https://www.youtube.com/watch?v=YNKMQsoGzh0 Parola abusata la parola perdono. Proprio come la parola amore. “Lei perdona?”, chiede impunemente il cronista a chi magari è stato vittima di un sopruso o di una ritorsione. “Perdono, ma tra noi è finita”, riconosciamo, talvolta, candidamente. “Perdono ma non dimentico”, attestiamo quando la medicina dell’oblio non ci appartiene. Il cammino verso …
Parola abusata la parola perdono. Proprio come la parola amore.
“Lei perdona?”, chiede impunemente il cronista a chi magari è stato vittima di un sopruso o di una ritorsione.
“Perdono, ma tra noi è finita”, riconosciamo, talvolta, candidamente.
“Perdono ma non dimentico”, attestiamo quando la medicina dell’oblio non ci appartiene.
Il cammino verso la maturità è segnato da non poche situazioni conflittuali, a volte anche per motivi assai futili. La vicenda di Caino e Abele, che ha la sua scaturigine nell’invidia per un diverso trattamento, è lì a perenne memoria per tutte le generazioni a venire.
Accade spesso di pensare alla propria vita come a quella realtà a cui tanti devono qualcosa: quasi che la partita si giochi solo sul versante dell’avere. Infatti, non poche volte, le nostre sono esistenze amareggiate perché ci sembra di non aver ricevuto secondo le nostre legittime aspettative.
Oggi, però, il vangelo si spinge oltre mentre ci aiuta a comprendere che la nostra è una chiamata a divenire costruttori di umanità. Per questo non basta chiedersi “chi si prende cura di me?”. Si diventa adulti, infatti, non quando si passa la vita a recriminare per non avere avuto un padre (figli senza padre, così è definita la nostra generazione) ma quando si diventa consapevoli che a noi per primi sono affidati altri in custodia.
E fino a quando sono tenuto a custodire l’altro, chiede il Pietro di turno? Fino a sette volte, credendo già di essere stato sufficientemente generoso?
Perché – sembra dire Pietro – bello senz’altro essere capaci di perdono, ma la vera natura dell’uomo è quella di porre un limite e tornare finalmente a mostrare gli attributi. Da che mondo è mondo, non si sta nella vita secondo una logica perdente e lasciando che l’altro prevarichi. C’è un limite a tutto, suggerisce ancora Pietro: andare oltre sarebbe un cedimento, una leggerezza e, persino, un’ingiustizia.
E, invece, stando a quello che racconta Gesù con la parabola del servo malvagio, noi, prima ancora che essere figli di una colpa originale che poco o tanto chiede il risarcimento, siamo figli di un perdono originale. Siamo figli, cioè, non di un atto dovuto ma della pura gratuità d’amore del Padre.
Per questo la nostra identità costitutiva non è avere l’ultima parola sull’altro ma non smettere mai di custodirlo, qualunque cosa accada perché così ha fatto Dio con noi.
Il male, infatti, non si ripara somministrando altro male.
Se all’offesa rispondo con altrettanta offesa non faccio altro che alzare il livello della violenza.
Le ferite non si curano ferendo a nostra volta.
Per questo la proposta del perdono è fatta a chi ha subìto il male perché è chiamato ad essere grande di animo. Le simmetrie dell’odio (Arendt), infatti, vanno spezzate.
Non dovevi anche tu avere pietà?
Ecco il cuore della questione: fare quello che fa Dio il quale ha sempre il coraggio di giocare di anticipo perché, prima ancora che gettare un colpo di spugna su ciò che è stato, mette in condizione di progettare ciò che ci sta davanti.
Il perdono è la custodia ostinata del bene.
Il perdono è restare fedeli al progetto di Dio sull’umanità senza lasciarsi intossicare la mente e il cuore dall’inganno presuntuoso della violenza.
Settanta volte sette, ossia in modo illimitato e incondizionato.
Il perdono è più uno stile di vita che un atto legato alla trasgressione; è un modo di porsi di fronte all’altro e alla sua debolezza, che non scatta esclusivamente in seguito alla caduta, anzi a volte la può impedire, perché è uno stile di bontà, comprensione, magnanimità, stile di chi non bada a quel che l’altro merita, né si scandalizza della sua miseria. Perché mai? Perché la persona misericordiosa non può dimenticare d’essere anch’essa caduta tante volte senza subire condanne.
Chiedersi se, in un mondo di crudeli vendette, di ritorsioni dirette o trasversali, di linguaggio violento, di odi trascinati per anni abbia senso il perdono, sarebbe come domandarsi se in un periodo di grande siccità abbia senso la pioggia. Cristallizzare l’arsura o donare un momento di ristoro?








