Una Pasqua improvvisa, quella di Carlo, ma non certo impreparata. La sua partenza ci ha raggiunti con la rapidità delle cose che non possiamo governare, eppure il suo cuore non era estraneo a questo passaggio. Negli ultimi giorni, consapevole della precarietà della sua salute, Carlo aveva più volte accennato alla possibilità che la sua esistenza …
Una Pasqua improvvisa, quella di Carlo, ma non certo impreparata. La sua partenza ci ha raggiunti con la rapidità delle cose che non possiamo governare, eppure il suo cuore non era estraneo a questo passaggio. Negli ultimi giorni, consapevole della precarietà della sua salute, Carlo aveva più volte accennato alla possibilità che la sua esistenza terrena si avviasse alla conclusione. E questo non con teatralità, ma con quella sobrietà che gli era propria. Anche davanti al limite, ha conservato il suo stile: dignità, lucidità, misura.
Oggi ci raccogliamo nella preghiera per affidarlo al Signore, Pastore buono, che conosce ciascuno per nome e non abbandona nessuno dei suoi figli.
Ci sono delle vite che anche nel silenzio della morte continuano a parlare. La vita di Carlo parla attraverso il bene compiuto, la discrezione dei modi, la fedeltà agli affetti, il senso del dovere, la partecipazione assidua alla vita della Chiesa.
Carlo è stato un uomo buono, non di una bontà ostentata, ma naturale, sobria. Era un uomo discreto, misurato, un vero signore. In lui la gentilezza dell’animo si univa a una tempra solida, maturata anche grazie al servizio nell’Arma dei Carabinieri svolto per una quarantina d’anni nel ruolo di maresciallo. Da quel servizio aveva ricevuto, e poi custodito, un senso profondo della responsabilità, della disciplina, del rispetto, dell’onore non come atteggiamenti esteriori, ma come modo concreto di stare nella vita.
C’è una bellezza particolare nelle persone che non occupano spazio con il clamore ma lo riempiono con la loro presenza. Carlo apparteneva a questa schiera: la sua era una presenza affidabile, composta, capace di lasciare un segno senza cercare riconoscimenti.
Un tratto importante della sua vita è stato il legame fedele con la celebrazione domenicale. La domenica non era per lui una semplice abitudine ma un appuntamento custodito. E questo appuntamento continuava anche a casa: ogni domenica Carlo sentiva il bisogno di raccontare a Caterina ciò che lo aveva colpito dell’omelia, il pensiero che lo aveva raggiunto. Era un modo semplice di prolungare la Messa nella vita familiare, di condividere con la moglie non solo i fatti della giornata ma anche ciò che il Signore aveva fatto risuonare nel cuore.
Quella campana delle undici che tante volte lo aveva chiamato alla Messa, ieri lo ha chiamato in modo diverso. Poco dopo il suo suono, Carlo ha concluso la sua esistenza terrena. La stessa campana che lo convocava alla liturgia della Chiesa, quasi lo ha introdotto alla liturgia del cielo.
Per molti anni, insieme a Caterina, Carlo ha cantato nella Cappella musicale della Cattedrale. Anche questo servizio racconta qualcosa di profondo. Cantare nella liturgia non significa soltanto prestare una voce ma sostenere la preghiera della comunità, mettersi al servizio del mistero celebrato, offrire tempo, costanza, sensibilità. Carlo e Caterina hanno condiviso anche questa forma di dedizione: una fedeltà fatta di presenza, celebrazione dopo celebrazione.
Il Vangelo del buon Pastore illumina questo momento. Gesù dice: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”. Non è soltanto un’immagine consolante, è, invece, la rivelazione del cuore di Dio. Per il Signore nessuna vita è anonima, nessuna storia è dimenticata, nessun volto scompare nel nulla: ognuno è conosciuto, amato, cercato, atteso.
Sapere che qualcuno esiste non cambia necessariamente la vita ma sapere che qualcuno esiste per te, che ti porta nel cuore, che si prende cura di te, che non ti considera un numero ma una persona, questo sì, cambia la vita. Gesù si presenta così, come colui che ha a cuore ciascuno, fino a dare la vita.
Il pastore del Vangelo non è il mercenario. Il mercenario resta finché conviene, il pastore resta perché ama; il mercenario misura tutto sull’interesse, il pastore conosce, custodisce, accompagna. Questa parola ci aiuta a leggere anche ciò che di bello abbiamo riconosciuto in Carlo: una vita non costruita sull’apparenza, ma sull’appartenenza, non sul protagonismo, ma sulla fedeltà, non sull’utile immediato, ma sul dovere compiuto con coscienza.
La bontà, in Carlo, aveva il volto della signorilità: educazione, garbo, riservatezza, senso della parola data, amore per ciò che è giusto.
Oggi non siamo qui per idealizzare una vita, ma per consegnarla a Dio. Ogni vita umana porta con sé luci e fragilità ma quando una persona ha seminato bene, quel bene rimane. Rimane nei suoi cari e in quanti hanno condiviso con lui un tratto di strada ma rimane soprattutto davanti a Dio, che raccoglie anche ciò che agli occhi del mondo sembra piccolo.
La morte ci fa sentire il distacco perché lascia un vuoto reale ma la fede ci impedisce di pensare questo momento come una fine senza speranza. Noi crediamo che Cristo, morto e risorto, abbia aperto un varco nella morte. Per questo oggi preghiamo non come chi si rassegna al nulla, ma come chi affida una persona amata alla misericordia del Padre.
L’Eucaristia che celebriamo è il luogo più vero di questo affidamento. Carlo ha partecipato tante volte alla Messa domenicale. Oggi, in questo sacrificio di Cristo, consegniamo la sua vita, la sua storia, il bene compiuto, le sue fatiche, il suo ultimo passaggio.
E mentre lo affidiamo al Signore, chiediamo anche per noi la grazia di custodire ciò che Carlo ci lascia: custodire la bontà senza ostentazione, custodire la fedeltà senza calcolo, il senso del dovere senza rigidità, la fede non come abitudine vuota ma come appuntamento con Colui che dà senso al vivere e al morire.
Così speriamo e così sia.








