Continuatori dell’opera di Gesù

“Sono venuto perché abbiate la vita e l’abbiate in abbondanza” (Gv 10,10).

Nel contesto del discorso sul “pastore bello”, Gesù aveva palesato con queste parole il senso della sua opera e della sua missione tra gli uomini.

Desiderava che tutti potessero avere accesso alla vita stessa di Dio. Di più: per dirla con san Pietro “che diventaste partecipi della natura divina” (2Pt 1,14). Questa era la passione che lo animava: rassicurare tutti sull’amore di Dio e sulla preziosità di ogni esistenza, nessuno escluso. Quanto compiva quotidianamente e le parole che pronunciava, non erano altro se non la risonanza di quella passione d’amore.

Ma quanta fatica ha dovuto durare persino con coloro che egli aveva chiamato con sé! I discepoli venivano da una formazione centrata su tutt’altra immagine di Dio e su preoccupazioni assai diverse.  Destabilizzava non poco un tale annuncio. Solo dopo la risurrezione di Gesù essi entreranno pienamente (ma non senza qualche resistenza) in questa logica nuova e affascinante.

Proprio perché fossero abilitati a essere il prolungamento della sua opera, Gesù aveva donato loro il suo Spirito perché potessero proclamare a tutti l’esperienza dell’amore di Dio.

Il contesto

Proprio quando sta raccontando dei viaggi missionari di Paolo, Lc inserisce un evento accaduto a Gerusalemme, ma collegato all’esperienza dei viaggi missionari di Paolo, il cosiddetto «concilio o assemblea di Gerusalemme».

Siamo proprio a metà del libro degli Atti e verosimilmente si può ritenere che questo racconto sia il vero centro di tutta l’opera lucana. Si tratta di un’assemblea di capitale importanza non solo per le prime comunità, ma per tutta la storia della chiesa. Il vangelo si sta diffondendo fuori dalla città santa: sembra quasi che la periferia inizi ad essere il centro dell’opera missionaria. Ad Antiochia i primi tentativi di approcciare uomini e donne che non provenivano dall’ebraismo sta portando i suoi frutti. Noi stessi siamo i discendenti di quell’impulso primitivo.

La controversia di Antiochia (15,1-4)

Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: “se non vi fate circoncidere, secondo l’usanza di Mosè non potete essere salvati”. 2 Poiché Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. 3 Essi dunque, provveduti del necessario dalla Chiesa, attraversarono la Fenicia e la Samaria, raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli. 4 Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani, e riferirono quali grandi cose Dio avesse operato per mezzo loro.

Da quanto riportato sembra che l’apertura della prima comunità cristiana ai pagani fu una scoperta lenta e una prassi controversa. La conversione inaspettata di Paolo da persecutore a missionario cristiano, ma ancor più da orgoglioso maestro della Legge di Mosè ad apostolo dei pagani, la sorprendente nascita della comunità cristiana tra i Greci ad Antiochia, la missione di Paolo e Barnaba sempre più rivolta ai pagani, furono tutti passi fatti in mezzo a ostacoli e controversie, non per la cattiveria degli oppositori ma per la lentezza nel comprendere chi era Gesù e quale fosse la sua missione rivolta a tutti i popoli, e non solo ai Giudei.

Tanto gli Atti quanto le lettere di Paolo non nascondono questa fatica. Tuttavia, proprio in questa controversia di Antiochia, si fa strada un principio fondamentale della vita della Chiesa: la sinodalità, ossia il camminare insieme, il percorrere la medesima strada (syn-odos), il discutere insieme i problemi, l’ascolto reciproco e il cercare l’approvazione “degli apostoli di Gerusalemme” così da trovare risposte con il discernimento e la collaborazione di tutti. Non è fuori luogo designare questa riunione di Gerusalemme come il primo dei concili ecumenici nella Chiesa.

Una Chiesa divisa

Qual era il motivo della controversia?

Come metterla con la legge di Mosé e con la lunga catena delle tradizioni religiose del popolo ebraico? È possibile essere cristiani senza essere ebrei?

Due categorie di persone, molto diverse, aspettavano con ansia una risposta.

