Quella di oggi non è anzitutto una celebrazione del dolore per il distacco da mamma. Questa Eucaristia è soprattutto un atto di fede e di riconoscenza: un “grazie” detto al Signore per il dono che mamma è stata per noi figli (eravamo sei) e per tanti, ben oltre i confini della famiglia. Quello che abbiamo …
Quella di oggi non è anzitutto una celebrazione del dolore per il distacco da mamma. Questa Eucaristia è soprattutto un atto di fede e di riconoscenza: un “grazie” detto al Signore per il dono che mamma è stata per noi figli (eravamo sei) e per tanti, ben oltre i confini della famiglia. Quello che abbiamo davanti, infatti, non è il corpo esanime di un’esistenza che non è più: è una pagina di Vangelo incarnato che la bontà del Signore ha voluto proclamare per quanti hanno avuto modo di interfacciarsi con mamma. È il segno di cosa può la fede: “In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi” (Gv 14,12).
La Parola di Dio ci consegna una certezza che per mamma era pane quotidiano:
“Sia che viviamo sia che moriamo, noi siamo del Signore” (Rm 14,8), come abbiamo ascoltato nel brano della I Lettura. Il Signore era la sua appartenenza, il Signore la sua casa. Se ci pensiamo, questa è la verità più profonda della nostra vita: noi non ci apparteniamo fino in fondo, apparteniamo a Lui perché è lui la sorgente del nostro venire alla luce. E allora anche la morte, pur nel dolore della separazione fisica, non può strapparci dal Signore, può solo consegnarci a Lui.
La vita di mamma è come racchiusa tra due segni pasquali. Mamma è nata il 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Santa Croce e il Signore l’ha chiamata a sé a mezzanotte, quando iniziava il giorno del Signore, la Domenica, Pasqua della settimana. È come se Dio avesse messo sull’inizio e sulla fine della sua storia il sigillo di due esperienze che si richiamano: la Croce e la Risurrezione per mostrarci dove si fonda la nostra speranza. La croce, infatti, non è l’ultima parola perché esiste la Domenica senza tramonto verso cui affrettiamo lieti i nostri passi.
Ho voluto che ad aiutarci a rileggere la parabola terrena di mamma fossero i santi vegliardi Simeone e Anna. Sono due anziani, due persone che hanno visto passare gli anni, eppure non hanno spento l’attesa. Simeone porta nel cuore una promessa: attende “la consolazione”. E quando finalmente prende Gesù tra le braccia, capisce che la vita non è un cerchio che si chiude nel nulla: è un incontro che si compie tanto da poter dire “Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace”, non perché non ami più la vita, ma perché ha trovato il senso, ha trovato il Signore. Per mamma questo era chiaro: tutto era il Signore per lei insieme alla Vergine Maria, la “Bella Madonna dei Miracoli” aveva preparato ogni cosa per questo momento e lo viveva con la serenità che l’ha sempre accompagnata: “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura” (Eb 13,14). E tutto viveva nella consapevolezza che nulla fosse banale, nulla a caso: tutto era nel disegno provvidente di Dio.
La profetessa Anna, dal canto suo, non vive ripiegata: riconosce, benedice, parla di Dio. È come se dicesse a tutti: “La speranza non è un’idea, è una presenza”.
Simeone e Anna ci insegnano che la vita, la vecchiaia, la fatica, perfino la morte, possono diventare luogo di fede matura, una fede capace di riconoscere le ininterrotte visite di Dio. E mamma è stata una donna che ha saputo stare davanti alla vita con un’essenzialità limpida, senza fronzoli, senza convenzioni, con quella saggezza che non viene dagli studi (che non aveva fatto) ma dal Vangelo vissuto.
Ho ricevuto un messaggio che mi ha colpito, perché non è un complimento, è il frutto dell’opera di Dio in lei. Diceva: “È stata fonte di ispirazione per me. Le sue parole di saggezza mi hanno aiutato a capire l’essenziale, quello che conta davvero, senza i fronzoli delle convenzioni. La sua dedizione alla famiglia e la fede anche nei momenti più dolorosi continueranno a ispirarmi. A Dio, piccola grande donna”.
Se una vita lascia questo segno, vuol dire che non è passata invano; vuol dire che, attraverso di lei, il Signore ha parlato.
