Sono stato piuttosto combattuto se scrivere o meno sulla vicenda di don Alberto Ravagnani. Non per paura di espormi, ma per un motivo semplice: quando la vita di una persona attraversa un passaggio così delicato, il rischio di trasformarla in argomento da salotto è altissimo. E non mia intenzione gettare legna sul gossip dei commenti. …
Sono stato piuttosto combattuto se scrivere o meno sulla vicenda di don Alberto Ravagnani. Non per paura di espormi, ma per un motivo semplice: quando la vita di una persona attraversa un passaggio così delicato, il rischio di trasformarla in argomento da salotto è altissimo. E non mia intenzione gettare legna sul gossip dei commenti. Le ragioni di un discernimento sono, per loro natura, complesse, come lo stesso don ha affermato: pertanto, vanno rispettate. Per questo, per quanto si faccia fatica a condividerla, la sua scelta va rispettata profondamente. È un gesto che chiede rispetto, preghiera, custodia, non tifoserie.
Scrivo, allora, non per parlare di lui, ma per parlare di noi. Perché ci sono vicende che, volenti o nolenti, diventano uno specchio: non raccontano soltanto cosa è successo, ma ti chiedono in che modo ti coinvolgono e ti interpellano.
Non c’è nulla di personale nel mio non condividere uno stile comunicativo, non solo il suo, ma un’intera linea che, negli ultimi anni, è stata spesso presentata come vincente per la pastorale e nella pastorale. È una valutazione di criterio, non un giudizio sulla persona. È il rammarico di vedere la Chiesa tentata, ancora una volta, dal rimedio più facile: cercare un volto, un format, un modello.
So di essere una voce fuori coro ma il meccanismo, a mio avviso, è il solito: sovente andiamo alla ricerca di un Tizio o di un Caio come “la soluzione” per attirare i giovani. E così abbiamo bisogno del volto che funziona, della formula che pare vincente, del linguaggio che sembra spaccare. E quando quel modello sembra andare, lo carichiamo di attese sproporzionate e ci convinciamo che sia esportabile, replicabile, clonabile, una sorta di protocollo trasferibile dal Manzanarre al Reno. È il rischio di una Chiesa che, invece di chiedersi quanto sia ancora legata al suo Signore, spera di salvarsi con un modello.
Ma il Vangelo non è un format. Non sto dicendo che i linguaggi nuovi siano un male né sto demonizzando i social (io stesso uso Instagram, ho un blog di commenti quotidiani al Vangelo, un canale whatsapp) o rimpiango una Chiesa muta o impacciata. Il Vangelo va comunicato bene: con intelligenza, con passione, con cura, con competenza. Ci vogliono persone capaci di parlare, di narrare, di ascoltare, di stare nei codici culturali del presente senza paura e senza snobismo.
Ma “format” – per quel che intuisco – significa un’altra cosa: significa una formula ripetibile, un impianto che promette risultati, un pacchetto di toni e di ritmi che, una volta applicato, dovrebbe produrre un certo effetto. Non mi pare, però, che il Vangelo sia questo. Il Vangelo è annuncio e incontro a tu per tu, è chiamata e libertà (col giovane ricco pare non abbia funzionato nonostante il Signore stesso abbia usato un modo unico, “fissatolo, lo amò”), è conversione che matura nel tempo; può usare qualsiasi mezzo, ma non coincide mai con il mezzo. Se confondiamo l’annuncio con il format, finiamo per misurare la fede con l’indice dell’efficacia: quanto funziona, quanto piace, quanti tornano, quanti seguono. E a quel punto, senza accorgercene, passiamo dall’evangelizzazione alla prestazione.
Il problema non è che la Chiesa impari a comunicare; il problema è quando, pur di “arrivare”, si recita un registro che non ci appartiene, si copia un linguaggio che non nasce da una vita, si costruisce una simpatia di mercato. È lì che perdiamo credibilità. Non perché i giovani siano crudeli, ma perché hanno un radar formidabile: distinguono subito tra una parola che nasce da una vita e una parola che nasce dal bisogno di consenso. La competenza è una cosa, la maschera è un’altra. E la maschera, alla lunga, stanca chi la porta e irrita chi la guarda.