  • Non pochi ebrei avevano deciso di credere in Gesù riconosciuto come il messia atteso. Provenendo dal mondo e dalla cultura giudaica, erano abituati ad osservare tutte le leggi mosaiche. Non ne sentivano affatto il peso, anche se erano minuziose fino all’eccesso. Ci erano vissuti dentro e, ormai, ci stavano abbastanza a proprio agio. Ma questo era ancora necessario? Per essere discepoli di Gesù bisognava essere ebrei osservanti oppure la raccomandazione di Gesù di mettere il vino nuovo in otri nuovi poteva valere anche per questa esperienza?
  • Dall’altra parte, c’erano i cristiani che non provenivano dal mondo ebraico. Nati e cresciuti lontano da Gerusalemme e dalla Palestina, avevano abitudini molto diverse. Si sentivano liberi rispetto ad una serie di tradizioni discutibili. Mangiavano di tutto. Non portavano la circoncisione sul loro corpo. Vivevano onestamente anche senza l’osservanza delle abluzioni rituali, del sabato e di mille altre usanze, tutte e solo degli ebrei. Per essere discepoli di Gesù, dovevano fare loro quelle usanze? Pur disposti a tutto per non venir meno nella loro fede in Gesù, si chiedevano se fosse davvero necessario.

Per questo motivo si decide di ricorrere alla Chiesa di Gerusalemme.

Il problema era serio anche se a noi, oggi, potrebbe far sorridere un po’. Basta Gesù Cristo per ottenere la salvezza o, insieme, a lui dobbiamo sottoporci all’osservanza di altri criteri e usanze? E non pensiamo che il problema si risolva una volta per tutte. Anche oggi, non poche volte, noi leghiamo la fede in Gesù Cristo all’osservanza di tutta una precettistica che, forse, ha niente a che spartire con lui. Quali “nuove circoncisioni” imponiamo nel voler omologare i cammini di chi si accosta alla fede? Che cos’è davvero necessario?

“6Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:
Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
7 Invano essi mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
8 Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”
(Mc 7,6-8).

Teoricamente tutti saremmo portati a riconoscere che basta solo Gesù e niente altro ma quando si passa ai fatti, rompere con tutta una serie di tradizioni non era scontato.

Tradizione è la salvaguardia del fuoco, non l’adorazione delle ceneri” (Gustav Mahler). La tradizione non è idolatria di ceneri di un passato estinto, ma l’opera di riattivazione costante delle braci ardenti e delle fiamme di una secolare ricerca e conquista. Victor Hugo, con un’immagine vegetale, affermava che la tradizione è fatta di radici e tronco che a ogni primavera devono generare rami, germogli, fiori e frutti sempre nuovi.

Ecco, allora, la proposta: discutiamone insieme, apertamente.

A Gerusalemme

6 Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema. 7 Sorta una grande discussione, Pietro si alzò e disse loro: “Fratelli, voi sapete che già da molto tempo, Dio in mezzo a voi ha scelto che per bocca mia le nazioni ascoltino la parola del Vangelo e vengano alla fede. 8 E Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi, 9 e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede. 10 Ora dunque, perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado diportare? 11 Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, sia noi che loro”.

Pietro convoca una specie di grande assemblea. Partecipano tutti coloro che hanno una responsabilità nella Chiesa: i discepoli della prima ora e quelli che erano stati aggregati successivamente. Senza saperlo stavano dando inizio a una delle esperienze più grandi della vita della Chiesa, a quello che noi oggi definiamo come stile sinodale.

L’assemblea di Gerusalemme deve stabilire se basta Gesù o accanto a lui bisogna tenere anche Mosé. Anche la legge o è sufficiente il Vangelo?

Come procedono? E questo è ciò che interessa anche noi. La discussione non viene affrontata in termini teorici come se dovessero dividere un capello in quattro. Ci si rifà a Gesù il quale, quando doveva affermare le cose più impegnative e affascinanti, raccontava come delle storie, le parabole, che attingevano alle abitudini del suo popolo. E allora parlava di pecore, di pastori buoni e di mercenari, di pranzi di nozze e di invitati di diritto. Poi parlava di monete perdute e ritrovate, di capitali da far fruttificare e di campi da coltivare. E quando le parole non bastavano più, richiamava i fatti: gli zoppi camminano, i lebbrosi sono guariti, i ciechi ci vedono, persino i morti risorgono e i poveri ricevono per primi le notizie più belle.

