La Parola che abbiamo ascoltato non illumina soltanto questa celebrazione vespertina: in qualche modo entra anche nella vita di mamma e la interpreta. Nel Vangelo, Gesù domanda al cieco nato: «Tu credi nel Figlio dell'uomo?». E quell'uomo, al termine di un cammino segnato da domande, resistenze e incomprensioni, risponde: «Credo, Signore». Questa risposta raccoglie il …
La Parola che abbiamo ascoltato non illumina soltanto questa celebrazione vespertina: in qualche modo entra anche nella vita di mamma e la interpreta.
Nel Vangelo, Gesù domanda al cieco nato: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?». E quell’uomo, al termine di un cammino segnato da domande, resistenze e incomprensioni, risponde: «Credo, Signore». Questa risposta raccoglie il senso più vero della vita di mia madre: una fede vissuta nella trama ordinaria della vita.
In questi giorni, un amico, soffermandosi su una fotografia di mia madre, mi ha scritto parole che mi sono rimaste nel cuore: «Occhi intelligenti, vividi, pieni di luce, specchio che riflette un’anima piena di fede». Mi è sembrato cogliesse qualcosa di vero: in quegli occhi si potevano intuire gli anni vissuti, le prove, la dedizione alla famiglia, la bontà discreta di ogni giorno.
Un proverbio ebraico dice: «Dio non poteva essere ovunque, così ha creato le madri». Certo, Dio è dappertutto: nulla esiste senza di Lui, ma questo proverbio dice una verità profonda: il nostro è un Dio vicino, che provvede, che accompagna. Tutto ciò che ha creato vuole che sia segno del suo amore, della sua tenerezza. E il grande capolavoro di questo è l’«invenzione» della mamma.
Se oggi penso a mia madre, non penso anzitutto a qualcosa di straordinario nel senso umano del termine. Penso a una vita vissuta con semplicità e serietà. Penso a una donna che ha abitato la casa, gli affetti, le responsabilità quotidiane, lasciando che tutto fosse toccato dalla grazia di Dio. La cucina, la tavola, le parole misurate, la pazienza nelle contrarietà, la sobrietà, l’attenzione agli altri: tutto questo, quando è attraversato dalla fede, non è più soltanto vita domestica ma diventa un modo concreto di vivere il Vangelo.
A volte immaginiamo la vita spirituale come qualcosa di separato dall’esistenza concreta. Mamma, invece, ci ha insegnato il contrario: che si può appartenere a Dio proprio prendendo sul serio ciò che è umano. La fede prende forma nel modo di vivere il tempo, il lavoro, la famiglia, la fatica, i legami, la malattia, l’invecchiare e il morire.
Ripenso a certe espressioni essenziali che appartengono al linguaggio delle nostre madri e delle nostre nonne, parole ricche di sapienza spirituale. Una, in particolare, mi risuona dentro: «Sia benedetto Dio». In queste parole c’è il riconoscimento che tutto viene da Lui e a Lui ritorna, la fede di chi attraversa la vita senza pretendere di possederla ma imparando a riceverla, il senso di una presenza che accompagna, sostiene, custodisce.
La prima lettura ci ha ricordato che il Signore non guarda come guarda l’uomo: l’uomo vede l’apparenza, il Signore vede il cuore. E il cuore di mia madre ha lasciato entrare nel Vangelo nelle pieghe della vita feriale e, nelle cose semplici, lasciava trasparire qualcosa di più grande, perché era contenta di servire, più preoccupata di donarsi che di essere riconosciuto.
Nella seconda lettura Paolo ci esorta: «Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità». Mamma e tanti come lei alimentano quell’«economia sommersa della grazia» di cui parlava don Tonino Bello: esistenze che producono, nel silenzio, frutti di luce, bontà, giustizia, verità e potrebbero appartenere di buon diritto al numero di quei giusti per i quali il mondo non soccombe.
Vorrei condividere qualcosa di più personale. Se oggi sono sacerdote, se il Signore mi ha chiamato a servirlo nel ministero, questa chiamata non è caduta in un terreno neutro. È passata dentro una storia, dentro una casa, grazie a una donna che ha creduto. Senza grandi discorsi, senza mettersi al centro, una madre e un padre preparano il terreno delle vocazioni, custodiscono uno spazio interiore e rendono possibile un ascolto. Per questo, pensando a lei, sento di dover rendere grazie al Signore non solo per ciò che è stata per me e per i miei fratelli sul piano affettivo, ma anche per il modo in cui la sua fede ha sostenuto e silenziosamente nutrito il mio cammino.
In questi giorni, qualcuno mi ha scritto di voler esprimere gratitudine e lode al Signore per i doni di grazia ricevuti in occasione della sua partenza per il cielo: doni scesi non solo sulla sua famiglia ma, per l’immensa bontà di Dio, anche su chi ha partecipato da lontano. Quando una vita è stata aperta a Dio, anche il momento del commiato può diventare occasione di grazia e invito a vivere con più fede.
Nel Vangelo di oggi il cieco passa dalle tenebre alla luce ma quella luce non è soltanto il recupero della vista: è il riconoscimento del volto di Cristo. La fede matura quando la vita, lentamente, arriva a dire: tu sei il Signore. E io credo che questo sia avvenuto anche in mia madre dentro il consumarsi dei giorni.
Per questo oggi non celebriamo soltanto un ricordo ma riconosciamo che la vita di mia madre e quella di tanti come lei ci dice che il mondo non è sostenuto anzitutto da gesti eclatanti, ma da esistenze in cui Dio opera nel silenzio. Ci dice che la vita di ogni giorno può diventare luogo di offerta. Ci dice che una madre, una donna di casa, una laica, può vivere il Vangelo in modo autentico e luminoso.
Ci dice anche che la fedeltà, la bontà, la semplicità, la genuinità, l’operosità non sono cose piccole, quando sono abitate dalla fede. Hanno il volto di chi non cerca di apparire, ma lascia dietro di sé una scia buona.
E intanto la domanda di Gesù raggiunge anche noi: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?». Credi che la vita, se vissuta in Lui, non va perduta? Credi che le cose più umili possano essere toccate dalla grazia? Credi che una casa possa diventare un luogo santo, che il lavoro possa diventare offerta, che la pazienza possa diventare carità, che il tempo possa diventare spazio di salvezza? Oggi, portando all’altare la memoria di mia madre, io desidero rispondere con tutta la mia vita e con tutta la gratitudine che porto nel cuore: «Credo, Signore».
Affido mamma a Maria, la Bella Vergine dei Miracoli, donna del quotidiano, donna del nascondimento, donna che ha vissuto le realtà più semplici con un cuore totalmente aperto a Dio. Lei le ottenga di entrare nella vera Luce e a noi conceda la grazia di non separare mai il Vangelo dalla vita, la preghiera dalle cose concrete, l’amore di Dio dall’amore fedele nelle responsabilità di ogni giorno. Perché è lì che si gioca la nostra risposta alla grazia, è lì che il mondo cambia davvero, è lì che le cose della terra, toccate da Dio, cominciano ad avere il profumo delle cose del cielo.
Così speriamo e così sia.








