Vengo da un paese nel quale il nome di Alcide De Gasperi, per la generazione che mi ha preceduto, non apparteneva soltanto ai libri di storia. Era legato anche a un ricordo: De Gasperi era stato a Tramutola, il 22 luglio 1950. A ricordarmelo era soprattutto mia madre la quale tornava volentieri a raccontare quella …
Vengo da un paese nel quale il nome di Alcide De Gasperi, per la generazione che mi ha preceduto, non apparteneva soltanto ai libri di storia. Era legato anche a un ricordo: De Gasperi era stato a Tramutola, il 22 luglio 1950. A ricordarmelo era soprattutto mia madre la quale tornava volentieri a raccontare quella visita, come accade con gli avvenimenti che entrano nella memoria di una comunità e finiscono per diventare parte della propria storia.
Negli ultimi tempi quel ricordo mi è tornato alla mente per una circostanza particolare. Il 28 febbraio 2025, nel Palazzo Apostolico Lateranense, si è conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Alcide De Gasperi. L’inchiesta, riguardante la sua vita, le virtù eroiche, la fama di santità e dei segni, ha così concluso il suo percorso nella diocesi di Roma e gli atti sono stati trasmessi al Dicastero delle Cause dei Santi.
La notizia suscita quasi uno straniamento: De Gasperi verso gli altari.
Siamo abituati a incontrarlo altrove: nelle fotografie in bianco e nero dell’Italia del dopoguerra, nelle aule parlamentari, negli anni difficilissimi della ricostruzione, nelle tensioni politiche che accompagnarono la nascita della Repubblica, nei rapporti con le grandi potenze, nel sogno di un’Europa capace di superare le guerre che l’avevano insanguinata. Il suo nome sembra appartenere naturalmente alla politica, alle istituzioni, ai manuali di storia.
E invece il cammino ecclesiale intrapreso sulla sua figura invita a spostare lo sguardo: che cosa c’era dietro l’uomo pubblico? Da dove veniva la forza interiore con cui quest’uomo attraversò il potere, le sconfitte, la prigione, la solitudine, il consenso e infine anche l’abbandono della scena politica?
Non si tratta, evidentemente, di mettere un’aureola a una stagione politica. La Chiesa, quando esamina la vita di un cristiano, non canonizza un partito, un programma di governo o le singole decisioni assunte nell’esercizio di una responsabilità pubblica. La domanda è molto più profonda: come ha vissuto da cristiano quell’uomo mentre faceva politica?
È questa domanda a rendere particolarmente preziosa la testimonianza della figlia Maria Romana De Gasperi. Cercando di comprendere che cosa, al di là delle circostanze politiche, avesse sostenuto suo padre in una vita tanto difficile, ella arriva a una risposta sorprendentemente semplice: «l’amore per il prossimo contro ogni logica», l’amore per la vita, per il bene, per il lavoro compiuto a servizio del bene e, alla radice di tutto, l’amore per quel Signore della cui presenza egli era certo. E aggiunge una frase che potrebbe essere considerata la migliore definizione della spiritualità politica di De Gasperi: la politica «era il suo modo di amare».
La fede non come rifugio ma come responsabilità
La fede di De Gasperi non fu semplicemente una dimensione privata che accompagnava la sua attività pubblica e neppure un repertorio di principi religiosi da trasformare automaticamente in decisioni politiche. Fu qualcosa di più radicale: un modo di stare nella storia.
Lo testimonia un suo scritto giovanile nel quale arriva a interpretare il comando della Genesi – crescere, moltiplicarsi, sottomettere la terra – come un «comandamento sociale e di cultura». Per lui significava conquistare la terra attraverso il progresso, il lavoro, le arti, la scienza, significava soprattutto non rinchiudersi nel proprio «microcosmo individuale», ma vivere una vita sociale e dedicare le proprie cure alla collettività. È una concezione della fede che non permette la fuga. Dio non sottrae l’uomo alla terra, gliela affida.
La politica può allora diventare una delle forme attraverso le quali il credente risponde a quell’affidamento, non perché la politica diventi religione, ma perché anche la costruzione della città degli uomini appartiene alla responsabilità della coscienza cristiana.
De Gasperi aveva attraversato la tragedia della Prima guerra mondiale e aveva visto crollare in pochi mesi le parole con cui l’Europa aveva celebrato sé stessa: progresso, fraternità, uguaglianza. Aveva ascoltato popoli contrapposti invocare lo stesso Dio per ottenere la vittoria gli uni sugli altri. E proprio dentro quella tragedia continuava a domandarsi che cosa sarebbe rimasto ai popoli se non fosse rimasta la fede in un Dio nel quale riporre ancora la speranza. La sua non era, dunque, una fede preservata dalla storia. Era una fede messa continuamente alla prova dalla storia.