La sua fede era semplice, ma reale. Non era la fede delle discussioni accademiche, era la fede come affidamento. Come non ricordare quando, sebbene avanti negli anni, quando non poteva più partecipare alle processioni, la si vedeva in ginocchio, dietro i suoi fiori, al passaggio del SS. Sacramento, della Madonna o dei Santi? Davvero una fede che si inginocchiava solo davanti a Dio e ai suoi amici più cari!
“Nel nome del Signore”, questo era il suo inizio naturale delle cose.
E quando la fatica diventava impari, le bastava dire: “Il Signore sa”.
E poi quella frase che ripeteva come una litania e che oggi riceviamo come una consegna: “La mano del Signore è tanto grande”, eco di quella fede biblica (che lei non conosceva ma che incarnava) che riteneva il braccio del Signore capace di ogni cosa. “La mano del Signore è tanto grande”, grande abbastanza da reggere quello che noi, da soli, non riusciamo a portare.
Questa fede aveva anche un ritmo concreto. Mamma aveva familiarità con la preghiera del popolo di Dio: il Rosario e, talvolta, come le era possibile, pregava anche le lodi mattutine come a consacrare l’inizio del giorno, a mettere la prima parola nelle mani del Signore. E poi la Messa, immancabile, ad ogni costo, pur dovendo badare a sei figli e noi con lei. Sono segni piccoli, forse, ma dicono che la fede vera non si misura dagli slanci straordinari, ma dalla fedeltà quotidiana.
Ricordo il suo rammarico che diceva molto del suo cuore credente: la sofferenza nel vedere tanti non dire mai “grazie” al Signore, non riconoscere i doni ricevuti. Per lei la gratitudine non era buona educazione: era fede. Era riconoscere che la vita è dono.
Una fede, la sua, a cui il Signore ha chiesto molto, proprio come ad Abramo. Ha chiesto distacchi che portano nomi e volti: papà, Cleto… Rosetta, che è stata per mamma una lunga esaltazione della croce: non una croce cercata, ma una croce portata per amore. A 77 anni l’ha accompagnata notte e giorno, nel calvario di circa venti mesi. E ha tenuto insieme il dolore di sapere come sarebbero andate le cose e la casa sempre aperta permettendo agli amici di entrare a tutte le ore e facendo sì che la figlia non fosse sola. Ricordo ancora le volte in cui si sobbarcava tutte le trasferte in ospedale senza mai dare a vedere nulla, sempre pronta a nuove partenze!
E dopo Rosetta, Mario. Lei, ormai novantenne e impedita nel camminare da sola, volle stare accanto al figlio chiedendo ai nipoti di accompagnarla nel salone parrocchiale dove era allestita la camera ardente. Mi ero assentato un attimo e quando rientrai, mi si presentò un’immagine che è rimasta fissa nel mio cuore prima che nella mia memoria. Compresi cos’è una vera Pietà: lei composta nel suo dolore, senza clamore, senza rumore eppure ancora capace di affidamento al Signore con una postura che solo la fede può darti. Come Maria ai piedi della croce: “stava” e in quello “stare” c’era tutta la sua fede. “La mano del Signore è tanto grande”. Le risparmiammo il dolore di sapere come erano andate le cose per non aggiungere fatica a fatica ma lei non ha smesso di dirci: “Ma neppure un bicchiere d’acqua siete riusciti a dargli?”.
Accanto alla fede, mamma aveva due tratti che non sono secondari, perché evangelici: la dignità e la discrezione. Persino per andare in campagna, andava ben vestita; poi, arrivata lì, si cambiava. Non era vanità: era rispetto per sé, per la vita, per gli altri. La dignità è una forma di carità: è custodire il nostro essere creati a immagine e somiglianza di Dio. E la discrezione: mai un pettegolezzo, ma sempre “parole buone che servono alla necessaria edificazione” (Ef 4,29). Non si fermava mai a fare capannello, diceva sempre che aveva da fare e il suo da fare non riguardava mai lei personalmente ma qualcuno dei suoi a cui provvedere.
E che dire della sua laboriosità? Sapeva fare di tutto. Faceva il pane in casa e non mancava mai di condividerlo come pure la pizza, distribuita con mezzo vicinato. Sapeva fare il vino e grazie alle sue mani, non c’era festa che non diventasse l’occasione per prepararci un nuovo cardigan dopo aver passato notti intere a lavorare. Faceva l’imbianchino a casa nostra e a casa delle sue sorelle. Mai una mattina che non avesse preceduto la nostra sveglia per farci trovare tutto pronto o, quando d’estate, s’andava al mercato con il fratello di Guido mio cognato per guadagnarci qualcosa per le nostre cose come fanno i ragazzi, immancabilmente doveva accompagnarci sebbene fossimo ancora nel cuore della notte.
