https://www.youtube.com/watch?v=G3rkiE9v18E Da soli non avremmo mai potuto desiderare tanto: da sempre, infatti, desiderio dell’uomo è quello di raggiungere il cielo (cfr. mito di Prometeo), potere, cioè, disporre delle stesse prerogative di Dio. Qui, invece, è tutto capovolto: è Dio che ha raggiunto l’uomo, è lui che è disceso non solo a piantare la sua …
Da soli non avremmo mai potuto desiderare tanto: da sempre, infatti, desiderio dell’uomo è quello di raggiungere il cielo (cfr. mito di Prometeo), potere, cioè, disporre delle stesse prerogative di Dio. Qui, invece, è tutto capovolto: è Dio che ha raggiunto l’uomo, è lui che è disceso non solo a piantare la sua tenda in mezzo a noi nel mistero dell’Incarnazione ma addirittura a farsi nostro cibo nel cammino della vita, insegnandoci quello che S. Francesco comprenderà assai bene quando affermerà che “la via per andare in su è la via per andare in giù”.
Già Mosè aveva ricordato come non basti soddisfare la fame fisica per avere salva la vita. Manna, infatti, è una domanda: “che cos’è?”, come a voler dire: che cos’è che mi nutre veramente? Di cosa mi nutro? Il cibo porta con sé questa domanda.
Il pane, infatti, nutre i morsi dello stomaco ma l’uomo è molto più che il suo bisogno: l’uomo è fatto di sogni oltre che di bisogni, di progetti oltre che di nostalgie.
Se è vero che il pane è necessario, esso, però, non è sufficiente per appagare il cuore. Quante volte siamo sazi ma annoiati perché non appagati! Quante volte il ritrovarsi da soli a prendere cibo è vissuto con sofferenza o con rabbia soprattutto quando abbiamo perduto un affetto!
Noi tutti siamo fatti per altro, siamo fatti per Dio! L’orizzonte immediato non ci soddisfa, il traguardo a breve termine ci annoia. E il più delle volte finiamo per divorare ogni cosa nella speranza che la fame si plachi: cerchiamo oggetti, intraprendiamo relazioni, inanelliamo esperienze pensando che quella sia finalmente la volta buona. Il rapporto con il cibo, in tal senso, dice molto di noi e di ciò che ci abita e ci condiziona: non è un caso che molti disturbi della personalità hanno a che fare proprio con il cibo.
Gesù ne è consapevole e per questo viene a ricordarci che abbiamo bisogno di una meta più grande che ci trascenda e orienti desideri e prospettive. Le cose non ci bastano: necessitiamo, invece, del significato che diamo alle cose e del fine per le quali le utilizziamo. Ecco l’importanza del continuare a chiedersi: “che cos’è?”, come per la manna.
Più e più volte Dio ci ha nutrito ma con un cibo che non era in grado di dare la vita eterna. Per questo, nella pienezza dei tempi, ci fa dono della parola fatta carne. Poiché tutti noi siamo mendicanti di infinito, Gesù si offre come l’unico in grado di alimentare la nostra fame più vera: “Sono io il pane vivo disceso dal cielo”.
In un solo versetto Gesù racchiude la chiave di un’intera esistenza, quella piena, quella vera: “pane vivo… vivrà in eterno… per la vita del mondo”. Non un pane qualsiasi ma quello vivo che fa vivere in pienezza e per sempre. La vita eterna, infatti, non è solo quella dopo la morte: essa è già una qualità di vita diversa qui e ora.
Il pane di Dio che tiene in vita il mondo si fa nutrimento di noi viandanti: dalla pre-esistenza alla pro-esistenza. Dio si fa compagno di viaggio e alimento per noi perché la nostra vita non smarrisca la prospettiva di ciò a cui è destinata: la comunione piena con il Padre.
Feuerbach aveva affermato che l’uomo è ciò che mangia intendendo dire che noi siamo la materia che entra nel nostro corpo e nulla di più. Nella vita di fede, invece, “partecipare al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo” (S. Leone Magno). Siamo noi che diventiamo colui del quale ci nutriamo e solo nella misura in cui viviamo della relazione con Cristo e il suo vangelo, la nostra vita è in grado di attraversare persino il deserto senza mai rinunciare alla sua dignità.
Quel pane, infatti, ci ricorda che non siamo fatti per accontentarci di briciole perché Dio desidera un uomo a misura di cielo, vale a dire a misura di lui.
Mangiare la carne del Figlio dell’uomo: entrare in sintonia e in comunione con la stessa esistenza del Figlio Gesù fino a diventare una cosa sola con lui.
Bere il sangue: diventare capaci di entrare in un atteggiamento di dono di sé anche a prezzo della vita. La prospettiva non è quella di una morte cruenta ma dell’umile testimonianza di chi mette a disposizione tutto di sé nei confronti di chi ha bisogno di essere amato.
Rito fine a se stesso, perciò, quello che stiamo celebrando se non ha il suo sbocco naturale in una eucaristia esistenziale.







