C’è una scena biblica che oggi mi accompagna quella del profeta Eliseo che vede Elia, la sua guida, sottrarsi alla vista. È un momento puntuale, senza giri di parole: una presenza decisiva non è più davanti ai suoi occhi. In un frangente simile, Eliseo non chiede di trattenere Elia, non chiede di cancellare il distacco: …
C’è una scena biblica che oggi mi accompagna quella del profeta Eliseo che vede Elia, la sua guida, sottrarsi alla vista. È un momento puntuale, senza giri di parole: una presenza decisiva non è più davanti ai suoi occhi. In un frangente simile, Eliseo non chiede di trattenere Elia, non chiede di cancellare il distacco: chiede un’eredità per continuare e, per questo, così soggiunge: “Concedimi due terzi del tuo spirito”. Non è una richiesta di potere, ma di fedeltà: “Dammi ciò che mi serve per non perdere quanto ho ricevuto”.
In questi giorni, dopo la morte di mamma, mi accorgo che il distacco non è un istante solo: è un passaggio che continua perché il vuoto prende forma nelle piccole cose di casa. Tuttavia, è proprio qui che ci viene in aiuto la liturgia di oggi quando ci interpella chiamandoci a una scelta: dove pongo la mia fiducia? Dove affondano le radici della mia vita?
Il profeta Geremia parla di dove poggia il tuo cuore quando arriva la prova. E lo fa contrapponendo due fiducie:
- La prima è: “Confidare nell’uomo, porre nella carne il proprio sostegno”. In linguaggio biblico “carne” non è solo il corpo: è tutto ciò che è fragile e finito, le forze, la salute, i beni, i progetti, perfino le relazioni quando diventano assolute. È l’illusione dell’autosufficienza: “mi basta quello che posso controllare”. Geremia la descrive con l’immagine del tamerisco nella steppa: una pianta che sta in piedi, ma in un terreno salato, arido; non muore subito, però è senza vera fecondità. E c’è una espressione che colpisce: “non vedrà venire il bene”. È una conseguenza triste e realistica: quando mi appoggio solo su ciò che è umano, finisco per non riconoscere più neppure il bene che c’è attorno a me mentre il cuore si chiude.
- La seconda fiducia è: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia”. Non si tratta di un invito generico a “credere”: è un criterio concreto. Significa: fai del Signore il tuo appoggio, il tuo punto di gravità. Per questo il profeta ricorre all’immagine dell’albero piantato lungo l’acqua. Non si tratta di un albero “magico” che evita il caldo. Il caldo arriva. Ma “non teme quando viene il caldo” perché le radici vanno in profondità, in un’acqua che non dipende dalla stagione. E soprattutto: “nell’anno della siccità non smette di produrre frutti”. Questa è la definizione biblica di una fede matura: non una fede che evita la prova, ma una fede che non si sterilizza nella prova.
Per questo Geremia aggiunge subito: “Niente è più infìdo del cuore”. Cioè: il cuore è mobile, si stanca, si contraddice, a volte si irrigidisce ma il Signore soggiunge: “Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori”, non perché ci spia ma perché vede dove stanno davvero le nostre radici ed è lì che vuole lavorare. La conversione, allora, non è prima di tutto fare qualcosa in più: è spostare la fiducia dalle sicurezze che passano al Signore che resta.
Comprendiamo, così, perché questo brano a noi donato oggi dalla Provvidenza del Signore, è la chiave anche per mamma. Perché, se dovessimo dire i due poli della sua vita, sono esattamente quelli che oggi la Parola mette insieme: la grande fede nel Signore e la carità come attenzione.
La fede, per mamma, non era un tema: era davvero un appoggio, ciò che dava consistenza ai suoi giorni. Le sue espressioni – “Il Signore sa” e “La mano del Signore è tanto grande”, sono come un’eredità da custodire, come il mantello che Eliseo raccoglie quando Elia non è più davanti ai suoi occhi. Perché “confidare nel Signore” non è un discorso: è un modo di stare nella vita, è scegliere ogni giorno dove poggiare la tua vita.
E l’altro polo – inseparabile – era la carità vissuta in un modo molto concreto, senza mai non voltare lo sguardo dall’altra parte. Mamma aveva questa forma di attenzione: si prendeva cura di ciò che i suoi occhi intercettavano. Non era una carità fatta di gesti plateali; era una carità di presenza, di cura, di presa in carico. Questi due poli erano tutt’uno: la fede vera, infatti, non chiude gli occhi, li apre e la carità vera non nasce dal carattere soltanto, nasce da un cuore che ha radici solide.
Ecco perché il Vangelo del ricco e di Lazzaro oggi è così pertinente. C’è una porta, c’è un uomo che soffre e c’è un altro uomo che non si lascia toccare. La distanza è minima, ma diventa infinita. Il problema non è “quanto” possiede il ricco ma il fatto che il suo cuore abbia imparato a non vedere. La parabola non punta il dito anzitutto contro il denaro ma contro l’indifferenza, contro l’abitudine a passare oltre, contro lo sguardo che non si ferma più.
La parabola ci mette in guardia da una cecità che può crescere senza che ce ne accorgiamo, nessuno ne è immune.
Quali sono allora i due terzi dello spirito di mamma vorremmo ottenere? Radici e occhi.
Radici: la sua fiducia in Dio, quella fede che non dipende dall’umore del giorno e che sa attraversare l’arsura senza smarrire la direzione.
Occhi: la sua carità attenta, che non passa oltre, che non si chiude, che si prende cura.
Questa S. Messa, a distanza di qualche giorno, perciò, serve a scegliere come camminare. Il dolore può chiuderci o può renderci più essenziali. La Parola ci dice: mettete radici nel Signore e lasciate che da quelle radici crescano gesti concreti: attenzione, servizio, misericordia. Che nessun Lazzaro resti invisibile davanti alla nostra porta.
Affidiamo mamma alla misericordia di Dio con la semplicità con cui lei viveva la fede. E chiediamo per noi la grazia di continuare. Quando le parole non bastano, ci resti questa supplica sincera: “Signore, donaci radici in Te e occhi che non voltano lo sguardo”. Amen.








