Per tre volte Gesù ripete ai suoi discepoli: «Non abbiate paura». Non lo dice in un momento qualunque ma mentre li prepara alla missione, mentre annuncia loro che il Vangelo potrà incontrare opposizioni, incomprensioni, rifiuti. Gesù non nasconde la durezza della realtà, non promette successi facili, non assicura che il bene sarà subito riconosciuto come …

Per tre volte Gesù ripete ai suoi discepoli: «Non abbiate paura». Non lo dice in un momento qualunque ma mentre li prepara alla missione, mentre annuncia loro che il Vangelo potrà incontrare opposizioni, incomprensioni, rifiuti. Gesù non nasconde la durezza della realtà, non promette successi facili, non assicura che il bene sarà subito riconosciuto come tale.

Per questo il suo invito non è una generica esortazione al coraggio. Gesù prende la paura tremendamente sul serio, sa che appartiene alla condizione umana, sa che accompagna ogni scelta importante, sa che nessuno può liberarsene con un semplice atto di volontà. Il problema, allora, non è avere paura ma quale posto occupa nella nostra vita.

Per comprenderlo, può aiutarci il confronto tra due figure lontanissime tra loro: sant’Antonio di Padova e don Abbondio. Uno è un santo, l’altro un personaggio letterario, uno è ricordato per la sua radicalità evangelica, l’altro per la sua debolezza. Eppure entrambi si trovano davanti alla stessa esperienza: la paura.

 

Don Abbondio e la paura diventata legge

Spesso siamo ingiusti con don Abbondio perché lo liquidiamo come un vigliacco e passiamo oltre. Manzoni, invece, è più profondo. Don Abbondio non è semplicemente un uomo cattivo, è un uomo che ha imparato una lezione dal mondo in cui vive: chi difende un innocente può diventare a sua volta vittima.

Don Abbondio conosce bene i rapporti di potere: conosce l’ingiustizia, conosce la sproporzione tra la sua piccola persona e la violenza dei potenti. Non è un ingenuo. Quando i bravi di don Rodrigo gli sbarrano la strada e gli intimano di non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, egli comprende subito che non si tratta di una semplice minaccia, ma dell’irruzione di un potere prepotente davanti al quale la sua debolezza appare nuda. Per questo la sua celebre frase al cardinale Federigo Borromeo continua a colpire: «Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». In quelle parole c’è tutta la verità amara di un uomo che vede il male, lo riconosce, ne misura la forza, ma non trova dentro di sé la libertà per opporvisi.

Cosa sta riconoscendo? Che nessuno si fabbrica il coraggio da solo, nessuno può comandare al cuore di essere forte quando dentro si sente fragile.

Il problema di don Abbondio, però, non è la paura. Il problema è che la paura è diventata il criterio con cui interpreta tutta la realtà. Ogni scelta passa attraverso una sola domanda: come faccio a salvarmi? È una domanda comprensibile, umanissima, ma poco alla volta restringe l’anima.

Quando la paura diventa legge, tutto si rimpicciolisce: la coscienza, la libertà, la responsabilità, perfino l’immagine di Dio. Don Abbondio finisce per trasformare il proprio limite in destino irreversibile, quasi una teologia: sono fatto così. Ma quando l’uomo si identifica con la propria paura, non vive più, sopravvive e sopravvivere è ben altra cosa che vivere.

 

Sant’Antonio e il rischio della vocazione

Anche Antonio conosce la paura. Sarebbe sbagliato immaginarlo come un uomo naturalmente audace, immune dai dubbi e dalle esitazioni. La santità non cancella la fragilità umana; i santi non sono uomini senza tremore, sono uomini che hanno imparato a non consegnare al tremore l’ultima parola. Pensiamo solo per un attimo alla figura di Geremia che nel versetto prima di quello con cui oggi si apre il brano a lui attribuito confessa: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!» (Ger 20,9).

Quando Antonio lascia il monastero di Santa Croce a Coimbra per entrare tra i francescani, non compie una scelta ovvia. Abbandona un ambiente prestigioso, rinomato, un luogo nel quale avrebbe potuto continuare gli studi e costruirsi una posizione rispettata. Non lascia il male per il bene, ma un bene conosciuto per un bene ancora incerto ed è qui che la vocazione diventa rischio.

Quando decide di partire per il Marocco, sa che quella missione potrebbe costargli la vita. È proprio la testimonianza dei martiri francescani ad aver acceso in lui il desiderio di una sequela più radicale. Antonio non cerca una vita più sicura, cerca una vita capace di affidamento, non domanda anzitutto: come posso proteggermi? ma per chi vale la pena spendersi?

Eppure il suo progetto si infrange quasi subito. La malattia lo costringe a tornare indietro e il sogno coltivato con tanta passione sembra svanire. Molti, al suo posto, avrebbero concluso di aver sbagliato strada, di aver inseguito un’illusione, di essersi consegnati a un desiderio troppo grande per le proprie forze. Antonio, invece, continua a camminare non perché abbia già compreso tutto, non perché possieda risposte convincenti, ma perché dentro di lui matura una convinzione più profonda: la questione decisiva non è salvare i propri progetti, ma cercare la volontà di Dio anche quando essa passa attraverso l’interruzione, la delusione, l’imprevisto.

Così, quando giunge ad Assisi per il Capitolo delle stuoie del 1221, Antonio è un fratello sconosciuto, quasi un signor nessuno. Nessuno lo reclama, nessuno lo sceglie, nessuno sembra intravedere in lui una particolare promessa. Mentre altri frati vengono destinati a nuove missioni, egli resta ai margini, senza voce e senza incarico. Sarà soltanto il provinciale della Romagna a prenderlo con sé, destinandolo all’eremo di Montepaolo. E proprio lì, in un luogo appartato e nascosto, dove agli occhi degli uomini sembra non accadere nulla, Dio continuerà a preparare ciò che Antonio ancora non può immaginare.