Ecco, i discepoli radunati in assemblea a Gerusalemme scelgono di seguire lo stesso metodo. L’esperienza fatta stando con Gesù diventa il criterio attraverso cui viene affrontato il problema e sono cercate assieme le soluzioni. Dall’insieme del testo emerge come la Chiesa primitiva non tema il confronto animato e intenso.

Pietro

Incomincia Pietro. Racconta un fatto che, nella sua vicenda, segna un prima e un poi.

Si trovava a Giaffa, qualche tempo prima. Invitato a casa da un pagano appena convertito, si era trovato a dover decidere se accettare l’invito a sedere a mensa con lui e i suoi. Mai accaduto prima: gli sembrava di tradire tutto il suo passato di ebreo osservante. Tuttavia, se da una parte gli risuonavano chiare le parole di Gesù, dall’altra, forse era opportuno non avere fretta.

Ad un tratto, si vede davanti una tavola imbandita, piovuta dal cielo. Su quella tavola c’era di tutto. Un buon ebreo avrebbe saputo cosa fare: fuggire inorridito. E, invece, Pietro senza una voce che lo incalza: “Pietro, mangia… tranquillo”. Pietro comprende che viene dall’alto proprio come la tavola. Ma Pietro è risoluto: “No, Signore. Non l’ho mai fatto. Non lo farò di sicuro adesso”. Pietro attinge alla sicurezza che gli deriva dal suo essere ebreo. La voce, però, insiste: “Mangia. Non ci sono cibi buoni e cibi cattivi. Dio ha creato tutto e tutto ha benedetto. Tutto è dono suo. Siamo fratelli nell’amore di Dio e per la morte e resurrezione di Gesù”.

È solo a questo punto che Pietro supera ogni resistenza, accetta l’invito, entra in casa del pagano convertito e fa festa con lui.

Un racconto di questo tipo riportato come testimonianza personale finisce per convincere tutti: ciò che era accaduto a casa di Cornelio diventa una parola eloquente.

“Ora dunque, perché continuate a tentare Dio?” (v. 10). Perché volete costringere Dio a pensarla come noi? E Pietro sa bene cosa voglia dire quando si era sentito chiamare “Satana” perché aveva tentato Gesù.

“È per grazia che siamo salvati” (e non per l’osservanza della legge) (v. 11).

Le sue parole sembrano richiamarsi a due passi biblici (2Cr 19,7; 1Sam 16,7), in cui Dio agisce senza fare distinzioni in base alle apparenze e mostra di riconoscere se una persona è adatta ad un compito delicato.

La visione apparsa a Pietro scompagina la sua mentalità. Egli non può considerare impuro ciò che Dio ha purificato. Non può rifiutare l’incontro con il pagano Cornelio. Dio lo ha messo sulla sua strada, perché senta l’annuncio di salvezza di cui Pietro è testimone.

Resistere alla spinta che Dio dà alla Chiesa perché possa portare a compimento la sua missione di evangelizzazione e di riunificazione di tutta l’umanità, in nome della rivendicazione di una denominazione, in nome di una fedeltà a se stessi e al proprio passato, può diventare un atteggiamento che impedisce la vita dello Spirito laddove, invece, il passato deve essere radice del divenire continuo del suo dinamismo. Le ceneri o la brace?

Paolo e Barnaba

Vengono ascoltati anche Paolo e Barnaba: essi hanno concluso il primo viaggio missionario (cf At 13-14) nel quale hanno potuto constatare di persona l’efficacia della grazia tra i pagani che ha compiuto “miracoli e prodigi” (v. 12). Anche loro, al pari di Pietro, sono stati aiutati da segni concreti a maturare nuove convinzioni. E Paolo, era un fariseo con i fiocchi, non certo all’acqua di rose. Non sono quindi dei visionari o degli illusi, ma persone concrete che leggono i fatti alla luce dell’azione di Dio. Non dimentichiamo che quanto era accaduto ad Antiochia aveva fatto sì che la Chiesa di Gerusalemme inviasse un visitatore apostolico nella persona di Barnaba. Ma quando Barnaba giunse lì “vide la grazia di Dio e si rallegrò” (At 11,23).

Giacomo

A questo punto interviene Giacomo, autorevole per la sua saggezza e per la sua fede. Giacomo, pur avendo le sue ragioni, dimostra di aver ascoltato Pietro attentamente tant’è che inizia il suo discorso riprendendo quello di Pietro.

Egli esordisce riconoscendo il positivo dell’altra parte: “Simone ha riferito come, fin da principio Dio…” (v. 14), e lo avvalora con la citazione delle Scritture. La Parola di Dio si rivela al di sopra di tutto e di tutti, criterio interpretativo della vita e principio di azione.

La Parola di Dio diventa, effettivamente, ciò che suggerisce il salmista: “Lampada ai miei passi […], luce sul mio cammino” (Sal 119,105). Di questa Parola Giacomo si rivela servitore, non padrone, interprete, non propagandista, ascoltatore, non manipolatore. Per questo la Parola diventa efficace.

La verità è trovata e pubblicamente riconosciuta, senza scappatoie e mimetismi, senza ‘se’ o ‘ma’. La verità ha vinto. È superata la tentazione di prendere una ‘decisione salomonica’ che, per accontentare tutti, finisce per scontentare tutti. La verità è una sola, chiara e inequivocabile. Non la soluzione di compromesso ma la soluzione più alta, quella che Dio stessa ispira e a cui tutti si sottomettono.

Questo discernimento di ciò che è richiesto in una particolare situazione storica, si può compiere solo se tutti sono disposti a distanziarsi dalle proprie visioni limitate per porsi alla ricerca di ciò che è necessario alla Chiesa: la fedeltà a Dio, all’annuncio del vangelo e alla storia della salvezza in atto.

E i criteri sono due:

  • da una parte leggere in modo teologale le esperienze in atto nella Chiesa e nella sua opera di evangelizzazione;
  • dall’altra, saper rileggere in modo attualizzante le Scritture che tornano a parlare in modo vivo di fronte alle nuove situazioni.

E poiché la verità senza carità è crudeltà, ecco che Giacomo propone una forma di rispetto e di tolleranza, un criterio decisivo: “Non si tratta di cercare la cosa più giusta ma quella che permetta a tutti di toccare con mano la misericordia di Dio il quale ci vuol bene e ci accoglie con l’abbraccio della sua pace”.

La verità che si coniuga con la carità è capace di attendere con pazienza gli altri, rispettandone i ritmi di crescita.

Giacomo riesce a mettere d’accordo tutti. Non ha vinto nessuno: né quelli che volevano la liberalizzazione né quelli che resistevano con tutte le loro forze. Ha vinto l’esperienza dell’amore. La soluzione proposta risuona come una bella notizia che fa toccare con mano l’amore di Dio.

L’intervento di Giacomo si richiama alla Parola di Dio e mostra come l’apertura al mondo dei pagani faccia parte del piano salvifico: la citazione di Am 9,11-12 annuncia il compimento delle promesse e mostra come la “tenda di Davide” possa essere ricostruita e allargata; i pagani convertiti possono entrare a far parte del popolo di Dio e imporre loro la circoncisione significherebbe non riconoscere questa iniziativa divina

La soluzione di Giacomo non richiede nessuno obbligo, ma solo rispetto. Si mantiene la distinzione tra i due gruppi, ma non si crea divisione.

Al di là del compromesso apparente, si intravede l’esigenza di un’accoglienza reciproca, capace di evitare la fondazione di due chiese. La proposta di Giacomo piace, è codificata e fatta conoscere ad Antiochia, la comunità che sentiva più forte la tensione (15,28-35).

L’orizzonte del cristiano rimane allora quello che Paolo indicava alla giovane chiesa di Tessalonica: “Non spegnete lo Spirito […], esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1Ts 5,19.21).

La comunità autentica è quella che accoglie le differenze senza renderle divisioni, che accetta il pluralismo nell’unità. L’assemblea di Gerusalemme ha trasformato un gruppo religioso fiorito nel mondo giudaico, e inizialmente limitato ad esso, in “Chiesa” dalla vocazione universale. È una Chiesa senza frontiere che ha preso coscienza di sé, delle sue differenti componenti, delle sue immense potenzialità. Si è scoperta comunità capace di dialogare al suo interno, premessa indispensabile perché sia in grado, guidata e illuminata dallo Spirito, di dialogare con il mondo.

Lettera degli Apostoli alla comunità di Antiochia (vv. 22-29)

Dall’ascolto di At 15 emerge una vera e propria metodologia assembleare. Il risultato della riunione chiarificatrice deve essere comunicato alla comunità di partenza e per dare maggior autorità a quanto stabilito comunitariamente, a Paolo e Barnaba vengono affiancati due rappresentanti della comunità di Gerusalemme.

Nel messaggio inviato ad Antiochia vi sono due punti degni di rilievo:

  • chi aveva portato scompiglio obiettando in merito all’accoglienza dei pagani ad Antiochia aveva agito di iniziativa propria, non su mandato della comunità di Gerusalemme (v. 24)
  • la frase iniziale della lettera”: “È parso bene allo Spirito Santo e a noi di non imporre” (v. 29). Quanto è stato discusso e deliberato non è soltanto frutto della saggezza umana ma anche dell’opera dello Spirito Santo nella comunità che riflette e cerca la via per conservare l’unità e svolgere la sua missione.

Il documento finale del Concilio di Gerusalemme lo dichiara con una espressione solenne: «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose. State bene» (Atti, 15, 28-29).

Ma non finisce qui. Paolo era presente. Anche lui gioisce sulla conclusione cui è giunto il Concilio. Sa però di dover incontrare persone, legate alla osservanza stretta della legge. Anch’esse hanno il diritto di sperimentare l’amore di Dio, che accoglie ed abbraccia. Vanno rispettate.

Agli abitanti della Galazia, divisi tra osservanti e rivoluzionari, dice chiaro e tondo: “Siamo liberi. La croce di Cristo ci ha liberati da ogni legge. Abbiamo il dovere e il diritto di vivere nella libertà. Chi non lo sa o chi ne ha paura, tradisce la potenza della croce di Gesù”. Ma aggiunge, interpretando il documento conclusivo di Gerusalemme nella logica dell’amore: “Io so di poter mangiare tutto quello che voglio. La mia libertà ha un confine preciso e invalicabile: finisce dove incominciano le esigenze dell’amore… Per questo, assicuro ai miei fratelli che ci soffrirebbero se mi vedessero mangiare qualche cibo proibito: non ne mangerò in eterno. Non posso dire che Dio ci ama e ci accoglie, ferendo la sensibilità di qualche mio fratello”.

La Chiesa è andata avanti per tanto tempo con questo criterio. Poi, con la strana logica dei piccoli passi, si sono infilati il compromesso e la paura.

Il nostro cammino sinodale

Cadremmo in grave errore se considerassimo l’assemblea di Gerusalemme un evento del passato ormai superato. In realtà, quell’assemblea resta sempre aperta perché il problema di fondo che la occasionò continua a essere il problema di fondo di tutta la storia della chiesa fino ad oggi. Come può il vangelo raggiungere tutti i popoli e tutte le situazioni di vita? Allora gli esclusi erano i pagani convertiti, oggi possono essere le donne in un mondo dominato dagli uomini, i bambini in un mondo di adulti, i malati in una società ossessionata dal benessere, i poveri, gli emigranti, gli indigeni, i lavoratori, in una parola gli emarginati della nostra società. Le parole di Pietro a Gerusalemme risuonano profeticamente anche oggi: “Se Dio li ha scelti, chi siano noi per emarginarli?”.

Quella di Gerusalemme resta un’assemblea aperta perché non c’è tempo e non c’è luogo in cui non emergano divergenze: come ricercare la verità nella carità?

At 15 ci suggerisce un metodo per la risoluzione dei conflitti all’interno della chiesa: è solo l’ascolto paziente del racconto e della testimonianza dei fatti, l’incontro fra le persone alla luce dello Spirito e della parola di Dio a consentire di perseguire l’unità.

“Più che luoghi di incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca. La trincea ci affascina più del crocicchio, l’isola sperduta più dell’arcipelago, il ripiegamento nel guscio più dell’esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà. E l’altro lo vediamo più come un limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo ad esistere veramente” (don Tonino Bello).

Per la riflessione personale:

  • Che cosa ho imparato dall’esperienza della comunità primitiva? Ho avuto situazioni analoghe? Sono state analoghe anche le soluzioni?
  • Sono disponibile al dialogo e all’ascolto?
  • In famiglia, nel gruppo di appartenenza o di servizio, nella comunità parrocchiale, mi pongo nell’atteggiamento di chi ricerca la verità nella carità?
  • Nel dialogo con chi è lontano, so discernere ciò che considero insindacabile da ciò che può essere discusso per favorire un incontro accogliente?