«Posso essere occhio, ma non sono la luce»
C’è un particolare della vita di De Gasperi che dice forse più di molte ricostruzioni. Tra le sue carte sono stati ritrovati piccoli appunti spirituali scritti nei luoghi più impensati: sulla carta intestata della Presidenza del Consiglio, su quella del Ministero degli Esteri, su semplici fogli provenienti dalla prigione. Non erano necessariamente pensieri preparati durante tempi di raccoglimento. A volte sembrano essere stati annotati nel pieno del lavoro, quasi che il dialogo con Dio irrompesse improvvisamente dentro le occupazioni dell’uomo politico.
Su uno di questi fogli si legge: «Domine, ego lumen non sum: oculos esse possum, sed lumen non sum». Posso essere occhio, ma non sono la luce. È difficile immaginare una preghiera più adatta a un uomo che esercita il potere. Il governante deve guardare, comprendere, discernere, decidere, deve assumersi la responsabilità di vedere ma non può pensare di essere la luce.
C’è qui una distanza enorme tra esercitare un’autorità e appropriarsene interiormente. De Gasperi sembra ricordare a sé stesso che nessun incarico, neppure il più alto, rende un uomo padrone della verità. E forse proprio questa consapevolezza gli permetteva di pregare in un modo singolare: «Perdonami, o Signore, porto con me nelle mie preoccupazioni la tua preghiera… prega tu nel mio lavoro e in tutta la donazione di me stesso».
«Prega tu nel mio lavoro». È un’espressione audace: non sostituisce la preghiera con l’attivismo, dice piuttosto quanto profondamente, nella sua coscienza, lavoro e preghiera avessero finito per compenetrarsi. La giornata consegnata al bene comune poteva diventare essa stessa materia del dialogo con Dio.
La prima riforma è quella di se stessi
Da questa interiorità deriva anche uno dei pensieri più attuali di De Gasperi.
Parlando delle trasformazioni sociali, osservava come tutti fossero pronti a immaginare riforme che procedessero dal centro verso la periferia, mentre assai più difficilmente si tornava al vero centro dal quale ogni cambiamento dovrebbe cominciare: noi stessi. «Nessuno pensa che ogni riforma deve incominciare da sé stesso», annotava. È una frase che potrebbe apparire soltanto morale, in realtà contiene una concezione precisa della politica.
Le strutture devono essere riformate, le istituzioni devono cambiare quando non rispondono più al bene comune, le leggi devono essere migliorate ma nessuna architettura istituzionale può sostituire indefinitamente la qualità morale delle persone che la abitano. Prima di riformare tutto, occorre accettare di riformarsi. Per un uomo politico questa convinzione è particolarmente esigente, perché impedisce di identificare sempre il male con l’avversario e il bene con la propria parte. La prima coscienza sulla quale esercitare il discernimento resta la propria.
Fermarsi sulla soglia della coscienza
Una fede così intensa avrebbe potuto facilmente trasformarsi in integralismo. In De Gasperi accade il contrario. Proprio perché Dio occupava un posto tanto profondo nella sua vita, egli non sentiva il bisogno di servirsene per occupare la coscienza degli altri. Lo mostra magnificamente una lettera indirizzata a un amico di convinzioni diverse dalle sue. Vorrebbe parlargli della speranza cristiana, ma si arresta e scrive: «Mi fermo sulla soglia della sua coscienza». Che espressione straordinaria! Fermarsi sulla soglia significa riconoscere che persino ciò che considero più prezioso non mi autorizza a violare il mistero dell’altro. Posso testimoniare, proporre, sperare ma non posso impossessarmi della coscienza. È una lezione che conserva una sorprendente attualità anche per il rapporto tra fede e politica. La fede può dare forma alla coscienza di chi governa senza diventare uno strumento per imporsi sulle coscienze di coloro che sono governati.
Per questo De Gasperi riuscì a collaborare con uomini molto lontani dalla sua visione religiosa. La sua identità cristiana non aveva bisogno dell’intolleranza per sentirsi forte. Maria Romana ricorda come la sua pietà fosse «semplice e naturale», priva di ostentazione, e come proprio questo gli consentisse di lavorare con persone di diversa concezione della vita, guadagnandone il rispetto.
La politica come modo di amare
Capiamo così che quanto afferma la figlia – la politica era «il suo modo di amare» – non è un’espressione sentimentale. Amare, per un uomo investito di responsabilità pubbliche, significava assumere il peso del reale, significava occuparsi del lavoro, della povertà, della ricostruzione di un Paese devastato, della riconciliazione tra popoli che si erano combattuti, significava costruire istituzioni capaci di sopravvivere agli uomini che le avevano fondate.
