C’è una parola che Veronica aveva scelto e che, proprio domenica, aveva postato nel suo stato WhatsApp: “nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate” (Camus). Oggi, questa frase non ci appare come uno sfoggio della sua cultura, ci appare piuttosto come una finestra aperta sulla sua interiorità, quasi una …
C’è una parola che Veronica aveva scelto e che, proprio domenica, aveva postato nel suo stato WhatsApp: “nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate” (Camus). Oggi, questa frase non ci appare come uno sfoggio della sua cultura, ci appare piuttosto come una finestra aperta sulla sua interiorità, quasi una confessione discreta, una parola che lascia intravedere qualcosa del cammino profondo che Veronica stava vivendo. “Nel bel mezzo dell’inverno”: il tempo della prova, del limite, della malattia, di quella verità che non si può aggirare. E tuttavia, proprio lì, “un’estate invincibile”: non si trattava di un facile ottimismo ma di qualcosa di più profondo. Noi oggi, da credenti, possiamo dire che quella estate invincibile aveva il nome dell’affidamento.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci porta dentro questa stessa luce. Gesù alza gli occhi al cielo e dice: “Padre, è giunta l’ora”. Non è la resa di chi viene travolto: è la parola del Figlio Gesù che riconosce il compiersi del suo passaggio e lo consegna al Padre. Nel Vangelo di Giovanni, l’ora non è semplicemente il momento della fine: è il momento della verità, il momento in cui una vita si raccoglie, si offre, si compie. Per questo, nella fede cristiana, la morte non è letta soltanto come interruzione o perdita: è Pasqua, è passaggio, è compimento, è il travaglio attraverso cui il Signore introduce alla vita senza fine.
Mi pare che proprio qui leggiamo con verità anche il cammino di Veronica. Lei aveva consapevolezza della sua ora. Già da tempo sapeva come le cose sarebbero andate. Ha cercato di capire, ha voluto leggere con lucidità ciò che stava vivendo, ha persino interrogato il proprio stile di vita con serietà e responsabilità. Non ha vissuto superficialmente, non si è nascosta la realtà, non ha cercato scorciatoie interiori. Ha guardato in faccia ciò che avveniva. E tuttavia questa consapevolezza non si è trasformata in amarezza, non è diventata ribellione o rancore. È maturata, invece, in una forma alta e nuda di abbandono.
Lo dicono bene le sue stesse parole: “Non ho più nulla da chiedere al Signore, lui sa tutto. Mi affido”. In questa frase non c’è una rassegnazione spenta, c’è, invece, una fede arrivata a essenzialità. C’è il cuore che, dopo aver cercato, dopo aver interrogato, dopo aver attraversato la prova, alla fine si consegna. Non c’è più il bisogno di trattenere, di spiegare tutto, di domandare ancora. C’è il lasciare spazio a Dio, c’è una pace che non nasce dall’evidenza delle cose, ma dalla fiducia.
E qui risuona un’altra parola decisiva del Vangelo: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”. È una parola che ci dice come la vita vera non consista semplicemente nel durare di più, nel trattenere il tempo, nel rimandare la fine.
La vita, nella sua verità più profonda, è conoscere il Signore. Non un conoscere esteriore, non un sapere soltanto delle cose su Dio, ma entrare in relazione con Lui, lasciarsi illuminare da Lui, affidargli l’esistenza. E allora comprendiamo che la fede è una ragione illuminata, una ragione che non si chiude in ciò che è immediatamente visibile o misurabile, ma si apre al mistero. Veronica ha cercato di capire con serietà, con lucidità, con intelligenza; ma alla fine la sua ricerca non si è chiusa in sé stessa. Si è aperta a quella conoscenza più alta che è riconoscere il Signore e consegnarsi a Lui.
Donatella la definiva la donna dei fatti. È un’espressione molto bella e molto vera. Dice una persona concreta, sobria, seria, essenziale. Dice una donna non incline alle parole inutili, non portata a mettersi al centro, ma capace di stare dentro la realtà con fedeltà. E proprio questo colpisce: la sua consapevolezza non si è consumata in discorsi, ma si è tradotta in un modo di stare davanti alla sua ora. Con lucidità, con dignità, con una forza silenziosa che non faceva rumore. “Chi siamo e a cosa crediamo si vede di fronte al disagio, nell’ora arrischiata”, scriverà Pavese.
Lo si vedeva nel suo non voler gravare sugli altri, nel non serbare rancore, nell’avere attenzione per i più bisognosi (io stesso ne sono testimone), nel senso alto del dovere che l’ha accompagnata, nella cura per i suoi alunni, nel modo schivo e insieme profondo con cui abitava le relazioni. Era molto preparata culturalmente, ma senza farlo pesare. Teneva ai suoi studenti con vera passione e con vera responsabilità. E anche questo, oggi, è parte della traccia che resta. Non siamo chiamati soltanto a misurare il vuoto della sua assenza, ma a riconoscere e custodire le tracce del suo passaggio nella vita di tutti noi.
