Carissimi, cinquant’anni di matrimonio non sono semplicemente un anniversario, sono una storia, sono una vita attraversata insieme, una fedeltà messa alla prova dal tempo, dagli imprevisti, dalle stagioni diverse dell’esistenza. E oggi questa storia mi tocca anche personalmente. Chi l’avrebbe detto, il 3 luglio di cinquant’anni fa, che quel ragazzo con le braghe corte e …
Carissimi,
cinquant’anni di matrimonio non sono semplicemente un anniversario, sono una storia, sono una vita attraversata insieme, una fedeltà messa alla prova dal tempo, dagli imprevisti, dalle stagioni diverse dell’esistenza.
E oggi questa storia mi tocca anche personalmente. Chi l’avrebbe detto, il 3 luglio di cinquant’anni fa, che quel ragazzo con le braghe corte e la maglia a righe, il cugino più piccolo, si sarebbe trovato oggi a celebrare il vostro cinquantesimo anniversario di matrimonio? Ci sono cose che solo il tempo sa farci comprendere: ciò che allora era legame familiare, oggi diventa memoria, gratitudine, Provvidenza.
Ed è proprio il tempo, oggi, ad aiutarci a entrare meglio anche nel Vangelo di san Tommaso.
Noi lo ricordiamo quasi sempre come l’apostolo del dubbio ma il centro di questa pagina non è il dubbio di Tommaso, è il modo in cui Gesù lo raggiunge.
Tommaso aveva detto parole dure: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, se non metto il mio dito nel segno dei chiodi e la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo, Gesù entra di nuovo nel Cenacolo e non rimprovera Tommaso, non lo espone davanti agli altri. Fa qualcosa di molto più profondo: riprende, una per una, proprio le sue parole: «Metti qui il tuo dito… stendi la tua mano… mettila nel mio fianco… e non essere incredulo, ma credente».
È questo che disarma Tommaso: non una prova schiacciante, non una dimostrazione, ma la scoperta di essere conosciuto. Gesù conosceva quelle parole pronunciate quando lui non era presente, conosceva la sua fatica, la sua resistenza, la sua pretesa di toccare per credere. Conosceva perfino il punto in cui Tommaso si era chiuso eppure non lo respinge.
Il Vangelo, infatti, non dice che Tommaso abbia davvero messo il dito nelle ferite di Gesù. Dice soltanto: «Mio Signore e mio Dio!».
La fede nasce quando ci scopriamo conosciuti e non rifiutati, conosciuti fino in fondo, eppure amati.
Sant’Antonio affermava: “solo l’amore conosce”. Solo l’amore conosce davvero, perché solo l’amore sa guardare senza ridurre, sa conoscere la fragilità senza trasformarla in condanna.
Tommaso è raggiunto proprio da questo sguardo. Cristo conosce la sua durezza, la sua fatica, le parole pronunciate quando pensava di essere solo eppure non lo umilia, lo ama conoscendolo.
Non è forse anche questa una delle verità più profonde del matrimonio?
All’inizio ci si conosce solo in parte. Ci si innamora di ciò che brilla: la bellezza, i sogni, l’entusiasmo, le promesse della giovinezza. Poi il tempo fa il suo lavoro. Toglie molte illusioni, fa emergere il carattere, i limiti, le stanchezze, le ferite, le fragilità che nessuno aveva messo in conto.
Ma se si resta, se si attraversano insieme i giorni luminosi e quelli difficili, accade qualcosa di grande: non ci si ama perché non si conoscono i limiti dell’altro, ma proprio perché si è imparato a conoscerli senza smettere di amare.
Dopo cinquant’anni non servono molte parole: uno sguardo basta, un silenzio è eloquente, una piccola piega del volto dice una preoccupazione, una fatica, una gioia nascosta. Si conosce l’altro perché perché lo si è custodito. Questa conoscenza, infatti, non nasce dalla curiosità ma dalla fedeltà.
Il matrimonio diventa allora un lungo apprendistato dello sguardo. All’inizio si vede ciò che affascina, poi si vede anche ciò che pesa, infine, se si rimane fedeli, si impara a vedere una storia: le cadute e le riprese, ciò che è stato custodito anche quando sembrava perduto.
Gli altri vedono il Risorto, solo Tommaso vede le ferite del Risorto e riconosce il suo Signore. Non vede semplicemente un morto tornato in vita, vede un amore che ha attraversato la morte.
Anche cinquant’anni di matrimonio, se guardati bene, raccontano questo: un amore che ha attraversato il tempo diventando più vero.
Oggi rendiamo grazie per questa storia, per ciò che tutti hanno visto e per ciò che solo Dio conosce, per i figli, i nipoti, la famiglia, gli amici, le persone incontrate lungo il cammino ma soprattutto per quella Presenza discreta che vi ha preceduti, accompagnati, sostenuti e rialzati.
La Provvidenza non sempre fa rumore. A volte lavora così: dentro i giorni ordinari, dentro le relazioni di famiglia, dentro le fatiche portate insieme, dentro i gesti ripetuti mille volte, dentro una fedeltà che non ha avuto bisogno di mettersi in mostra per essere vera.
Per questo oggi non celebriamo soltanto cinquant’anni passati, celebriamo una fedeltà custodita, celebriamo una storia nella quale Dio non è stato spettatore, ma compagno di cammino e di cui ancora una volta siete resi segno tangibile, sacramento.
Chiediamo allora una grazia semplice e grande: imparare a lasciarci conoscere dal Signore senza paura e imparare a guardarci gli uni gli altri senza durezza perché solo chi si lascia guardare da Dio impara davvero a guardare l’altro.
E allora anche noi, dentro la trama concreta della nostra vita, potremo riconoscere la presenza del Risorto e dire con Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».







