Cos’era diventato per Israele il fatto che Dio abitasse in un tempio? Aveva favorito la presunzione di possedere Dio in maniera unica e definitiva. Il rapporto con Dio era coniugato secondo il versante di un formalismo religioso contro il quale più volte si erano scagliati gli antichi profeti: l’adempimento di un rito, la ripetizione di una formula restituiva la convinzione di aver incontrato Dio. In quel tempio si credeva che Dio si offrisse al miglior offerente. Il baratto restituiva l’illusione di poter comprare l’accondiscendenza di Dio, come se quello che l’uomo era disposto a pagare fosse il criterio per avere o meno accesso a Dio. Illusione, appunto, che riduceva Dio a un manufatto, un idolo, lo considerava destinatario di una transazione commerciale, lo immaginava come una persona potente che in qualche modo poteva essere piegata alla propria volontà. Era solo l’illusione d’Israele? Non è forse l’illusione che soggiace a una prassi cristiana che poco sa (non come sapere ma come sapore) di Gesù Cristo?
Il gesto che Gesù compie con tanta forza, invece, è lì a ricordare che Dio non è mai merce in vendita. Vorremmo sentire tutto il suo zelo, la passione che ha per ciascuno di noi e non rivestire i panni di chi allora come oggi lo contesta.
Ancora una volta Gesù entra nel tempio della nostra vita per mandare all’aria uno stile che persegue solo interessi personali. Guai a fare di una istituzione religiosa come di un rapporto, una relazione, un affetto, un comitato di affari! Una simile realtà non ha futuro, è una realtà senza scampo: non rimarrà pietra su pietra!
Cosa resta dei nostri legami quando sono coniugati secondo un versante commerciale? La loro deflagrazione è a portata di mano. Risorge, invece, rimane per sempre solo ciò che porta i segni della dedizione. Dio lo si incontra non grazie a offerte o sacrifici ma mediante un cuore che, libero da ogni schiavitù, si apre a legami d’amore. Non lo si incontra, anzitutto, in una casa di pietra o in un sistema religioso ma attraverso la persona di Gesù Cristo il quale fa dono della sua esistenza proprio per favorire una comunione mai interrotta con Dio. Quella comunione resterà a disposizione anche quando l’uomo dovesse rinnegarla o tradirla. Ciò che conta, d’ora in avanti, è solo il dono gratuito di sé per il bene dell’altro. Non abbiamo altro tempio che il nostro corpo per far sì che Dio si renda presente alla storia di ogni uomo. Dopo essersi manifestato attraverso l’esistenza di una persona, il Figlio, che diventa criterio di vita per tutti coloro che credono in lui, Dio continua a manifestarsi attraverso l’esistenza dei figli, di ciascuno di noi. È nel confronto aperto con le contraddizioni della vita che i figli rendono il culto gradito a Dio dimostrando di saper amare come Gesù ci ha insegnato, di giudicare e di scegliere come ha giudicato e scelto lui. Sarà il suo corpo spezzato il luogo nel quale Dio sarà riconosciuto dal centurione romano il quale, al vedere Gesù morire in quel modo, riconoscerà in lui il Figlio di Dio.
Così i figli di Dio: a dire la verità di quello che siamo non è una professione verbale di identità ma il segno di una vita offerta per qualcuno. In che modo i nostri corpi, le nostre storie diventano il segno di un Dio che parla all’uomo?

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Dal Vangelo secondo Luca (19,45-48)

In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.