Mentre don Abbondio si domanda continuamente come sottrarsi ai problemi, come evitare il pericolo, come mettere in salvo la propria tranquillità, Antonio sembra abitato da un’altra domanda: Signore, dove mi stai conducendo? È una domanda più esigente, perché non pretende garanzie, ma cerca una direzione; non chiede di essere risparmiato dalla fatica, ma di non smarrire il senso del cammino.

 

Due modi di abitare la vita

Il confronto tra Antonio e don Abbondio non riguarda soltanto due persone, ma due modi di stare al mondo. Esiste una vita costruita attorno all’autoconservazione che considera il rischio come il male supremo e la sicurezza come il bene più grande. È la logica di don Abbondio, comprensibile, ma pericolosa, perché alla fine non ci si chiede più che cosa sia giusto, vero, evangelico, ci si chiede soltanto come evitare conseguenze.

Ed esiste una vita costruita attorno alla chiamata, una vita che conosce il valore della prudenza, ma non la trasforma nell’unico criterio di giudizio. È la logica che vediamo emergere nella vicenda di Antonio. Anche lui conosce la fragilità, anche lui sperimenta il fallimento, ma non lascia che la paura decida il senso della sua vita.

Entrambi hanno paura ma mentre don Abbondio si domanda: come posso evitare di perdere qualcosa?, Antonio si domanda: per che cosa vale la pena spendere la vita? Sono due domande che generano mondi diversi.

 

Il cuore del vangelo: Tu vali

Quando Gesù ripete: «Non abbiate paura», non chiede ai discepoli di diventare uomini temerari, né propone una spiritualità dell’eroismo. Sta portando il loro sguardo altrove. Per tre volte, infatti, parla del Padre.

Gesù sa che la paura non si vince semplicemente con la forza di volontà. La paura si ridimensiona quando scopriamo che la nostra vita è custodita da una presenza più grande di ciò che la minaccia. Per questo parla dei passeri. Il passero vale pochissimo sul mercato degli uomini perché è una vita piccola, fragile, quasi invisibile. Eppure nemmeno la sua caduta sfugge allo sguardo di Dio. Gesù non dice soltanto: non avere paura perché Dio ti protegge. Dice qualcosa di ancora più profondo: non avere paura perché tu vali davanti a Dio. Tu vali anche quando il mondo ti pesa poco, vali anche quando gli altri non ti riconoscono, vali anche quando ti senti fragile, esposto, dimenticato. Il Vangelo non ci libera dalla paura dicendoci che non cadremo mai, ci libera dicendoci che nessuna caduta avviene fuori dallo sguardo del Padre (la traduzione esatta non sarebbe “senza che il Padre lo voglia” ma “nessuno cade senza il Padre”).

Poi Gesù aggiunge: «Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati». Dio non ci conosce in modo generico, no. Dio conosce il particolare, ciò che sfugge agli altri e spesso anche a noi. Nulla di te è insignificante per Dio: né la tua paura, né la tua fragilità, né il bene tentato e non visto, né le lacrime trattenute per non pesare su nessuno, neppure il peccato.

Tu vali più del giudizio che temi, più dello sguardo che ti ferisce, più della caduta che ti umilia, più della paura che vorrebbe definirti.

La paura ti dice: sei solo, sei poca cosa, devi difenderti a ogni costo.

Il Vangelo invece ti dice: sei custodito, sei conosciuto, sei prezioso.

 

Il coraggio che si riceve

A questo punto tornano alla mente le parole di don Abbondio: «Il coraggio, uno non se lo può dare». Ed è vero, se l’uomo resta solo davanti alle proprie paure. Ma il Vangelo aggiunge qualcosa che don Abbondio non riesce più a vedere: il coraggio non ce lo possiamo dare, ma possiamo riceverlo.

Lo riceve chi scopre di essere nelle mani del Padre, lo riceve chi comprende che la propria vita non dipende soltanto dalla forza che possiede, ma dall’amore che la sostiene. Il coraggio cristiano non nasce dal temperamento dei forti, né dalla sicurezza di chi non trema mai, nasce dal sapersi guardati da Dio.

Forse noi abbiamo paura perché cerchiamo riconoscimento nel luogo sbagliato. Vogliamo essere visti, capiti, accolti, ricordati. E non c’è nulla di sbagliato in questo: nessuno cresce senza uno sguardo che lo chiami per nome. Ma nessuno sguardo umano, da solo, può bastare, perché noi non vogliamo semplicemente essere notati, vogliamo essere riconosciuti.

Per questo Gesù afferma: «Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio». Gesù non chiede soltanto di non vergognarsi di lui. Promette che nessuna fedeltà vissuta pur nel tremore, andrà perduta.

«Anch’io lo riconoscerò»: non ti confonderò con la tua paura, non lascerò che il giudizio degli uomini dica l’ultima parola su di te.

Don Abbondio, perciò, aveva ragione solo a metà: il coraggio, uno non se lo può dare ma può riceverlo. Può riceverlo quando smette di vivere come mendicante dello sguardo altrui e si lascia finalmente guardare da Dio.

Il vero contrario della paura non è la spavalderia. Il vero contrario della paura è sapere di valere per qualcuno. E il Vangelo oggi ci dice proprio questo: tu vali per Dio, vali più dell’immagine povera che a volte hai di te stesso.

E se Cristo ci riconosce davanti al Padre, allora possiamo tornare a vivere, non senza tremare, ma senza essere schiavi della paura perché il Padre non perde nessuno di quelli che ama e nessuno è così piccolo da cadere fuori dal suo sguardo.

(Omelia nella festa di Sant’Antonio)