La sua ospitalità è stata una scuola. Quante volte, negli anni di seminario, ha accolto me con tutti i miei compagni (una sera, quando non esistevano i cellulari, ci presentammo in 15 all’improvviso!), approntando anche all’ultimo minuto qualcosa! E già prima, quando papà era in vita, o con i miei fratelli, era così: sempre pronta a imbandire la tavola e finanche un letto per chiunque passasse da casa. Quanti sono stati nostri ospiti! Diceva che bisognava cambiare l’indicazione che segnalava l’albergo poco più sopra di casa nostra! In lei l’ospitalità non era un gesto occasionale; era uno stile.
E poi la sua carità, discreta. Ricordo quando metteva qualcosa da parte da dare a “quella signora”. Non ho mai scoperto il nome, né ho mai visto il volto, ma tutte le volte mi ripeteva: “Questo è per quella signora”. Una signora che passava da un paese vicino. Quella carità nascosta diceva tutto: il bene non ha bisogno di essere visto per essere vero.
E la sua determinazione? Papà (mastro Ciccio) la chiamava “economia e commercio” per la sua abilità nell’amministrare quello che guadagnava lui che faceva il falegname. Come la vedova del vangelo fu esaudita per la sua insistenza nell’ottenere i fondi del post terremoto per rifare casa. Questo era per lei motivo di orgoglio non già per mettere in risalto la sua abilità (schiva com’era non lo avrebbe mai fatto) ma per aver ottenuto giustizia.
C’è poi una cosa che, insieme alle altre, mi ha sempre edificato: la consapevolezza di ciò che poteva o non poteva fare e la capacità di farsi da parte. Ripenso alla celebrazione del mio venticinquesimo, quando iniziava già a stare poco bene. Non potendo partecipare mi disse: “Figlio mio, tu fa’ ciò che devi. Pensi che a me non farebbe piacere esserci? Ma ora non è più il tempo di essere presente fisicamente. Mi basta sapere che tu sei felice: io parteciperò così come posso”. Già quando andai Parroco al mio paese, mise subito le cose in chiaro dicendomi: “Tu devi fare la tua vita com’è giusto che sia e io la mia”. Mai un’interferenza, sempre in disparte.
Queste parole, dette così, senza retorica, mi hanno insegnato una libertà grande: amare senza possedere, senza trattenere, esserci in modo diverso rispetto a prima. È una sapienza che viene dalla fede: consegnare a Dio ciò che non riusciamo più a portare avanti e farlo con pace.
E infine, mamma non si stupiva di nulla ma tutto riusciva a integrare nella sua capacità di ospitare: anche ciò che non aveva messo in conto, anche ciò che forse poteva perfino essere motivo di scandalo per qualcuno. Aveva un dono raro: la capacità di salvare sempre la persona, di vedere prima il volto, poi l’eventuale errore.
Nell’ultima fase, quando le è stato chiesto un altro distacco, quello di poter gestire da sola la sua vita affidandosi in tutto alle cure amorevoli dei miei cari e non potendo più essere lucida come un tempo, le erano rimasti due gesti che lei compiva come per un automatismo del cuore: tentare di alzarsi dalla poltrona (pur non riuscendoci) per offrirti qualcosa e poi continuare a sfregare la coperta o il lenzuolo come nell’atto di lavare i panni. Tra me e lei c’era un rapporto diverso com’è tra la mamma e il figlio sacerdote di cui era fiera. Ultimamente bastava solo sguardo: lei capiva e io altrettanto. La scorsa settimana sono stato in Calabria per un corso di esercizi spirituali a un gruppo di preti della Diocesi di Mileto. Sono partito nella speranza che non ci lasciasse proprio in quei giorni. Mi ha atteso: sono rientrato e lei è stata accolta tra le braccia del Padre della misericordia.
Oggi, mentre la affidiamo al Signore, lasciamo che risuoni nel cuore ciò che lei stessa ci ha insegnato: “la mano del Signore è tanto grande”. È grande abbastanza per accoglierla, è grande abbastanza per custodire anche noi, è grande abbastanza per trasformare la croce in passaggio e per farci entrare, un giorno, nella Domenica senza tramonto.
Arrivederci in Paradiso, mamma!








