La pagina del Siracide che la liturgia ci consegna oggi è una sorta di memoriale. L'autore guarda indietro e contempla la figura di Elia ormai giunta al termine del suo cammino. L’intento non è quello di raccontare una vicenda ma di raccoglierne l'eredità. Provando a riconoscere il filo che lega tutti gli episodi della sua …
La pagina del Siracide che la liturgia ci consegna oggi è una sorta di memoriale. L’autore guarda indietro e contempla la figura di Elia ormai giunta al termine del suo cammino. L’intento non è quello di raccontare una vicenda ma di raccoglierne l’eredità. Provando a riconoscere il filo che lega tutti gli episodi della sua vicenda.
Alla fine che cosa resta di Elia? Cosa resta di noi?
Rimane un uomo che ha lasciato che Dio agisse nella sua vita. È questa una prima luce sul nostro ministero, perché il sacerdote rischia continuamente di identificarsi con ciò che fa: celebrazioni, attività, responsabilità, opere realizzate. Quando la Scrittura fa memoria di Elia non parla delle sue realizzazioni, parla, invece, della sua docibilitas (si tratta di quell’atteggiamento interiore di apertura, di umiltà e di ascolto; è ciò che permette di lasciarsi formare dalla parola di Dio, dagli eventi e dalle persone che il Signore pone sul cammino).
La santità non consiste nell’avere fatto grandi cose per Dio ma nell’aver lasciato Dio compiere la sua opera in noi.
«Sorse Elia, profeta come il fuoco»
Il fuoco, nella Scrittura, è sempre qualcosa che appartiene a Dio prima che all’uomo. È il roveto che brucia senza consumarsi, è la nube luminosa che accompagna Israele nel deserto, è il Sinai avvolto dalle fiamme. Dire che Elia è «come il fuoco» non significa anzitutto descriverne il temperamento o l’energia ma vuol dire riconoscere che la sua vita è stata attraversata da una presenza che non veniva da lui. Per questo la prima parola che definisce il profeta non è il coraggio, ma la presenza.
«Vive il Signore, alla cui presenza io sto». È questa la chiave di tutta la sua esistenza.
Prima di essere l’uomo del Carmelo, Elia è l’uomo della presenza, prima di essere il profeta del fuoco, è l’uomo che sta davanti a Dio.
Il Siracide sembra quasi suggerire che la sorgente di tutto non si trovi tanto nei prodigi stessi quanto in quello stare davanti al Signore dal quale nasce ogni parola autentica.
È una lezione che attraversa tutta la Scrittura e che conserva una particolare attualità per il ministero sacerdotale. Esiste infatti una tentazione sottile che accompagna ogni servizio ecclesiale: quella di identificarsi progressivamente con ciò che si fa. Il popolo di Dio, però, non ha bisogno anzitutto di sacerdoti competenti, ha bisogno di uomini che abbiano dimorato davanti al Signore.
Leone XIV lo ha ricordato in questi giorni con grande chiarezza. La santità sacerdotale non nasce dallo sforzo di perfezionarsi continuamente, ma dall’abbandono fiducioso alla grazia che previene, sostiene e trasfigura.
Elia è precisamente questo, non un eroe ma un uomo sostenuto dalla grazia.
«Con la parola del Signore chiuse il cielo»
Siracide ricorda subito il gesto che apre il ministero pubblico del profeta: la siccità. Elia si trova davanti a un popolo che ha smarrito il volto di Dio: il dramma non è meteorologico ma spirituale. Israele ha sostituito il Signore con Baal, ha preferito la fertilità alla fedeltà.
Ogni ministero sacerdotale si confronta con questa lotta. Anche oggi il problema fondamentale non è l’indifferenza religiosa ma l’idolatria: gli idoli cambiano nome ma continuano a occupare il cuore dell’uomo.
Il sacerdote è chiamato a custodire la memoria del vero Dio, a ricordare agli uomini da chi proviene la vita, a denunciare tutto ciò che pretende di sostituirsi a Lui. Tuttavia, chi svolge questo compito, scopre presto una verità dolorosa: non basta parlare, occorre lasciarsi purificare, per questo Dio conduce Elia a Cherìt.
Cherìt: la scuola della dipendenza
Dopo aver affrontato il re, il profeta scompare, Dio lo nasconde, lo conduce presso un torrente, lo affida ai corvi, lo obbliga a vivere di ciò che riceve. È così che inizia la vera formazione di Elia. Prima ancora che profeta del popolo, deve diventare discepolo di Dio, deve imparare che non è lui a sostenere la missione, è Dio a sostenere lui.
Ognuno di noi conosce un proprio Cherìt, un tempo nel quale le proprie sicurezze vengono meno, un incarico che non corrisponde alle attese, una fatica pastorale, una prova personale, un’esperienza di solitudine. Si tratta di momenti nei quali Dio sembra sottrarre strumenti e appoggi ma in realtà sta educando il cuore.
Leone XIV ha scritto che siamo vasi di creta. Cherìt è il luogo dove il vaso scopre di essere tale ed è anche il luogo dove scopre che il tesoro non gli appartiene.
Sarèpta: la scuola della povertà
Quando il torrente si secca, Dio lo manda da una vedova, straniera, povera, una persona che possiede appena un pugno di farina e un poco d’olio. Qui il profeta impara una lezione ancora più radicale: Dio opera attraverso ciò che appare insufficiente.
Anche il sacerdote deve continuamente convertirsi a questa logica. Pensiamo spesso che la fecondità dipenda dai mezzi, dai numeri, dalle strutture, dall’organizzazione. Dio, invece, continua a preferire una vedova, continua a preferire l’umanamente inadeguato.
Non è forse questo il mistero dell’Eucaristia? Un frammento di pane che contiene l’infinito. A Sarèpta Elia scopre che la Provvidenza non elimina la povertà ma la attraversa: il poco rimane poco ma è quanto basta.
Il Carmelo: la scuola della fede
Siracide ricorda poi il grande scontro con i profeti di Baal, l’episodio più celebre del ciclo di Elia. Il centro della scena, però, non è il fuoco ma una domanda: «Fino a quando zoppicherete da una parte e dall’altra?».
La vera battaglia non si combatte sull’altare, si combatte nel cuore. Il problema di Israele non è l’ateismo ma la divisione: la fede e gli idoli, l’alleanza e la convenienza.
Anche il sacerdote attraversa continuamente questo combattimento. La prima idolatria da vincere, infatti, è quella che si annida dentro di noi: la ricerca del consenso, l’attaccamento al proprio ruolo, la tentazione del protagonismo, il bisogno di essere approvati.
Il fuoco del Carmelo resta necessario non per distruggere gli altri ma per purificare il cuore del profeta.
L’Oreb: la scuola del cuore
Il Carmelo, però, non è il punto più alto della vita di Elia. Dopo il fuoco arriva la fuga, dopo il trionfo arriva la depressione, dopo il successo arriva la stanchezza. Sotto la ginestra il profeta desidera morire.
È una pagina che il Siracide non racconta, ma che illumina tutto il suo elogio perché ci ricorda che il fuoco di Dio abita una fragilità umana. Elia non è un superuomo ma un uomo ferito. Ed è proprio allora che Dio lo conduce all’Oreb dove si rivela non nel vento, non nel terremoto, non nel fuoco ma nella voce di un silenzio sottile.
È questo il cuore del cammino di Elia ma anche del nostro ministero.
Dio non è soltanto il Signore del Carmelo, è anche il Dio della tenerezza, non soltanto il Dio che scuote ma il Dio che consola, non soltanto il Dio che invia ma il Dio che custodisce.
Il Papa ci ha ricordato che il Cuore trafitto di Cristo è il luogo nel quale la santità si manifesta come prossimità, compassione e tenerezza.
L’Oreb prepara il Golgota, la brezza leggera prepara il Cuore aperto il Dio cercato da Elia rivela finalmente il suo volto nel Cristo trafitto.
Il mantello lasciato a Eliseo
L’ultima immagine evocata dal Siracide è la consegna del mantello.
Elia scompare ma la missione continua. È questa la prova definitiva di ogni ministero: accettare che l’opera non sia nostra e che altri continuino, accettare di diminuire, accettare di consegnare.
Il sacerdote non è chiamato a costruire qualcosa che porti il suo nome, è chiamato, invece, a generare vita, a rendere possibile l’incontro con Cristo, a trasmettere una fiamma che non gli appartiene.
Per questo Siracide può contemplare Elia come un uomo compiuto, perché ha permesso a Dio di condurlo attraverso il fuoco, il torrente, la povertà, la lotta, la solitudine, la tenerezza e il distacco.
È questo il cammino di ogni prete: noi siamo uomini che imparano progressivamente che il centro non siamo noi ma Dio. La nostra santità non consiste nell’avere un cuore invulnerabile, ma nel lasciare che il nostro cuore batta sempre più al ritmo del Cuore di Cristo.
(Omelia tenuta nella Cattedrale di Teggiano in occasione della Giornata di fraternità sacerdotale del gruppo di preti che, nel corso dell’anno, ha vissuto l’appuntamento di formazione permanente promosso dalla Commissione presbiterale regionale lucana)