C’è poi un altro tratto che commuove profondamente. Veronica chiedeva di essere lasciata andare, perché diceva: “Tanto ci riabbracceremo”. In questa frase c’è molto più di una consolazione, c’è la speranza cristiana, c’è il rifiuto di vivere la morte come l’ultima parola, c’è la certezza che l’amore vero non viene spezzato, ma attraversato da una promessa più grande. E in fondo qui appare con chiarezza il senso pasquale della morte: non la negazione dei legami, ma la loro consegna a Dio, non l’annullamento della comunione, ma il suo compimento in una forma che ora non vediamo ancora pienamente.
Colpisce, inoltre, il fatto che Veronica non abbia maledetto questa prova perché toccava a lei. Anzi, aveva confidato che non avrebbe retto se fosse toccata a qualcun altro dei suoi. Qui si manifesta un amore evangelico, un amore che non mette sé stesso al centro. Viene spontaneo pensare alla lettera ai Filippesi, là dove l’apostolo invita a non cercare il proprio interesse, ma a ritenere gli altri superiori a sé stessi. Veronica, nel tempo della prova, ha continuato a sentire più il peso del dolore altrui che del proprio. E questo dice molto della qualità del suo amore.
Anche quella corona del rosario che teneva sempre con sé e che ha continuato a stringere fino alla fine, va nella stessa direzione. Quando tante parole cadono, quando molte spiegazioni non bastano più, resta ciò a cui davvero ci si affida. Quel rosario stretto tra le mani dice una fede diventata essenziale, povera, nudissima e proprio per questo fortissima, dice il lasciarsi accompagnare.
La fede con cui Veronica ha vissuto la sua “ora”, ci attesta che anche là dove noi vediamo soltanto limite, Dio può ancora operare e anche le circostanze che non avremmo mai scelto, possono diventare il luogo in cui si compie per noi e in noi qualcosa di irripetibile.
La morte, nella fede, non smette di essere dolorosa per chi resta, il distacco ferisce, ma Veronica ci ricorda che l’ultima parola non è la distruzione, l’ultima parola è la relazione col Padre, è la vita che viene riconsegnata a Colui da cui l’abbiamo ricevuta, è la Pasqua del Figlio che diventa anche la nostra.
Ieri pomeriggio, quando sono andato in obitorio, ero convinto di portare io un po’ di conforto. E invece, per quello che Donatella ha voluto condividere con me, sono stato io a riceverlo. Mi ha colpito molto il volto sereno di Veronica e quell’accenno di sorriso che si scorgeva sulle sue labbra. Non era il volto di una lotta rimasta sospesa. Era il segno di una pace maturata dentro. Come se quel passaggio, tanto temuto da noi, fosse stato da lei abitato come affidamento. Veronica era convinta che suo padre l’avrebbe accolta e accompagnata. E c’è una luce ulteriore nel fatto che se ne sia andata proprio nella festa del papà, nella festa di san Giuseppe, che la pietà cristiana invoca da sempre come patrono della buona morte. Non per forzare i segni, ma per raccogliere con discrezione anche questa coincidenza come una carezza di Dio.
Certo, il dolore resta, la separazione è reale, il vuoto pesa e sarebbe disumano fingere che non sia così. Ma la fede ci chiede di guardare questo vuoto dentro una luce più grande, non soltanto come privazione, ma anche come traccia di una presenza che continua a operare, non soltanto come ferita, ma anche come memoria viva del bene ricevuto. In Dio nulla di ciò che è stato amato veramente va perduto. Ecco perché, accanto alle lacrime, oggi siamo chiamati alla gratitudine per ciò che Veronica è stata, per ciò che ha donato, per il bene silenzioso che ha seminato, per la forma di fede che ci consegna.
E allora, in questa Eucaristia, noi affidiamo Veronica al Padre. Come Gesù consegna la sua ora, così anche noi consegniamo a Dio questa sua vita. Chiediamo per lei la pace dei giusti, la luce del volto del Padre, l’abbraccio promesso a coloro che vivono e muoiono in Lui.
E chiediamo per noi di apprendere qualcosa da questa testimonianza, quasi come Eliseo quando domanda a Elia i due terzi del suo spirito. Non per trattenerla ancora presso di noi, ma perché qualcosa della sua fede, della sua fortezza discreta, della sua limpidezza interiore, della sua capacità di affidarsi, resti come eredità viva nel cuore di chi l’ha conosciuta e amata. Chiediamo di imparare una fede più vera, meno appoggiata alle parole e più consegnata alla sostanza, una fede che sa guardare in faccia la realtà senza negarla, ma che sa anche attraversarla senza disperare.
Forse è proprio questa l’ultima parola che Veronica lascia oggi a tutti noi. Nel mezzo dell’inverno, non ha smarrito l’estate invincibile. E noi, da credenti, osiamo dire che quell’estate aveva il volto della fiducia, il volto dell’affidamento, il volto di chi può dire ormai senza paura: il Signore sa tutto.








