversamente. Credere significa scegliere di non interrompere il rapporto con il Signore anche quando esso non appare più scontato, spontaneo o gratificante.
La fede è la virtù della notte: di quel tempo nel quale non possediamo evidenze, non riceviamo consolazioni e non abbiamo altri motivi per andare avanti se non la forza di un legame che scegliamo di non interrompere. «Chi siamo e a che cosa crediamo viene fuori davanti al disagio, nell’ora arrischiata», scriveva Cesare Pavese.
Per questo Gesù ripete ai suoi discepoli: «Non abbiate paura». Non dice loro che non incontreranno opposizioni, incomprensioni o sofferenze. Al contrario, li prepara alla possibilità del rifiuto. Ma proprio dentro questa prospettiva consegna loro la certezza più grande: nessuno di loro è dimenticato davanti a Dio.
«Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati».
Non abbiate paura: non perché tutto andrà come desiderate, ma perché nessun aspetto della vostra vita è estraneo allo sguardo del Padre.
«Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare», ripeterebbe il don Abbondio di turno. E avrebbe le sue ragioni, perché il contrario della paura non è semplicemente il coraggio. Il contrario della paura è la fede. Il coraggio può nascere da uno slancio del carattere; la fede, invece, nasce dalla certezza di essere custoditi.
È la fede a restituirci la capacità di esporci senza giocare a nascondino. È la fede a farci correre il rischio di essere riconosciuti come “suoi”, come accadde a Pietro quando una serva, nel cortile del sommo sacerdote, gli disse: «Anche tu eri con Gesù il Galileo».
Ma quella notte non fu l’ultima parola sulla vita di Pietro. Il suo pianto divenne il luogo nel quale egli scoprì la propria fragilità e, nello stesso tempo, la fedeltà del Signore. Gesù non lo rinnegò e gli affidò nuovamente i fratelli.
Questo è il cuore della promessa evangelica: quando noi riconosciamo il Signore, scopriamo di essere stati riconosciuti da lui molto prima. Prima della nostra fedeltà c’è la sua. Prima della nostra professione di fede c’è il suo sguardo che ci chiama per nome. Prima del nostro coraggio c’è la sua misericordia che ci rialza dopo ogni rinnegamento.
Abbiamo a lungo annunciato percorsi per salvare l’anima e, talvolta, li abbiamo individuati in una presa di distanza dalla storia, come se la salvezza consistesse nel preservare zone franche e incontaminate. Nel linguaggio del Vangelo, però, l’anima coincide con la vita, con ciò che rende una persona viva, con le ragioni profonde per cui essa si alza ogni mattina, ama, spera e lotta.
Oggi siamo impegnati a preservare il corpo dal logorio del tempo, a proteggerlo, curarlo e prolungarne il benessere. Tutto questo è legittimo. Eppure rischiamo di smarrire proprio l’anima, ossia le ragioni del vivere. Possiamo continuare a esistere biologicamente e non sapere più per che cosa viviamo. Ed è forse questo il male più difficile da esorcizzare.
Il Vangelo ci riconsegna oggi una domanda decisiva: che cosa rende la mia vita degna di essere vissuta? Per che cosa sono disposto a espormi? Che cosa riconosco davanti agli uomini attraverso le mie parole, le mie scelte e il mio modo di trattare gli altri?
«Non abbiate paura».
Voi avete il nido nelle mani di Dio. La vostra vita è custodita prima ancora di essere compresa dagli altri. Il vostro nome è pronunciato davanti al Padre prima ancora di ricevere approvazione dagli uomini. Per questo potete vivere senza mendicare continuamente conferme, senza piegare la coscienza pur di essere accolti, senza nascondere ciò che dà senso ai vostri giorni.