In questi giorni abbiamo visto all’opera anche l’altro riflesso del nostro tempo, trasformare tutto in consumo: titoli, interpretazioni, schieramenti. Ora, se vogliamo vivere da cristiani anche un momento come questo, dobbiamo imparare a non trasformare la vita dell’altro in materiale per la nostra opinione. L’Arcidiocesi di Milano ha invitato alla preghiera, un atteggiamento concreto per impedirci di farne spettacolo.
C’è una pagina della Scrittura che dovrebbe aiutarci a restare più umili e più aderenti al vero. Elia, l’uomo forte, l’uomo in prima linea, a un certo punto si inoltra nel deserto desideroso soltanto di morire perché non ce la fa più. Non è letteratura questa, è stanchezza, è esperienza del limite, è il momento in cui anche la fede può non reggere. In una tale circostanza, Dio fa una sola cosa: gli manda un angelo con pane e acqua, e poi il sonno. E poi ancora pane e acqua, ossia prima la cura, poi l’interpretazione. Questa pagina racconta a tutti noi che i carismi più visibili, persino quelli che “funzionano”, rischiano di essere lasciati soli proprio quando servirebbe una fraternità concreta: una casa, un appoggio, un tempo condiviso.
Quando qualcuno si ferma o se ne va, noi restiamo spesso impigliati in una domanda sola: perché se ne va? È umano ed è anche comodo, perché finché interrogo la scelta dell’altro, non devo guardare la mia. Ripenso così alla domanda ruvida eppure essenziale che san Bernardo poneva a se stesso “Bernarde, ad quid venisti?” (Bernardo, perché sei venuto qui?). Io perché resto? Resto per amore o per abitudine? Resto per fede o per il ruolo? Resto perché è Cristo la motivazione oppure la paura di perdere una posizione, un’immagine, una sicurezza? Perché si può restare dentro e non esserci più con il cuore. La questione non è chi resta e chi va: la questione è la verità con cui abitiamo la nostra chiamata.
La Chiesa ha bisogno di evangelizzatori capaci di stare nei linguaggi di oggi, certamente. Ha bisogno di parlare con chiarezza, fuori discussione, ma non ha bisogno di trasformare una persona in una risposta che vada bene per tutti, né di inseguire ogni volta il salvatore di turno. Perché quando un volto viene caricato del ruolo di “soluzione”, si innescano tre scambi che fanno male a tutti: il mezzo prende il posto del fine, scambiamo il servizio con l’immagine, e la comunità si riduce a pubblico. È qui che il “format” diventa pericoloso: perché promette risultati rapidi e, senza accorgercene, ci porta a pensare che la fede sia un effetto da ottenere, non un mistero da accompagnare.
A quel punto una domanda si impone la domanda che si poneva Giovenale: “Quis custodiet ipsos custodes?” (Chi custodirà gli stessi custodi?). Chi custodisce chi è esposto? Chi protegge l’interiorità di chi porta addosso aspettative di molti? Chi mette confini, ritmi, fraternità, accompagnamento, prima che arrivi il logoramento? Perché una Chiesa matura non domanda: chi ci salverà con un linguaggio nuovo ma che comunità siamo diventati, se abbiamo bisogno del salvatore di turno per sentirci al sicuro?
Capisco lo smarrimento di tanti, soprattutto dei ragazzi. Quando una voce ti raggiunge, quando una parola ti fa bene, quando finalmente ti senti visto, è naturale che tu dica: e adesso? E adesso bisogna fare una cosa semplice e adulta: poiché la fede poggia su Cristo, se attraverso quella voce tu hai incontrato qualcosa di vero, non buttarlo via. Quella verità non era proprietà di un uomo: era un passaggio di grazia. E i passaggi di grazia non si annullano perché la strada di una persona cambia.
La Chiesa, adesso, ha un compito che vale più di mille commenti: non sostituire un personaggio con un altro, non ricominciare la caccia al modello vincente, ma tornare a essere luogo dove non ci si salva da soli e dove la comunicazione non prende il posto della comunione, dove le parole non sostituiscono la cura, dove l’effetto non rimpiazza la verità. Perché il Vangelo non è un format: è una vita che chiede di essere incrociata e condivisa. Quella vita, quando è vera, ha solo bisogno di essere custodita e orientata verso l’unico Salvatore, Cristo Gesù.
Don Antonio Savone, Vicario episcopale per il Clero dell’Arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo








