Se n'è andato in punta di piedi, nel giorno del Signore, Padre Giuseppe Celli: un frate cappuccino che ha attraversato la vita e il ministero con quella discrezione che non è timidezza ma libertà interiore. Nel giorno in cui la liturgia ci consegnava la figura di Giovanni il Battista che indica Dio presente in mezzo …

Se n’è andato in punta di piedi, nel giorno del Signore, Padre Giuseppe Celli: un frate cappuccino che ha attraversato la vita e il ministero con quella discrezione che non è timidezza ma libertà interiore.

Nel giorno in cui la liturgia ci consegnava la figura di Giovanni il Battista che indica Dio presente in mezzo a noi nella veste dell’Agnello – “Ecco l’Agnello di Dio” – la sua morte improvvisa ha assunto il tono di un’ultima consegna, quasi l’invito a non fermarsi a lui, a non trasformare il ricordo in nostalgia sterile, ma imparare ancora una volta a guardare oltre: a riconoscere il Signore che passa nelle nostre storie, lungo i nostri sentieri.

Di padre Giuseppe parlava già da sé il suo volto. Era il volto di un uomo riconciliato, non “senza fatiche”, ma pacificato, da uomo affabile, cordiale, gentile quale era. Aveva uno sguardo luminoso, pulito, capace di mettere a proprio agio, come certe persone che, prima ancora di “dire” la fede, la fanno intuire perché la portano impressa persino sul viso, in una serenità non costruita.

Potremmo ricordarlo come una sorta di Battista mite: non l’uomo che si impone ma l’uomo che orienta. Uno che non si compiace di avere “discepoli”, ma si rallegra quando gli altri incontrano il Signore, quando ritrovano l’essenziale, quando fanno chiarezza nel cuore. Nei tempi in cui anche il ministero rischia di diventare prestazione o immagine, lui restava affidabile e disponibile: pronto a dare una mano, pronto a sostituire, pronto a sostenere, pronto a fare spazio. E chi lo ha incontrato lo sa: non faceva pesare nulla.

La sua competenza biblica non si è mai trasformata nella distanza propria di chi sa di sapere. Da biblista, non ha trattato la Scrittura come un argomento per specialisti o come un linguaggio per “iniziati”: la rendeva casa, pane, respiro.

L’ultimo volume pubblicato – Tu sei degno di stima. Sempre – suona come un messaggio lasciato in consegna a chi si sente fragile, inadeguato, stanco: prima delle prestazioni, prima dei risultati, prima dei fallimenti, viene lo sguardo di Dio che chiama per nome e restituisce dignità. È una consegna preziosa, soprattutto oggi: il Vangelo, infatti, non umilia mai, ma genera sempre vita.

Accanto alla pagina scritta e meditata, c’era il suo servizio di padre spirituale: un ministero delicatissimo, discreto perché ha a che fare con ciò che matura nel segreto. Discernere, con lui, non significava “trovare la risposta giusta” per sentirsi a posto, ma imparare a riconoscere dove lo Spirito porta pace vera, dove genera libertà, dove rende capaci di amare.

Nel giorno in cui ci ha lasciati, il profeta Isaia faceva dire al Signore: “È troppo poco che tu sia mio servo… ti renderò luce delle nazioni”. È troppo poco: troppo poco una vita chiusa nel proprio recinto; troppo poco un servizio ridotto a mansione; troppo poco un ministero vissuto come semplice “copertura” di ruoli. La Parola allarga l’orizzonte: “ti renderò luce”. E la luce, nella Bibbia, non è propaganda: è una presenza che orienta, che rende possibile il cammino, che scalda senza bruciare.

Padre Giuseppe è stato così: una luce discreta. La sua mitezza, il suo equilibrio, la sua prontezza nel servire erano una luce concreta.

Anche Paolo ci offriva una parola essenziale: “santi per vocazione”. La santità non è per pochi, è una chiamata consegnata a tutti; e si realizza nella vita ordinaria, nelle scelte piccole, nella fedeltà quotidiana. Se oggi possiamo dire che padre Giuseppe ci ha edificati, è perché ha preso sul serio questa vocazione senza farne spettacolo: l’ha tradotta in disponibilità, fraternità, ascolto, Parola meditata e condivisa.

Padre Giuseppe se n’è andato proprio all’inizio dell’ottavo centenario della morte di san Francesco. Francesco ha voluto essere piccolo per essere libero, povero per essere disponibile, fraterno per non essere solo: e la sua eredità non è un’idea, è una forma di Vangelo vissuto.

È consolante pensare che padre Giuseppe abbia attraversato i molteplici incarichi e servizi nell’Ordine con questo spirito: non irrigidendosi nel ruolo, ma trasformando ogni responsabilità in fraternità e ogni compito in cura.

Resta il suo volto riconciliato. Restano le sue pagine. Resta la gratitudine di chi, grazie a lui, ha imparato a discernere la visita di Dio. E resta, come consegna per tutti noi, l’essenziale che Giovanni Battista ripete ancora oggi: non fermarti al testimone, guarda all’Agnello di Dio.

Don Antonio Savone, Vicario per il clero