https://www.youtube.com/watch?v=HvoOr8EokG0 Ma davvero siamo chiamati a scegliere tra i nostri affetti e Dio? Davvero dobbiamo stabilire una gerarchia affettiva? Davvero voler bene a qualcuno significa non volerne a Dio come se dovessimo scegliere tra gli amanti e l’amore vero? La proposta fatta ai suoi da parte di Gesù mirava proprio a liberare da quella tentazione …

Ma davvero siamo chiamati a scegliere tra i nostri affetti e Dio? Davvero dobbiamo stabilire una gerarchia affettiva? Davvero voler bene a qualcuno significa non volerne a Dio come se dovessimo scegliere tra gli amanti e l’amore vero?

La proposta fatta ai suoi da parte di Gesù mirava proprio a liberare da quella tentazione che tende a lasciar fuori qualcuno in nome dell’esclusività e dell’assolutizzazione, appunto. Quando Gesù pronunciava queste parole, il contesto era quello in cui tutto si decideva secondo le regole del clan familiare che stabiliva vincoli e primogeniture. Ora, in un tempo come il nostro in cui sembra prevalere una sorta di analfabetismo emozionale perché tutto è mediato dalla tecnologia, quello di Gesù suona come un invito a dialogare con i propri sentimenti e a saperli gestire.

In nome della verità dell’amore, ciò che Gesù propone è di liberarsi di tutto ciò che soffoca le relazioni che non sono degne di un uomo libero. È per amare veramente che già l’antico autore aveva stabilito: “per questo i due lasceranno il padre e la madre”.

Quale frutto potrebbe portare, infatti, un rapporto vissuto come il prolungamento della casa paterna senza accettare la sfida insita nell’avventura propria di chi è chiamato a costruire una sua famiglia? Padre e madre possono essere, talvolta, anche i criteri che ci guidano al punto da determinare le nostre scelte e condizionare i nostri passi. È giusto che un ragazzo sacrifichi un suo talento unico, singolare per non deludere le aspettative dei suoi?

Quale frutto potrebbe portare una relazione declinata solo in termini di possessività o di ricatti affettivi senza più riconoscere ciò a cui l’altro è chiamato? Cosa viene a dirci quel mistero che contempliamo pregando il Rosario e che va sotto il nome di ritrovamento di Gesù? Anche Maria e Giuseppe hanno dovuto apprendere che quel figlio era molto di più di quanto avevano compreso e condiviso fino a quel giorno: “Non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Quali sono le cose del Padre di cui ogni figlio deve occuparsi? I figli che vengono prima di ogni cosa non sempre sono quelli carnali: possono essere anche obiettivi da raggiungere, risultati da perseguire.

Quale frutto potrebbe portare un rapporto in cui tu sei visto come un eterno bambino incapace di autonomia e di responsabilità? Quante vocazioni mancate – e non sto pensando soltanto a quelle consacrate – solo perché un figlio ha sentito la pressione psicologica del suo ambiente che non gli ha restituito il senso di ciò a cui era chiamato!

Quante vite mortificate in nome di un amore malato che se non arriva ad essere criminale poco ci manca!

Il non farsi guidare da me, ripete oggi Gesù a ciascuno di noi, significa imboccare una strada senza uscita.

Cosa intendeva dire quando parlava del prendere la propria croce? La croce non sono le malattie o i grattacapi della vita. non è un caso che tutte le volte in cui nel vangelo si parla di croce non si parla di accettare la croce ma di prenderla. Significa mettere in conto che vivendo come Gesù chiede tu metti in conto l’opposizione, il rifiuto, la derisione, la calunnia. Prendere la croce significa assumersi le conseguenze di vivere mettendo i tuoi passi dietro il Signore.

Perdere la vita significa riconoscere che senza la morte di alcuni aspetti di noi non sarà possibile accedere a una nuova consapevolezza. E chi non accetta di farlo non farà altro che cristallizzare come un fotogramma la propria vita che, però, gli è già sfuggita.

Gesù, dunque, non entra nella nostra vita per impoverire gli affetti, ma per purificarli, non ci chiede di amare meno, ma di amare meglio. Dio non è il rivale dei nostri legami ma la sorgente che li restituisce alla loro verità.

Quando un affetto diventa assoluto, smette di essere amore e diventa possesso, paura, dipendenza. Per questo il Vangelo ci domanda di lasciare che Cristo ordini il cuore: perché il padre non diventi padrone, la madre rifugio da cui non uscire mai, il figlio proiezione dei nostri sogni, l’amato proprietà da trattenere.

Prendere la croce significa anche accettare questa purificazione: amare senza catturare, custodire senza possedere, accompagnare senza sostituirsi, lasciare andare senza smettere di voler bene.

Chi perde la vita per Gesù non la butta via: perde ciò che lo teneva prigioniero e riceve una libertà nuova. E allora comprende che il Signore non chiede di scegliere tra Dio e gli affetti, ma di scegliere Dio perché ogni affetto sia salvato dalla menzogna del possesso e restituito alla verità dell’amore.