Carissimi, nel portarvi la vicinanza dell’Arcivescovo di Potenza, che rappresento come Vicario, rivolgo il mio saluto e il mio ringraziamento al Ministro provinciale, per aver voluto che fossi io a presiedere questa liturgia di commiato del compianto padre Emanuele, che a lungo ha servito la Chiesa potentina; insieme a lui saluto i due Ministri provinciali …
Carissimi,
nel portarvi la vicinanza dell’Arcivescovo di Potenza, che rappresento come Vicario, rivolgo il mio saluto e il mio ringraziamento al Ministro provinciale, per aver voluto che fossi io a presiedere questa liturgia di commiato del compianto padre Emanuele, che a lungo ha servito la Chiesa potentina; insieme a lui saluto i due Ministri provinciali di Napoli e di Benevento, tutti i frati, i sacerdoti convenuti per questa celebrazione, i parenti e gli amici di padre Emanuele.
«Non sia turbato il vostro cuore».
Le parole del Vangelo che abbiamo ascoltato nascono in un momento particolare. Gesù sta per lasciare i suoi discepoli: essi percepiscono che qualcosa si sta spezzando, intuiscono che una presenza amata sta per essere sottratta ai loro occhi, per questo sono turbati.
È un turbamento che conosciamo bene. Quando una persona che ha condiviso con noi un tratto di strada conclude il suo cammino terreno, il primo sentimento che ci attraversa è proprio questo: il turbamento. Non tanto perché la morte sia un fatto inatteso ma perché ogni morte ci pone davanti all’esperienza della separazione: viene meno una voce, un volto, una presenza e ci domandiamo che ne sarà ora di quella relazione, di quella storia condivisa, di tutto ciò che una persona ha seminato e lasciato dietro di sé.
Anche noi oggi siamo raccolti attorno a questo interrogativo mentre accompagniamo padre Emanuele all’incontro con il Signore.
Ottantasette anni di vita, settant’anni di professione religiosa, sessant’anni di sacerdozio. Una lunga esistenza attraversata dalla vocazione francescana, dallo studio, dall’insegnamento, dalla ricerca storica, dalla formazione e dal servizio alla Chiesa e all’Ordine.
Eppure, davanti al mistero della morte, il Vangelo ci invita a compiere un passo ulteriore: non ci chiede soltanto di ricordare una vita, ci invita a cercarne il significato.
Mi sembra provvidenziale il momento storico nel quale stiamo celebrando queste esequie. Quest’anno, infatti, la famiglia francescana ricorda gli ottocento anni in cui Francesco d’Assisi accoglie la morte cantandola come sorella. Sappiamo che il Cantico rappresenta uno dei punti più alti dell’esperienza spirituale di Francesco.
Esso non nasce nei giorni della giovinezza o dell’entusiasmo, nasce in una stagione segnata dalla fragilità. Francesco è malato, è quasi cieco, il suo corpo è provato, molte delle speranze che avevano accompagnato gli inizi sembrano attraversare una fase difficile eppure proprio allora egli canta. Francesco non canta perché ignora il dolore, canta perché ha imparato a guardare la realtà in modo diverso.
Quando scrive che il sole «de te, Altissimo, porta significatione», non sta dicendo soltanto che il mondo è bello, secondo una deriva ecologista. Sta affermando, piuttosto, che nulla è chiuso in se stesso, tutto rinvia oltre se stesso, tutto custodisce una traccia del Creatore, tutto è attraversato da una presenza che lo supera.
Potremmo tradurre questa intuizione con le parole di Montale: «Tutte le immagini portano scritto: più in là».
Più in là del sole vi è la sorgente della luce, più in là della fraternità vi è la paternità di Dio, più in là della storia vi è una fedeltà che la sostiene, più in là della morte vi è una comunione che il Vangelo assicura. Francesco ha imparato a leggere il mondo come un grande rimando: nulla è definitivo, nulla è soltanto ciò che appare, ogni cosa reca iscritta una promessa: “più in là”.
È proprio questo che Gesù intende comunicare ai discepoli: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore». Gesù non offre una spiegazione sulla morte, non descrive l’aldilà, non soddisfa la curiosità dell’uomo. Fa qualcosa di molto più importante: restituisce fiducia. Dice che la vita non è consegnata al nulla, dice che la relazione con Lui non viene interrotta dalla morte, dice che esiste una casa, non un luogo anonimo, ma la casa del Padre, vale a dire uno spazio di appartenenza, di comunione, di accoglienza.
Per questo la speranza cristiana non consiste semplicemente nel credere che esista qualcosa dopo la morte, consiste nel credere che ci sia Qualcuno che ci attende, il Padre di cui Gesù si è fatto via.
A questo punto comprendiamo anche la straordinaria rilettura che Francesco compie della propria esistenza nel Testamento. Quando giunge alla fine del cammino, non racconta le sue opere, non mette al centro le proprie realizzazioni, non celebra i risultati ottenuti. Sorprendentemente, il protagonista della sua storia non è più Francesco, è Dio: «Il Signore dette a me…», «Il Signore mi condusse…», «Il Signore mi diede dei fratelli…», «Il Signore mi rivelò…», come se, arrivato alla soglia della morte, avesse finalmente compreso che la sua vita era stata anzitutto una storia ricevuta.
Da giovani siamo preoccupati di costruire, con il passare degli anni, invece, impariamo a riconoscere che le realtà più decisive non ce le siamo date da soli: la vita, la fede, la vocazione, le persone che hanno segnato il nostro cammino. Tutto ci precede, tutto ci viene incontro, tutto è grazia.
Credo che questa prospettiva aiuti a leggere anche la vicenda di padre Emanuele.
Lo ricordiamo come studioso e ricercatore e non è un aspetto secondario della sua esistenza. Gran parte della sua vita è stata dedicata alla ricerca delle fonti, alla memoria del francescanesimo (soprattutto quello lucano: le sue tesi di dottorato sono proprio su questo argomento), alla custodia di una storia che meritava di essere tramandata. Ma ogni autentica ricerca custodisce una domanda più profonda: chi cerca davvero non si accontenta della superficie delle cose, intuisce che la realtà possiede una profondità ulteriore. Cerca perché avverte che esiste un significato che ancora gli sfugge.
Tutta la vita di un credente come padre Emanuele può essere descritta come una ricerca del Volto di Dio dentro la trama degli avvenimenti.
Una ricerca, poi, che diventa annuncio perché ciò che si riceve non può essere trattenuto. Non una trasmissione fredda di contenuti, ma la comunicazione appassionata di una verità incontrata. Padre Emanuele non annunciava semplicemente ciò che aveva appreso: annunciava ciò da cui si era lasciato trasformare e lo faceva con la passione con la contraddistingueva. Dietro l’insegnamento si intuiva la ricerca, dietro la chiarezza dell’annuncio, la pazienza dello studio, dietro ogni affermazione, il travaglio di chi non aveva separato l’intelligenza dalla fede.
C’è una coincidenza che non può lasciare indifferenti. L’ultima prova di padre Emanuele è iniziata mentre celebrava l’Eucaristia. Per un sacerdote questo non è un particolare secondario: l’Eucaristia è il luogo nel quale la vita di Cristo si manifesta come dono e come restituzione al Padre.
Per sessant’anni padre Emanuele ha pronunciato le parole della consegna, per sessant’anni ha celebrato il mistero di un corpo donato per la vita del mondo e al termine del suo cammino il Signore lo raggiunge proprio lì, all’altare, nel cuore del gesto che aveva plasmato tutta la sua esistenza sacerdotale.
Colpisce inoltre che la sua morte sia avvenuta nel giorno in cui per secoli la Chiesa ha celebrato il Corpus Domini. Non voglio attribuire significati facili alle coincidenze ma è difficile non vedere in questa circostanza un richiamo al centro stesso della sua vita.
L’Eucaristia insegna, infatti, ciò che Francesco aveva compreso profondamente: che tutto ciò che è ricevuto è chiamato a diventare restituzione. Per questo egli scrive nella Lettera a tutto l’Ordine: «Nulla di voi trattenete per voi, affinché totalmente vi accolga Colui che totalmente a voi si offre».
Questa frase racchiude una delle intuizioni più alte del francescanesimo: la vita si compie non nel possesso ma nella consegna, non nel trattenere ma nel restituire, non nel custodire gelosamente ciò che si è ricevuto ma nel riconsegnarlo con gratitudine proprio come Gesù Cristo, il primo frate Minore, che “non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio” (cfr. Fil 2,5-11).
E che cos’è la morte cristiana se non questo ultimo atto di restituzione, il più vero perché senza possibilità di ritorno? Non una sottrazione, non una sconfitta ma il momento nel quale l’uomo rimette la propria vita nelle mani di Colui che gliel’ha donata: è nella morte che padre Emanuele vive e invera la sua professione solenne. È nella morte che si compie ciò che Paul Claudel, ne “L’annuncio a Maria”, mette sulle labbra della Vergine: “Or che son tutta spezzata, il profumo s’espande”.
Per tutta la vita padre Emanuele ha cercato, annunciato, riconosciuto tracce. Ora è giunto il momento in cui non ha più bisogno delle tracce, perché può incontrare la “vera realtà”, per dirla con papa Benedetto.
Per questo oggi diciamo con riconoscenza: “Laudato si, mi Signore, per padre Emanuele: per i suoi ottantasette anni, per i suoi settant’anni di professione religiosa, per i suoi sessant’anni del suo sacerdozio, per il bene visibile e per quello nascosto”.
E chiediamo che egli che ha cercato il Signore nella fede, che ha annunciato nel ministero e che ne ha riconosciuto le tracce nella storia degli uomini, possa ora contemplare quel Volto verso il quale, silenziosamente, tutta la sua vita era orientata. E come Eliseo nel vedere sottratto ai suoi occhi il suo mentore Elia, vogliamo chiedere al Signore due terzi dello spirito di padre Emanuele.
Così speriamo e così sia.








