Alcune morti non chiudono soltanto una vita, chiudono un’epoca. Oggi, infatti, salutando zio Mario, se ne va anche l’ultimo tratto visibile di una storia familiare: l’ultimo fratello ancora in vita di mio padre, l’ultimo volto di una generazione che ha custodito fatiche, legami, silenzi, sacrifici, appartenenze. Con la sua dipartita viene meno un mondo fatto …

Alcune morti non chiudono soltanto una vita, chiudono un’epoca. Oggi, infatti, salutando zio Mario, se ne va anche l’ultimo tratto visibile di una storia familiare: l’ultimo fratello ancora in vita di mio padre, l’ultimo volto di una generazione che ha custodito fatiche, legami, silenzi, sacrifici, appartenenze.

Con la sua dipartita viene meno un mondo fatto di nomi pronunciati tante volte, di racconti ascoltati, di memorie condivise, di volti che ci hanno preceduti e che, in qualche modo, ci hanno consegnato la vita.

Oggi accompagniamo zio Mario, giunto alla veneranda età di 95 anni, il più longevo della sua famiglia. Una vita lunga, ma soprattutto una vita abitata da una bontà concreta, da un’intelligenza pratica, da una laboriosità senza ostentazione.

Zio Mario è stato un uomo buono, non di una bontà ingenua ma di quella bontà pulita che nasce da un animo retto. Era intelligente, fattivo, laborioso. Per anni ha fatto il fabbro: aveva, infatti, quella che chiamavamo la “forgia”. E forse questa immagine della forgia racconta qualcosa di lui: il ferro duro che passa attraverso il fuoco, la materia resistente che prende forma sotto colpi pazienti, la fatica che diventa vita quotidiana. Il “martellino d’oro” era definito.

Papà falegname, lui fabbro. Due mestieri diversi, due caratteri diversi, anche due modi differenti di attraversare la vita eppure dentro questa diversità c’era un vincolo profondo: quello dell’appartenenza. Perché la fraternità non vive soltanto di somiglianze; vive di radici comuni, di memoria condivisa.

Zio Mario era molto legato alla sua famiglia. Non faceva mai mancare la sua presenza nelle varie circostanze. C’era. Questa è una delle parole più belle che possiamo dire di una persona: esserci, non sempre con gesti vistosi, non sempre con parole solenni, ma con quella fedeltà semplice che diventa certezza per gli altri.

Era un uomo corretto, onesto, con un senso vivo della giustizia, un vero galantuomo. Apparteneva a quella generazione per la quale la parola data aveva ancora un peso, il lavoro fatto bene era già una firma e l’onestà non aveva bisogno di essere esibita perché era semplicemente il modo normale di stare al mondo.

Aveva, poi, un tratto tutto suo, assai prezioso: non sapeva pensar male. Quando si parlava di qualcuno e magari veniva fuori qualcosa che non andava, aveva un sorriso tutto particolare e la battuta pronta, capace di alleggerire, di smontare il giudizio, di portare altrove la conversazione. Non fissava le persone nel loro limite, non lasciava che una mancanza diventasse l’ultima parola su qualcuno. E questo – lui, forse, non lo sapeva – è molto evangelico: custodire uno sguardo che non gode del male, non amplifica il difetto, non trasforma la fragilità dell’altro in condanna.

Zio Mario, a modo suo, ci lascia anche questa lezione: si può attraversare la vita senza inasprire il cuore.

Ma se c’è una parola che più di tutte racconta zio Mario, questa parola è “famiglia”. Stravedeva per la famiglia che egli aveva messo su con zia Maria. Non mancava occasione in cui non parlasse dei suoi: aveva un vero culto degli affetti, delle appartenenze, dei legami. Dentro questo amore c’era anche un affetto particolare per me: quando in televisione mandavano in onda qualche Messa, sperava sempre di intravedermi, anche solo per un momento.

E come non ricordare il legame con zia Maria? C’era qualcosa di tenerissimo nel vedere questi due vegliardi tenersi mano nella mano. Lui, nonostante gli anni, continuava ad avere premura per la moglie, soprattutto in questi ultimi tempi in cui lei si è ritrovata meno autosufficiente. Quella mano nella mano era più di un gesto affettuoso: era una promessa mantenuta, era l’amore diventato custodia.

“L’amore non torna. Sta” (L. Pirandello). Non torna perché, quando è vero, non se ne va davvero: sta nelle mani che continuano a cercarsi, nella premura che resiste alla fatica, nella fedeltà che non ha più bisogno di grandi parole. L’amore, alla fine, diventa una presenza che rimane, diventa pazienza, cura, diventa il contrario dell’abbandono.

Nelle sue ultime ore, però, zio Mario ha consegnato il suo messaggio più bello. Era consapevole del momento che stava per vivere. Aveva detto di aver salutato tutti, aveva raccomandato la moglie alla signora che se ne prende cura insieme a Rosalba, ad Anna Teresa e ai loro figli che lo hanno assistito con amorevole premura. Anche nell’ora del distacco, il suo pensiero non era ripiegato su di sé: era ancora per chi restava.

Poi ha chiesto ad Anna Teresa di sedersi ai piedi del letto e di accompagnarlo nella morte non piangendo, ma pregando.

Quando ieri Anna Teresa me l’ha raccontato, questa richiesta mi ha colpito molto. Zio Mario non era propriamente un uomo “di chiesa”, eppure appartiene a quel numero di persone che il Signore si riserva per sé mediante il lavorio segreto della grazia. Persone che forse non usano sempre un linguaggio religioso, ma che portano dentro un seme nascosto, una fiducia che affiora proprio nell’ora decisiva.

Chiedere preghiera significa riconoscere che la morte non è solo un fatto biologico, è un passaggio, è il momento in cui le mani degli uomini non bastano più e abbiamo bisogno delle mani di Dio.

Per questo oggi la Parola ci consola: “Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio”, non nel nulla, non nella dimenticanza ma nelle mani di Colui che conosce ogni fatica, ogni gesto nascosto, ogni bontà seminata, ogni amore donato.

C’è poi un filo mariano che attraversa la sua vita. Era nato alla vigilia della festa della Madonna di Viggiano (particolare che ricordava sempre) e se ne va ancora in un giorno mariano: il giorno della Visitazione di Maria e, per i tramutolesi, della Madonna nella barca.

La Visitazione è la festa dell’incontro: Maria entra in una casa, porta una presenza, accende una gioia. Zio Mario, che amava l’incontro, che gioiva nello stare insieme, sembra lasciarci proprio questa immagine della vita: una visita, una prossimità, una fedeltà ai legami.

Zio Mario ha lasciato questa terra chiedendo preghiera e noi oggi facciamo proprio questo: lo accompagniamo pregando.