Anche l’impegno per l’unità europea apparteneva a questa ricerca di concordia: superare i conflitti tra i popoli europei e costruire una condivisione pacifica delle risorse che potesse migliorare le condizioni di vita di tutti. La carità, allora, non è soltanto il gesto compiuto verso chi ci sta accanto. Può diventare capacità di costruire condizioni nelle quali persone che non conosceremo mai possano vivere meglio. Esiste, perciò, anche una carità delle istituzioni.
Il Presidente del Consiglio che arrivava in un piccolo paese della Basilicata non incontrava concetti astratti. Incontrava volti, attese, domande di lavoro e di sviluppo, speranze di una terra che cercava di uscire dalla povertà. Anche la grande politica, quando non perde il suo significato, finisce sempre per tornare alla vita concreta delle persone. È anche per questo che la memoria di quella visita riuscì a sopravvivere tanto a lungo nei racconti della gente e in quelli di mia madre.
«Soltanto utile»
Ma il punto forse più alto della spiritualità di De Gasperi si trova alla fine. L’uomo che aveva guidato governi, incontrato capi di Stato, parlato davanti a folle immense e partecipato alle grandi decisioni del suo tempo si trova progressivamente spogliato di tutto. Maria Romana racconta una confidenza del padre negli ultimi giorni. De Gasperi guarda dalla sua stanza i raggi del sole tra gli alberi e riflette sul modo singolare con cui Dio conduce l’esistenza. Il Signore, dice, ti fa lavorare, ti permette di fare progetti, ti dà energia. Poi, proprio quando cominci a pensare di essere necessario, quasi indispensabile all’opera alla quale hai dedicato la vita, ti toglie tutto e allora comprendi: sei soltanto utile, non indispensabile, utile.
Non c’è parola più evangelica per descrivere il rapporto di un cristiano con il potere. Essere utili significa spendersi completamente, sapere di non essere indispensabili significa restare liberi. È il contrario della tentazione che accompagna ogni forma di responsabilità: identificare progressivamente l’opera con sé stessi, fino a pensare che senza di noi nulla possa continuare. De Gasperi arriva invece alla libertà di lasciare incompiuto. Confessa che la mente umana vorrebbe presentarsi alla fine con il proprio compito concluso, ordinato, perfettamente terminato ma la vita non funziona così. Arriva un momento nel quale bisogna consegnare ad altri ciò che si è iniziato. E poter dire semplicemente: «Adesso ho fatto tutto ciò che era in mio potere, la mia coscienza è in pace».
La santità possibile della politica
Può la politica essere luogo di santità? Può diventarlo non malgrado i conflitti, le mediazioni, le responsabilità, la necessità di decidere dentro situazioni imperfette, ma proprio attraverso di essi? La vicenda spirituale di De Gasperi sembra suggerire che la questione decisiva non sia anzitutto quanto potere un cristiano possa esercitare, ma come lo attraversi. Per questo sarebbe riduttivo leggere l’eventuale santità di De Gasperi come la consacrazione religiosa di una determinata esperienza politica. Sarebbe persino un torto alla sua figura. La questione è assai più radicale: è la possibilità di vivere cristianamente la responsabilità per la città degli uomini.
Da ragazzo ascoltavo la storia di un Presidente del Consiglio che era arrivato nel mio paese, oggi mi accorgo che dietro quell’uomo pubblico camminava un uomo che aveva una vita interiore, uno che, mentre gli altri vedevano il Presidente, continuava a sapere di non essere la luce, uno che esercitava il potere cercando di non farsene possedere, uno che poteva dedicare la propria vita alla politica perché, nel significato più profondo che attribuiva a quella parola, essa era diventata il suo modo di amare.
E quando arrivò il momento in cui non ci furono più governi da guidare, discorsi da pronunciare, progetti da difendere o opere da terminare, rimase ciò che era stato all’origine di tutto. Maria Romana racconta che le sue ultime parole furono soltanto: «Gesù, Gesù». L’uomo che aveva trascorso la vita dentro la storia moriva pronunciando il nome nel quale aveva segretamente custodito tutta la storia.
Il cammino verso gli altari di Alcide De Gasperi ci invita proprio a riscoprire questo: dietro uno degli uomini più pubblici del Novecento italiano c’era una sorgente che non appariva nelle fotografie ufficiali. E mi piace pensare che anche quel giorno in cui arrivò a Tramutola – il giorno rimasto così vivo nella memoria di mia madre – fosse soltanto una tappa, piccola e quasi dimenticata dalla grande storia, di un viaggio molto più lungo, quello di un uomo che aveva scelto di stare fino in fondo nella città degli uomini senza smettere di cercare la città di Dio.
Don Antonio Savone
Vicario episcopale dell’Arcidiocesi
di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo








