Perdonate e vi sarà perdonato” (Lc 6,37). Quello di Gesù non è un consiglio gentile ma una parola che pesa perché ci porta al centro del Vangelo: la misericordia. E ci mette davanti a una domanda inevitabile: che cosa significa perdonare? Per un cristiano l’essere perdonati, assolti, non è come l’assoluzione in campo civile, dove …
Perdonate e vi sarà perdonato” (Lc 6,37).
Quello di Gesù non è un consiglio gentile ma una parola che pesa perché ci porta al centro del Vangelo: la misericordia. E ci mette davanti a una domanda inevitabile: che cosa significa perdonare?
Per un cristiano l’essere perdonati, assolti, non è come l’assoluzione in campo civile, dove si dichiara l’innocenza o l’insufficienza di prove. Qui è l’opposto: Dio mi assolve dal male che ho compiuto davvero, non perché non sono colpevole, ma proprio perché lo sono e senza attenuanti. È il peccato che deve essere perdonato.
Eppure, su questo, portiamo dentro diversi equivoci.
Perdonare non significa dimenticare. Il dimenticare, spesso, è solo rimozione: mette una pietra sulla ferita, ma non la guarisce. I rapporti fondati sulle amnesie rischiano, però, di non essere autentici. Si ama davvero quando l’altro è accolto nella globalità della sua vita, non quando si costruisce un incontro pieno di aspetti che non si vogliono vedere.
Perdonare non significa lasciar andare, far finta che non sia successo nulla: non dare peso alle cose, molte volte, è un modo per non farsi coinvolgere, per restare fuori ma così si finisce per abbandonare l’altro al proprio destino di male. È più facile ignorare la sofferenza, ridurla a dettaglio, voltarsi dall’altra parte. C’è un silenzio che non è pace: è incapacità di attenzione e mancanza di compagnia solidale.
Perdonare non significa scusare. È utile capire le ragioni, riconoscere i condizionamenti, le fragilità, le attenuanti: questo è necessario per comprendere e per aiutare ma non è ancora perdono. Chi non è responsabile delle proprie azioni non ha bisogno di perdono: ha bisogno di comprensione, di sostegno, a volte di liberazione. Il perdono riguarda chi ha realmente e consapevolmente sbagliato.
Perdonare non è neppure aspettare le scuse. Se per perdonare attendiamo che l’altro venga a dirci “mi dispiace”, arriveremo sempre in ritardo e il nostro perdono rischierà di essere solo una risposta educata, non l’eco della misericordia di Dio. Il perdono evangelico non è una moneta di scambio: è iniziativa.
Quando allora c’è vero perdono?
Il perdono di cui parla Gesù è un atto gratuito, non interessato. Non è fatto per stare tranquilli, per evitare tensioni, per sottrarsi alla fatica delle relazioni. È misericordia, cioè volontà di bene per chi si trova nel male. Per questo non si esercita solo verso gli amici; arriva fino ai nemici. È l’amore che va oltre la giustizia.
Perdonare è rendere visibile la misericordia di Dio. La ragione del perdono evangelico è teologica: rendere efficace il perdono del Padre dentro la storia. Perché raggiunga gli uomini, la misericordia di Dio deve diventare misericordia di un uomo. È solo perdonando senza riserve e amando gratuitamente che renderemo visibile ed efficace, per i fratelli, l’amore del Padre: quello stesso Padre che “non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (cfr. Mt 18).
Perdonare è ricordare il male alla luce di quanto compiuto da Gesù. Non basta cancellare la memoria: occorre che quella memoria sia attraversata dalla Pasqua. Inserire ciò che è accaduto dentro l’amore misericordioso del Padre, espresso nel perdono di Cristo, cambia lo sguardo e apre un possibile nuovo inizio. Il male non viene negato, ma non ha più l’ultima parola: può diventare persino il punto da cui nasce un amore inedito, fatto di gesti prima impensabili.
Perdonare è portare insieme gli errori e il male finché sono ineliminabili. Siamo spesso capaci di perdonare quando vediamo il ravvedimento, ma facciamo fatica a “portare” l’altro nella sua lentezza, nelle sue ricadute, nella sua povertà. Eppure il Vangelo non conosce scadenze. “Fino a sette volte?” chiede Pietro. “Non fino a sette, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,22): cioè sempre non perché il male sia normale, ma perché la misericordia non si stanca di riaprire una porta.
Perdonare è offrire energia vitale per il rinnovamento della persona. La crescita passa attraverso una rete di relazioni, la fiducia restituita e la certezza che l’altro non coincide con il suo errore. Perdonare è dire, con la vita più che con le parole: tu hai sbagliato davvero, ma non sei ridotto al tuo sbaglio, tu puoi rialzarti, tu puoi ricominciare.
Solo così la parola di Gesù torna a risuonare non come un peso moralistico ma come una via: “Perdonate e vi sarà perdonato”. Chi ha fatto esperienza di misericordia, impara a farne lo stile abituale di vita, chi si lascia perdonare, lentamente diventa capace di perdonare, perché la misericordia, se non passa attraverso di noi, resta un’idea; quando invece diventa carne, diventa storia, diventa volto, allora salva.
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Dal Vangelo secondo Luca 6,36-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».








